Ben cinque romanzi! Scegliete dunque voi come lasciarvi scioccare.

VIOLA COME UN LIVIDO. Primo romanzo di Marco Peluso, pubblicato dalla Damster edizioni. Terzo classificato al concorso nazionale Eroxè Context 2014. Disponibile in formato cartaceo presso le maggiori librerie nazionali, e in digitale su quasi tutti gli store online.
Una storia d’amore atipica. Due persone che non accettano le regole della società, consapevoli però di non poterle sfuggire. Due emarginati che trovano nei propri vizi il modo per fuggire da un mondo odiato. Vizi come il sesso, l’alcool, la voglia di distruggersi.
Un incontro nato nel modo meno romantico possibile porterà due sconosciuti a scoprirsi, fino a trovarsi in un vortice che metterà in crisi tutte le certezze da loro costruite fino a quel momento.
Se cercate una storia d’amore romantica, personaggi eroici e nobili, o patetiche e zuccherose speranze, beh, allora passate oltre. In “Viola come un livido” troverete tutto quanto ogni persona cerca di nascondere nel profondo. La perversione. La violenza. La paura. Lo squallore. La rabbia. La dolcezza. L’amore.
Questa storia non dà speranza né illusioni. Non vi farà sognare né vi insegnerà i sacri misteri per elevare l’anima e i modi per cambiare il mondo, o anche solo riparare un rubinetto. Qui troverete solo una storia d’amore fra due disadattati, senza speranza.

AFFAMATA D’AMORE. Quarto romanzo di Marco Peluso. Pubblicato dalla Damster edizioni. Partecipante al concorso Eroxè Context 2015, e disponibile in formato digitale presso i maggiori store online.
Una storia che prende vita tra i vicoli di una Napoli priva di eroi. La storia di un uomo e una donna. Un uomo e una donna induriti dalla vita. Ormai incapaci di fidarsi del mondo. Perennemente nascosti dietro spesse mura di metallo per essere al sicuro da un mondo che li ha feriti. Rinchiusi nei propri mondi dove nessuno ha davvero accesso. Dove nessuno può davvero vederli. Dove nessuno può toccarli.
Eppure, incontrandosi le roccaforti delle loro difese verranno scosse da un violento terremoto. Da un qualcosa di ormai dimenticato. Qualcosa capace di far battere i loro cuori risvegliando desideri da tempo assopiti.
Un incontro che farà risvegliare le loro più profonde paure. Quelle paure da cui son sempre fuggiti. Ferite mai sanate. Ferite capaci di immobilizzarli, impedendo loro di vivere per davvero.
Ecco, la voglia di fuggire. Di lasciar perdere. Di perdersi!
Eppure, qualcosa in loro li porterà a lottare contro se stessi. Una lotta contro le proprie paure. Contro la paura di soffrire ancora. La paura di illudersi ancora una volta. Lottare contro la paura di amare. Lottare, per sperare ancora. Per credere che la speranza non sia solo un’illusione. Per credere che l’amore non sia solo un dolore.

THE WRITER. Quinto romanzo di Marco Peluso, partecipante al concorso nazionale Eroxè Context 2015. Pubblicato dalla Damster edizioni, e disponibile in formato digitale presso i maggiori store online.
La storia di un uomo che, come tanti, ha visto svanire i suoi sogni. Quei sogni che ognuno aveva da bambino, e che poi, nel tempo sono stati sbranati dalla cruda realtà. “Sei uno dei tanti! Solo un piccolo fallito”.
Ecco, ecco la realtà. Quella voce gli ronza di continuo nella sua mente. Ricordandogli chi è. Riportandolo ad una realtà castrante, soffocante, atroce. Continui lavori umilianti e inutili, proprio come rispondere al telefono a gente di cui non fotte un cazzo di niente. E dover sorridere nel farlo! Sorridere, come se loro fossero i migliori amici.
Un lavoro odiato. Soldi che non bastano mai. Una famiglia che non capisce né sopporta. Donne che gli lacerano il cuore. Gente che lo osserva continuamente con disgusto. E nel mezzo di questa centrifuga, non poter fare niente. Niente! No, niente, se non sentirsi impazzire e continuare a sorridere. Continuare a sopportare, solo per tirare avanti. Solo per sopravvivere.
Questo è la storia di Marco Covello, il protagonista.
Ma la notte tutto cambia. La notte nessuno entra nel mondo di Marco. E può piangere, può urlare, può essere se stesso.
Di notte, il dolore e la rabbia prende vita sui fogli bianchi. Storie che sembrano voler urlare al mondo” Io esisto! Non sono un oggetto!”.
Sì, scrivere ogni notte. Lasciando il mondo reale fuori da una stanza. Dimenticando ogni umiliazione, ogni dolore, ogni cosa che gli soffoca la vita.
Scrivere! Scrivere, per non sentirsi morto.
