Tratto dal romanzo AFFAMATA D’AMORE. Romanzo pubblicato dalla Damster edizioni, partecipante al concorso nazionale Eroxè Context 2015, edisponibile in formato digitale presso tutti gli store online.

Un romanzo in parte ispirato a una storia vera.
Uno scrittore emergente che nonostante le sue pubblicazioni continua a essere un nessuno. Un povero fallito costretto a spaccarsi il culo solo per pagarsi il diritto a sopravvivere.
Una strana ragazza che ha letto un suo libro. Una ragazza sorridente ma dagli occhi tristi. Una ragazza che si muove nel mondo come se fosse una bambina.
Due mondi diversi. Due mondi che si incontrano. Due persone spaventate e ferite che vorrebbero solo fuggire. Scappando da ciò che li travolge. Scappando dalla vita. Scappando forse dall’amore.

Le venne da sorridere, fissando il mio libro come se stesse guardando qualcosa di sacro.
<< Incredibile! >> riprese << Uno che scrive roba così, e si mischia a gente come quella >>
<< E’ solo un modo per farsi conoscere. Un modo per vendere >>
<< Sì, come quella presentazione! Ti rendi conto di quante stronzate hai detto? Per un attimo non mi sembravi neanche la stessa persona che ha scritto questo libro >>
Non le risposi. Avevo voglia di strangolarla. Avevo voglia di spaccarle la faccia. Avevo voglia di cavarle dalle orbite quei suoi occhi arroganti, o forse, di farlo per metterli al posto dei miei. Per vedermi come lei mi vedeva in qual momento. Come lei forse mi aveva visto in quel libro.
Poi, lentamente, lei aprì quel libro e iniziò a sfogliarne qualche pagina.
<< Avevo bisogno di lei >> cominciò a leggere << Lei era la mia mammina. Lei era la partita di droga data dallo spacciatore al suo cliente. Cazzo, m’imbottiva di merda le vene e la ringraziavo. Me ne
stavo lì a farla fare, a farmi drogare, a crearmi una dipendenza
dalla sua pelle, dalla sua bocca, dal suo profumo, dalla sua fica. E mentre lo faceva, la ringraziavo anche. Mentre lo faceva io gioivo anche >>
Non aggiunse altro. Chiuse il libro e restò immobile a fissarmi.
Il tempo innanzi a noi si era fermato. Ogni lancetta si era infranta. Le persone si erano tramutate in statue di sale. E risate e musica erano svanite per lasciar spazio a un assordante quanto penetrante silenzio.
<< Cercavo un libro per innamorarmi >> disse, rimettendo a posto quel libro << E ho trovato il tuo! >> esclamò, tornando a fissarmi.
Io restai imbambolato a fissarla. Sbigottito. Senza capire. Senza neanche comprendere cosa stava succedendo.
Lei si alzò lentamente dalla sedia. Non distolse neanche un secondo lo sguardo da me. Restando lì in piedi a fissarmi per secondi che sembrarono secoli.
Afferrò la bottiglia e le diede un sorso deciso. Poi subito un altro. Svuotandola del tutto e poggiandola con forza sul bancone.
<< Stai lontano da me! >> mi disse con tono deciso. Fissandomi negli occhi. Perforando i miei occhi.
Poi, più niente!
Si voltò e andò via.
Vidi le sue forse sinuose muoversi tra quella folla pietrificata. Il suo corpo da bambina attraversare fasci di luce congelati dalla sua presenza. Il suo culetto da modella ondeggiare nell’aria, come se la stesse domando.
Poi basta!
Lei svanì del tutto. I miei occhi si mossero. Le palpebre si chiusero e aprirono più volte. E velocemente, selvaggiamente, la realtà attorno a me tornò a scorrere. La gente a muoversi. Le luci a battere sui loro svolti spenti. Le loro voci nauseanti a mischiarsi a musica altrettanto vomitevole.