La storia di una vita dilaniata. Divisa in due. L’illusione di essere qualcosa di più che una formica operaia. Di essere qualcosa di più di un volto tra miliardi di volti. Magari uno scrittore!
Ed ecco infinite pagine scritte. Racconto dopo racconto. Romanzo dopo romanzo. Pubblicazione dopo pubblicazione. Premio dopo premio. La pubblicazione con una grande casa editrice, il punto d’arrivo sognato, agognato.
Ma quel vortice di volti non si ferma. La realtà lo soffoca. Le sue urla sembrano infrangersi contro un muro. E anche quando le cose sembreranno cambiare, quando la speranza sembrerà avere un senso, in lui sempre e solo quella voce. Quella voce che massacra la sua mente.
“Chi ti credi di essere? Non vedi che sei solo un fallito del cazzo?”

FOTTITI. Secondo romanzo di Marco Peluso, pubblicato dalla Damster edizioni, e disponibile in formato digitale presso i maggiori store online.
Una vita inutile, vuota, oziosa, squallida. Una vita come quella di tanti altri pezzi di carne gettati nella centrifuga del mondo. Una vita dove lui incontrerà lei: il suo amore, la sua passione, la sua perdizione.
Un viaggio nel sadismo umano. Nella rabbia di un uomo senza speranze. Un viaggio lungo quel sottilissimo muro che divide l’odio dall’amore. Il bene dal male. Le vittime dai carnefici.

LASCIAMI ENTRARE, terzo romanzo di Marco Peluso, pubblicato dalla Damster edizioni in formato digitale, e disponibile presso i maggiori store online.
Cosa succede quando la vita ti offre un’occasione? Quando la vita ti mette nelle mani l’esistenza di un’altra persona. Quando puoi decidere se essere il salvatore o il distruttore di un’altra vita.
La storia di Tony, di Sofia, di Anna. Il rapporto tra un uomo infimo e una donna viziata. Il rapporto tra una schiava e il proprio padrone. La voglia di mordere, sbranare, umiliare, distruggere. Una relazione dove il confine tra l’essere schiavo o padrone è un qualcosa di sottilissimo, a volte impercettibile.

DI SEGUITO UN ESTRATTO PER OGNI ROMANZO. NON LEGGETE SE VI SCANDALIZZATE FACILMENTE E AMATE LE FAVOLETTE.

VIOLA COME UN LIVIDO
Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando, e stringendola
a me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta
bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire,
dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva.
La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme mi indeboliva
e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile
lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e
baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio.
Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo
un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano
i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede
dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori
sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono
in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le
mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella
come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il
suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci,
sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere
irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche
dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come
sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio
inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non
finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona
che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera
persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento
pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli
adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato
da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
Altro che una troietta da cam desiderosa di cazzo. Lei era pazza!
Era follia pura. Era la risata di un bambino. La perversione di una
puttana. La libertà di un nomade. La tenerezza di una sposa. La
tristezza di un amante abbandonata.
Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi
da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nella
mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non
star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne
sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi
a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare
lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente
Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima
goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi
“ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle
rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.
O magari ce l’avremmo fatta!
«Voglio andare con te in Mongolia» mi disse lei ancora una volta,
sorridendomi. Io le strinsi la mano e gliela baciai. Il cane ci
guardò lì seduto nella cucina e sbadigliò.
Poi Violasan guardò l’orologio appeso al muro. Alessandra divenne
triste. Alessandra tornò! E Viola prese a piangere, nascondendosi
sotto il sorriso di Alessandra.
Dovevamo andare! Il tempo a noi concesso era finito. Presto sarebbe
tornato suo padre, e noi non potevamo stare lì. Non potevamo
dire al mondo intero di aver scopato lì su quel letto. Violasan
lo avrebbe fatto, ma Alessandra no. Marco l’avrebbe fatto, ma il
fidanzato di Alessandra no. E così per stare ancora assieme lì in
quella casa, lì in quel mondo, lì in quell’universo, dovemmo chiudere
quel nostro sogno e uscire fuori di casa, in cerca di un nuovo
posto dove sognare.

AFFAMATA D’AMORE
Finii di leggere e la fissai, stringendola forte a me e accarezzandole il viso.
Era una cosa scritta da lei! Qualcosa che parlava di lei. Pagine in cui stavano scolpite le sue lacrime.
Dio, quasi mi venne voglia di piangere!
Gli occhi diventarono lucidi. Sentii un forte nodo stringermi la gola. E un macigno contro al petto, così pesante che sembrava quasi mi stesse schiacciando la gabbia toracica.
Risentivo nella mia testa tutte le parole appena lette. Le vedevo nitide e in movimento davanti a me. Vive. Incisive. Lancinanti.
Il suo volto da brava ragazza squarciato da un doloroso sorriso, quando un crudele missile lacerava le sue membra.
Rividi il dolore da lei vissuto. Immobile. Un oggetto da usare. Una bambolina con cui giocare. Un peluche da fingere di amare.
Le sue lacrime invisibili. I baci dati per non urlare. Gli amplessi sopportati per non impazzire.
Solo gelo. Metallo glaciale. Un dolore ormai anestetizzato dalla rassegnazione. Dalla rassegnazione di essere sola. Un puntino microscopico in un mondo troppo grande. Un mondo di bestie affamate e senza occhi. Di fauni diabolici armati di lanciafiamme.
Sì, quello era il suo volto. Il suo vero volto. Un volto da bambina ferita celato dietro un sorriso iperattivo. Nascosto dietro il suo fare arrogante e pieno di sicurezza. Una bambola senza volto né nome. Un nessuno, per tutti. Solo un manichino! Qualcuno di mai visto. Qualcuno di mai conosciuto, e dunque mai amato.
La stavo vedendo. Finalmente la stavo vedendo! Come mai mi sarebbe stato concesso in mille amplessi. Come mai avrei potuto fare con mille baci.
Ero lì, nudo al suo fianco. Nudo come lei, mentre stretta a me conficcava le sue piccole dita nel mio petto.
Lasciai poi cadere la birra a terra, concentrandomi solo su di lei. Non pensando ad altro che a lei.
<< Elisa >> le dissi, con un filo di voce.
Lei alzò lo sguardo verso di me. Fissandomi intensamente. Guardandomi come se attendesse da me una benedizione o una condanna.
Ma non dissi nulla!
La baciai e poi la strinsi a me. Accarezzandola e baciandola ancora. Celando in me quel segreto. Non capendolo. Non accettandolo. Trattenendolo con tutte le forze che mi restavano in corpo.
Poi mi guardai attorno, senza neanche muovere un muscolo. Rimanendo lì accanto a lei.
La casa era davvero un cesso!
Cioè, non che fosse una novità. La mia casa era sempre ridotta peggio di un campo Rom. Ma la cosa strana era che lei stava lì con me, e non mi stava rompendo le palle per mettere in ordine, né tanto meno per il mio bere e fumare.
No, il suo cielo non era più colorato di cemento, e nessun missile l’aveva penetrata per siglare un atto notarile.
Era libera. Libera di essere se stessa. E io ero libero di essere me stesso.
Lei poteva essere la stronzetta arrogante e dispettosa. Io potevo essere l’ubriacone asociale e cinico. Lei poteva essere la bambina fragile e desiderosa di amore. Io potevo essere tenero, senza timore di venir ferito.
Ci volevamo così. Ci andava bene. E forse quella era la vera magia. Ciò che ci faceva star bene! Il non doverci affannare per reggere una maschera. Il poter star finalmente nudi l’uno al cospetto dell’altro. Senza temere di mostrare le nostre debolezze. Senza aver paura di essere noi stessi.
Poi mi uscirono delle parole. Forse stupide. Forse inappropriate.
<< Parla del tuo ex? >> le chiesi. E lei di colpo divenne seria. Affondando le dita nelle mie carni e poggiando il capo sulla mia spalla.
L’accarezzai ancora. Senza insistere. Senza pretendere una risposta.
Poi la risposta arrivò dal nulla. Dopo lunghi secondi d’attesa.
<< Sì, parla di un mio ex. Ma non di quello di cui ti ho parlato >>
Io annuii, abbozzando un triste sorriso e accarezzandola.
<< Mi dispiace! >>
Lei alzò lo sguardo. Sorrise teneramente e mi diede una carezza sul viso.
<< E di cosa? >> disse, per poi poggiare la sua testa sul mio petto nudo << In fondo tutti soffriamo. Chi più chi meno! E ormai non me ne curo neanche più >>
Sospirò, chiudendo gli occhi come se volesse piangere, mentre delicatamente accarezzava il mio petto.
<< La gente ti osserva, ma non ti vede. Ti vogliono, ma per loro non sei che un oggetto. Un oggetto da usare, anche quando tu cerchi di aiutarli. E mentre ti usano, neanche vedono il male che ti fanno. Le violenze psicologiche recate, quando cercano di cambiarti. Le pressioni. Insulti celati. La pretesa di averti sempre e come vogliono, e di far di te ciò che vogliono >>
Sospirò ancora, aprendo gli occhi e fissando il vuoto davanti a lei.