Tutto era finito! La realtà era svanita per lasciar posto a una gelida catena di montaggio dove tutti avevano qualcosa da fare. Dove tutti eseguivano un compito, dimenticandosi infine di vivere la propria vita.
Io mi voltai verso il bancone, sentendo ancora la scia del suo profumo sotto al mio naso e sulla mia pelle.
Tornai alla mia di catena di montaggio. Al mio lavoro. Alla mia illusione che mi stava rubando la vita, nell’illusione di poterla vivere.
Mandai giù altra birra. A grandi sorsi. Velocemente. Sentendo il sapore amaro del malto scendere per la gola. L’etanolo scorrere nel sangue, e il fegato faticare per smaltirlo.
Eloquio indistinto, incoordinazione muscolare motoria, aumentata fiducia in se stessi ed euforia. Tremore, nausea, aumento della sudorazione, febbre e allucinazioni.
Tutto svaniva. Tutto rinasceva. Sorso dopo sorso. Colpo dopo colpo. Illusione dopo illusione.
Il dolore, la paura, le preoccupazioni.
Ero Dio! Un Dio triste a malinconico. Un Dio che rivedeva la sua vita dal fondo di un bicchiere. Un Dio che doveva soffrire per sentirsi vivo. Restare solo, nel nulla, rivedendo il proprio dolore galleggiare come feti abortiti smarriti in fiumi di alcool giallognolo. Bisognoso di sentire il proprio corpo paralizzato di nuovo preda di dimenticate sensazioni. Di una sensibilità dimenticata. Di emozioni calcificate. Sentimenti pietrificati.
Ecco, il mondo era svanito di nuovo. Bach suonava nella mia mente. Musica aggressiva! Crescenti che come artigli dilaniavano con improvvisi colpi le mie carni.
Il sangue sprizzava ovunque. Un nuovo boccale nella mia mano. Altri sorsi. Altre lacrime invisibili. Altri sorrisi cinici.
La mia vita! La mia vita che non riuscivo ad afferrare. La mia vita racchiusa ormai solo in un bicchiere. Piccoli momenti che aleggiavano come visioni intangibili, attorno a me e in me, mentre tutto quello che mi circondava diventava tremendamente incisivo se pur assente. Come una pressione contro le mie tempie. Come se mani invivibili stessero pigiando contro la mia fronte delle poderose dita, e in me, in una parte indefinita, ogni cosa vissuta prendeva forma, risvegliando rimpianti, dolori, piccole gioie ormai passate e volti lontani. E nel mezzo di quel frastuono. In quel vortice di alcolici pensieri. Il suo volto! Quel volto strano che mi aveva tirato via da quel suicidio. Quel volto apparso e scomparso nel nulla. Quella visione onirica che aveva fatto vibrare e tremare la mia pelle. Quegli occhi che forse non avrei mai più rivisto.
Mi venne da sorridere a pensarci. Il sorriso di un ubriaco! Il mio solito sorriso da fesso.
Dimezzai in un sorso il boccale e poi mi alzai dallo sgabello. Barcollando. Quasi cadendo al suolo.
Mi guardai attorno. Il sogno era finito. La realtà era finita.
Restava il nulla!
Quei volti, quelle voci, quelle luci, quella gente. Quel delirio.
E io dove sarei andato? Che cosa avrei fatto?
Niente! Sì, ecco cosa.
Avrei finito quella storia e poi sarei tornato a casa. Nel mio fetido bilocale nei vicoli della stazione centrale. Passando la notte da solo. In mutande. Chiuso nella mia stanza a scrivere storie che non mi avrebbero mai reso famoso. Ubriacandomi! Illudendomi di essere il Re. Ancora per una notte! In una notte dove le illusioni e la realtà si fondevano. Facendomi dimenticare di essere un fallito. Di non essere nessuno. Un niente! Un niente che il giorno dopo sarebbe dovuto andare in una merdosa fabbrica per pagarsi il diritto a sopravvivere.

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