<< Nel tempo, pensi quasi di meritarle certe cose. Dunque ti ci butti a capofitto. Le alimenti, persino. E il risultato? Beh, tutti ti vedono come ciò che credevano tu fossi. Una da portare nel cesso di una discoteca, alzarle la gonna, e sbatterla contro la parete di un cesso per piantarglielo dentro. E tu non senti che delle spinte. Una, due, tre, dieci, al massimo venti. Poi non senti più neanche quelle! Senti solo il vuoto dentro di te. Un vuoto che ti stringe lo stomaco. Qualcosa che ti fa persino passare la voglia di mangiare. Perché sai di essere tu stessa il cibo! E ogni morso dato, ti ricorda i morsi che hanno dato a te. Da sempre! In ogni modo possibile >>
Si tirò su, mettendosi a sedere con le gambe incrociate e mantenendosi i piedini con le sue piccole mani.
<< Da piccola, mio padre non c’era mai. Pensava solo a lavorare. E presto, pensai persino che avesse un’amante >>
Fece un attimo di silenzio, guardando il vuoto. Fissando i suoi piedi senza vedere altro che il nulla, oppure quel dolore che l’aveva plasmata.
<< A volte neanche ricordava il mio nome >> riprese << Io lo odiavo! Odiavo lui e quella famiglia fredda in cui vivevo. Sentivo il gelo della formalità avvolgermi. La figura di mio padre opprimermi. Come se lui fosse un gigante, e io un niente incapace di raggiungerlo. Di raggiungere il grande e sommo Re della famiglia Pellino >>
Mollò i suoi piccoli piedi e lentamente si lasciò cadere contro la mia spalla. Protetta dalla mia stretta.
<< Così, capisci di non essere niente. Nessuno! Qualcosa d’imperfetto. Qualcosa d’invisibile. E allora cominci a fuggire! Vuoi sballarti, dimenticare, non vedere, o forse urlare che esisti. E facendolo, ti metti nella merda. T’incasini sempre di più. Tutto diventa confuso. Sei sempre stordita. Non sai neanche cos’è vero e cosa e no. Non ti riconosci neanche più! >>
Ansimò, stringendomi e accarezzando il mio petto.
<< Poi accadde quello che già ti ho detto. A quindici anni. Solo la punta dell’iceberg che cresceva in me. E hai la conferma di non essere niente. Di non valere niente. E nello stesso tempo, quel vuoto che ti porti dentro aumenta a dismisura. Una voragine che nessun cibo può colmare. Al punto che cominci a rifiutare te stessa. A non volerti. A vedere la tua immagine distorta in uno specchio. A non capire neanche se esisti per davvero >>
Poi, rimase in silenzio. Tra le mie braccia. Stretta a me, mentre io l’accarezzavo.
Cosa stava cercando di dirmi? Cosa aveva vissuto? Quale dolore l’aveva spenta come una candela consumata?
Era quella la Elisa che avevo conosciuto? Quella ragazza pimpante, piena di vitalità. Quella ragazza che sembrava capace di frantumare il mondo. Quella ragazza che sembrava invincibile come Wonder Woman.
La sua baldanza era ormai svanita del tutto. Non restava che una bambina desiderosa di affetto, lì tra le mie braccia. Una bambina che forse avrebbe tanto voluto piangere. Una bambina che forse avrebbe avuto bisogno di piangere!
Ma non ero suo padre, né tanto meno il suo psicologo o un cazzo di guru. Non sapevo neanche se fossi o meno il suo uomo. Non ero nessuno. Non ero niente! E come tale, non le chiesi niente. Rimasi lì fermo a stringerla. Stretto a lei. Desiderando solo di farla felice. Non di darle consigli! No, non di elargire inutili consigli. Ma solo di stare con lei! Vicino a lei. Senza pretendere niente. Senza chiederle di fare niente. Solo con lei! Senza lasciarla sola. Essendo presente. Essendo suo. Non lasciandola più sola.
Chissà, forse lei lo intuì. O forse, leggendo per davvero il mio romanzo, aveva imparato a conoscermi per davvero.
Le sue dita affondarono di più nella mia carne. Il suo volto si sollevò, portando le labbra contro le mie e sorridendo.
<< Niente! Giusto? >> sussurrò, come se avesse letto nella mia mente << Proprio come nel tuo romanzo. Quando Alessandra ti mostrò il suo dolore. Quando tu le chiedesti cosa avesse, e lei ti rispose “niente” >>
Mi baciò dolcemente. La mia mano strinse la sua testa, e le dita s’insinuarono nei suoi capelli.
Poi si scostò di un po’. Sorrise ancora. Una strana luce brillava nei suoi occhi, e forse anche nei miei.
<< E tu non volesti sapere di cosa si trattasse >> riprese, accarezzandomi il viso e poi dando piccoli e delicati baci alle mie labbra << Non volevi invaderla. Non volevi penetrarla. Non volevi cambiarla >>
<< Beh, mi sembra normale! >> le risposi, senza smettere di accarezzarla.
Lei adagiò il suo viso contro al mio e sospirò.
<< No, non sempre lo è. La gente vuole sempre trovare un modo per salvarti. Non che a loro importi di te. A loro importa di essere migliori di te, riuscendoti a salvare. E non importa a quale prezzo! Ti vivisezionano pur d’imprimere in te il loro sigillo. Sono disposti a plasmarti. A dirti cos’è giusto e cos’è sbagliato. A fotterti la mente con il loro pensiero. A confonderti di più. Distruggerti di più >>
Lasciò cadere il capo sul mio petto, accarezzando delicatamente la mia pancia.
<< Un tempo credevo anch’io di essere Dio! >> riprese, chiudendo gli occhi, e senza smettere di accarezzarmi << Pretendevo che tutti mi dicessero cosa avessero. Davo loro consigli. Inconsapevolmente per riempire quel vuoto che mi portavo dentro. E infine, facendomi sbranare da chi cercavo di aiutare. Ritrovandomi peggio di prima. Più confusa di prima. Più fragile di prima >>
Si alzò lentamente. Si mise a sedere, poggiando le mani contro la testa.
Rimase ferma per qualche istante. Mentre io l’accarezzavo. Desideroso di aiutarla. Desideroso di capirla. Desideroso di entrare nel suo mondo.
Poi tolse le mani dal viso. Si girò verso di me. Abbozzò un amaro sorriso e mi diede una carezza.
<< Ho bisogno di un po’ d’acqua >> mi disse, alzandosi dal divano. Mettendosi in piedi, nuda davanti a me. Piccola e fragile come una bambina. Simile a un piccolo gattino indifeso che miagola nella notte, senza essere ascoltato da nessuno.
La vidi allontanarsi lentamente. In quella lercia stanza, fino a uscirne.
Mi alzai dal divano. Afferrai la birra e le diedi un sorso, restando qualche istante in piedi a fissare l’uscio della porta innanzi a me. Come stordito. Frastornato dalle sue parole. Ancora trapassato dalla sua presenza. Dal suo essere. Da quel suo volto che finalmente avevo visto.
Mandai giù ancora altra birra. Poi raccolsi le sigarette dal divano. Ne ficcai una in bocca e l’accesi, per poi dirigermi finalmente verso la porta d’ingresso del soggiorno.
Raggiunsi Elisa in cucina. La bottiglia d’acqua era sul tavolo, assieme ai piatti sporchi e altra roba.
Lei era davanti alla porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
<< Marco, ti devo dire una cosa >> sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di Sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
Diedi un forte sorso, quasi dimezzandola, e sotto lo sguardo triste di Elisa, avanzai verso di lei. Sorpassandola. Raggiungendo il tavolo. Prendendo una sigaretta, per poi ficcarmela in bocca e accenderla.
Mi girai lentamente. Guardandola. Continuando a bere e fumando.
Ma non ebbi il coraggio di incrociare oltre il suo sguardo.
Chinai la testa. Bevendo e fumando. Pensando solo alla stessa cosa. Un pensiero ridondante nella mia testa, simile a un pistone metallico che si muoveva freneticamente.
C’è un altro, c’è un altro, c’è un altro.
Ecco la sola verità! E tu, povero stronzo, avevi pensato che tutto fosse vero. Che lei fosse vera. Che quel vostro patetico sogno fosse vero.
No, lei ti ha usato! Sei stato solo un buon vibratore. Solo un contenitore di emozioni. Solo qualcosa utile per sfuggire alla noia, proprio come una ridicola rivista di gossip.
E ora lei tornerà da lui. Sì, ti dirà qualche cazzata. Fingerà di essere dispiaciuta. Magari ti chiederà anche perdono o ti dirà cazzate del tipo “Proprio tu non lo meritavi. Tu sei un uomo speciale! Non è colpa mia, ma tua. Io sono confusa! Non sto bene con me stessa, come potrei mai far star bene te. Perdonami!”, e poi tra qualche ora andrà a farsi sfondare la fica da un altro. Fottendosene di quel suo dolore. Di ogni senso di colpa. Di ogni frase pseudo profonda vomitata solo per nettarsi il culo.
Cose già viste. Cose già vissute. E in fondo, povera testa di cazzo, dovresti essere felice che sia successo ora. Magari sarebbe potuto succedere dopo mesi o anni. Sì, lo sai bene, testa di cazzo. Magari lei ti avrebbe telefonato dicendoti “Dobbiamo parlare”, confessandoti di essersi fatta sbattere da un altro. Magari mentre tu stavi sgobbando a lavoro, oppure, come un vero coglione, mentre le stavi facendo qualche regalo.
Ma intanto, in quei pochi secondi, tutti quei pensieri che ronzavano nella mia mente non riuscirono minimamente a tranquillizzarmi. Anzi, decine di bombe atomiche esplodevano nella mia testa. Distruggendo il mio cervello. Devastando ogni parte di me.
Ma trovai comunque il coraggio, dopo un terzo sorso alla mia birra. Svuotando del tutto la bottiglia e poggiandola sul tavolo.
<< Okay, ho capito. Dì pure tutto in fretta! >> le dissi con tono duro e pieno di rabbia.
Lei mi guardò con aria triste e al tempo stesso perplessa. Si avvicinò a me. Mi prese la mano ma io tal tirai via di colpo.
<< Marco, non è quello che credi >> sospirò, afferrandomi di nuovo la mano << Non riguarda noi. Cioè, in un certo senso riguarda anche noi. Ma non come credi! >>
Chinò il capo, poggiando la mia mano contro al suo petto, mentre io stavo lì in piedi. Confuso. Senza capire cosa cazzo stava succedendo.
Poi ecco la chiarezza!

THE WRITER
Andai al pc, e non per scrivere. No. Quanto per continuare le mie pubbliche relazioni. Per postare qualche estratto del mio romanzo. Qualche foto della copertina. Qualche post atto a incrementare le vendite inesistenti.
E chi rispose?
I soliti!
Gente che non aveva mai letto niente di mio. Scrittori che non avevano mai letto niente di mio. Sconosciuti che non avevano mai letto niente di mio.
I soli a non congratularsi furono i miei pochi amici. Loro che sapevano bene quanto mi facessero schifo tutti quei fasulli convenevoli.
Eppure ero proprio nel mezzo di quella farsa!
Sì, ero l’amico di tutti. Dispensavo “grazie” a palate. Ridevo con tutti. Parlavo con tutti. Invitavo tutti a comprare il mio libro per poi darmi un’opinione.
<< Che uomo senza palle! >> sentii rimbombare attorno a me.
Io mi alzai di scatto, guardando attorno a me con aria spaventata.
Una risata avvolse tutto. Mi penetrò. Mi lacerò. Mentre con aria sconvolta continuavo a fissare quella stanza simile a un campo Rom.
<< Quegli stronzi non compreranno mai una sola copia del tuo libro. Lo sai, vero? >> riprese quella voce.
<< Chiudi quella cazzo di bocca! >> urlai, dando un calcio alle mie scarpe lì sul pavimento.
La mia gatta scappò via. Quella voce prese a ridere ancora.
<< Lo scrittore dannato! >> esclamò ridendosela.
Io caddi in ginocchio. Con il volto rivolto al pavimento. Ansimando e mantenendomi la testa.
<< Ma guardati! >> udii ancora << Uno stronzetto che fa tanto l’emarginato, e poi sta a chattare su di un cazzo di social network. Gli scrittori che piacciono a te non hanno mai fatto simili merdate da checca! >>
<< Che cazzo ne sai tu? >> urlai, alzando la testa verso il vuoto.
Quella voce scoppiò nuovamente a ridere, rimbombando per tutta la stanza.
Poi smise di colpo. Svanendo. Lasciandomi la da solo, in ginocchio, stravolto da mille pensieri indefiniti. Mille pensieri che si muovevano nel mio cervello come fossero locuste impazzite.
Mi alzai lentamente. Respirando a fatica e fissando il nulla. Bevendo lentamente la mia birra.
Poi un altro tuono!
<< La tua merda non piacerà mai a nessuno! >> udii ancora.
Digrignai i denti e strinsi i pugni, brandendo la bottiglia nella mia destra.
<< Basta! >> strillai, scaraventando la bottiglia contro a un muro.
I vetri volarono in ogni dove. Spargendosi tra la sporcizia nella mia camera.
Io rimasi lì fermo a fissarli. Sembravano lacrime pietrificate! Il mio pianto ghiacciato da un gelido dolore.
Le fissai ancora un po’.
Cristo santo! Avevo voglia di spaccare tutto. Voglia di gettare bombe atomiche contro al mondo intero. Voglia di spezzare il collo a ogni bambino Africano. Di spellare vive tutte le foche. Di dare fuoco ai negozi di piccoli imprenditori. Stuprare le figlie sedicenni di chi si fosse rifiutato di apprezzare i miei scritti.
Ero una bestia! Ero il male puro. Ero rabbia in carne e ossa.
Sentivo le vene pulsare nel mio corpo. La pressione sanguigna irrompere nelle mie arterie fin quasi a spaccarle. La mia testa palpitare come un tamburo. I miei denti digrignarsi tra essi così forte come se si stessero spaccando.
Diedi un pugno contro al muro. Violentemente. Sentendo il braccio vibrare per il forte colpo.
Restai fermo per qualche secondo. Fissando il muro davanti a me e, lentamente, allontanando il braccio.
Non era cambiato niente! Il mondo era ancora intatto. La realtà vivida e presente.
La mia rabbia non era servita a niente!
Così cercai di calmarmi, consapevole di essere fottuto. Che quella pubblicazione mi aveva dato un’ulteriore conferma di essere Mr Nessuno.
Andai in cucina e preparai da mangiare, bevendo intanto un’altra birra. Poi, verso le sette di sera, affamato come non mai, mi misi al pc mangiando la mia pasta e rispondendo a tutti i miei fasulli fan e ai miei nuovi amici scrittori.
Feci tutto meccanicamente. Mangiare, rispondere, scrivere, sorridere: tutto meccanicamente! Come se non fossi io a farlo. Come se al posto mio ci fosse un robot programmato per farlo.
E passai così quasi tutta la serata. Bevendo, fumando. Senza scrivere nessuna nuova storia! Perso nel nulla. Cercando solo un modo per far decollare quel mio romanzo. Un modo per tirarmi fuori da quella schifosa esistenza. Per avere finalmente quella gloria e quel successo che tutti in un modo o in un altro desiderano.
Sì, anche io! Io, il disadattato. Quello a cui non fotteva un cazzo di apparire, piacere, essere voluto bene.

FOTTITI
Ecco, ero nella notte, da solo! Da solo in mezzo a quel merdoso mondo. Da solo in mezzo a centinaia di facce sorridenti. In mezzo a facce buone. Facce profonde. Facce simili alle insignificanti facce che probabilmente stavano ancora lì nel cesso con la piccola Monia.
Puttana! Pensai attraversando quella gente. Attraversandola, mentre bevevo la mia birra. Attraversandola con in corpo la sola voglia di ammazzare a randellate ogni singolo coglione lì per strada.
Già, gelosia! Ecco cosa avevo in corpo. Ero geloso di Monia. Geloso di averla vista con altri. Geloso di averla vista succhiare altri cazzi. Geloso che lei non fosse solo mia.
Che stronzo! Lei non era mia, e io non ero suo.
A stento conoscevo il suo nome e lei il mio.
Eravamo due sconosciuti. Due sconosciuti e non altro. Non eravamo né una coppia né due individui che si stavano frequentando. Non eravamo di certo né Brad Pitt e Angelina Jolie, tanto meno Romeo e Giulietta.
Eravamo solo due sconosciuti che avevano scopato, né più né meno.
Eppure in me sentivo forte la rabbia verso di lei, verso quei tre, verso il mondo intero.
Sì, avevo voglia di girare per le strade con un fottuto lancia fiamme. Volevo mordere alla gola ogni stronzo lì in mezzo. Fottere a sangue il culo di ogni troietta sorridente. Sbudellare le dolci mammine e sbranare i loro mocciosi ficcati nelle carrozzine.
Ecco, ero puro male. Ero l’occhio di Sauron che gettava fuoco su ogni stronzo. Ero la vendetta di Dart Fener contro Ian Solo.
Sì, ero Ted Bundy, David Berkowitz, Dean Corll e Juan Vallejo Corona. Ero Aileen Wuornos, Waltraud Wagner, Erzsébet Báthory, Leonarda Cianciulli, Vera Renczi, Amelia Dyer, Belle Gunness, Mary Cotton.
Ero la nuova apocalisse che si abbatteva sull’intero mondo. Ero il settimo sigillo appena aperto. Ero la vendetta del Diavolo su Dio. Ero Terminator che veniva a fare il culo a tutti i fottuti esseri umani.
Ero… ero… ero, solo un stronzo!
Sì, un inutile e patetico stronzo.
Non potevo fare un cazzo! Non potevo cancellare quella sborra sul suo viso, né uccidere lei e l’intero genere umano.
Potevo solo star male. Solo camminare nella notte, ubriacandomi e covando in me i più brutali e devastanti sentimenti.
Svoltai in un vicolo stretto e buio con la sola voglia di ubriacarmi, sapendo che non avrei potuto fare altro quella notte. Sapendo che, in ogni notte della mia vita, non avrei potuto fare altro per dar sfogo alla mia rabbia.
Ed ecco senso di vuoto. Respiro affannato. Fitte nelle guance, attorno agli occhi e nella fronte.
Senso di soffocamento. Battiti accelerati. Atroci fitte al petto.
Un attacco di panico, avrebbero detto gli psicologi. Paura di affrontare una situazione che sfugge al proprio controllo.
Ma io sentivo tutto vivo e intenso nel mio corpo. Sentivo quella ragnatela di fili metallici all’interno della mia faccia. Sentivo quelle pugnalate al petto, quegli spilli nel braccio sinistro, quella grossa mano che mi stringeva la gola fino a soffocarmi.
Stavo morendo. Stavo impazzendo. E accelerai il passo. Accelerai il passo ficcandomi in quel vicolo buio. In un vicolo privo di negozi. Privo di insegne luminose. In un vicolo dove tutte le finestre dei palazzi erano buie. Dove tutta la gente dormiva nei propri letti, o forse era per strada a ridersela, come tutta quell’altra gente fuori da quello schifoso vicolo.
Io non avevo niente da sorridere invece.
No, me ne stavo appoggiato a un’auto fumando la mia cicca e tossendo. Bevendo la mia birra e fissando il vuoto.
Poi ecco dei passi. Passi di tacchi. Passi familiari.
Era lei!
Sì, la vidi venire verso di me, con aria sorridente, e senza più sborra sul bel faccino.
La sentii avvicinarsi sempre di più. Vidi quel suo sorriso avvicinarsi sempre di più a me. Entrarmi sempre più dentro. Raggiungere le mie membra, il mio cuore, il mio cervello, la mia anima.
Ero fottuto! E cosa voleva ora da me? Voleva il mio perdono? Voleva essere capita, amata, accettata?
Cosa?
Perché dopo quanto aveva fatto, dopo aver succhiato tre grossi cazzi proprio davanti ai miei occhi, ora veniva da me? Veniva da me, con quella sua aria innocente. Sorridendo, come una bimba che aveva fatto cadere al suolo un vaso prezioso. Magari il ricordo di famiglia lasciato da qualche stracazzo di bisnonna.
E io cosa avrei fatto? L’avrei perdonata? L’avrei stretta? L’avrei amata?
Forse, forse sì! Ma nel farlo l’avrei odiata. Nel farlo, non avrei dimenticato. Nel farlo, avrei desiderato di ucciderla anche solo guardandola. Avrei desiderato di strapparle le labbra a ogni bacio dato. Avrei desiderato sbudellarla a mani nude ogni volta che l’avrei avuta, ogni volta che avrei cercato di accoltellarle l’anima a colpi di cazzo.
Ed eccola, lì davanti a me, a due centimetri da me. Faccia a faccia. Lì a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Lì a sorridermi come se niente fosse successo.
Io diedi un altro sorso alla mia birra. Poi un altro ancora.
Restai lì immobile appoggiato a un’auto, alzando e abbassando la bottiglia di continuo.
Rabbia, odio, vendetta.
Il suo volto era quello di un coniglietto pasquale da sbranare. Quello di un folletto di Babbo Natale da spellare.
Era tutti i regali di Natale ricevuti e mai desiderati. Era l’uovo di Pasqua sbagliato; quello fondente, e non con cioccolato al latte.
Lei era lo zaino da scuola di sottomarca. Il grembiulino economico indossato il primo giorno di scuola, lì in una classe piena di mocciosi con addosso un bel grembiulino della Standa, e io in un angolo con la vergogna sul volto. La rabbia sul volto.
Emarginazione, derisione, umiliazione.
Voglia di uccidere tutti quei merdosi mocciosi. Voglia di uccidere quella vecchia troia di una maestra. Voglia di uccidere quella puttana di mia madre che mi aveva ficcato in quella situazione.
E lei era i bambini. Lei era la maestra. Lei era quella puttana di mia madre.
Un senso di rabbia e odio a lungo represso avrebbero detto gli psicologi.
Mia madre era dura con me e io la odiavo per questo. E odiavo mio padre sempre assente per lavoro. Odiavo mia sorella che derideva la mia stupidità
Giocattoli di seconda mano. Vestiti di seconda mano. Affetto di seconda mano.
Odio, rabbia. Devono morire tutti! Devono morire tutti! E intanto sorrisi fasulli. Buoni voti per far contento papà, e andare in chiesa la domenica per fare felice la mamma.
E ancora odio, rabbia, voglia di uccidere, voglia di sbranare.
Sadismo allo stato puro!
Sangue e budella nella mia mente. Cadaveri in ogni lembo della mia anima. E lei era la causa, lei era il movente. Lei era la vittima sacrificale. Lei era il boia da punire. E lei stava davanti a me. Lì, sorridente, deridendo la mia miseria. Deridendo la mia vergogna. Deridendo il mio ennesimo fallimento.
Esplosi!
Le atomiche esplodevano in ogni dove.
«Togliti quel cazzo di sorriso dalla bocca, troia!» le urlai contro, scaraventando la mia cazzo di bottiglia contro di lei.
Trauma cranico con frattura occipitale. Tempo medio di morte: dai tre minuti alle due ore, salvo coma farmacologico.
Sì, sarebbe stato bello! Ma quella bottiglia volò oltre di lei, sfracellandosi contro un muro. E un gatto guizzò fuori da un cassonetto uscendo da quel cazzo di vicolo. Un cane abbaiò con forza da chissà dove. Della gente sorrise. Lei si voltò a guardare quei pezzi di vetro a terra, lì vicino al muro. Io gettai la cicca a terra, e con gli occhi iniettati di sangue mi scagliai contro di lei.
«Ora te lo tolgo io quel sorriso del cazzo dalla faccia, schifosa puttana» presi a gridare, afferrandola per la gola e trascinandola contro un auto.
Ed ecco lì la mia preda. La mia vittima sacrificale. Il mio piccolo Isacco pronto a essere scannato.
Eccola lì, stesa sul cofano di un auto, con la faccia sul cofano di una Fiat Punto del duemila e otto, o forse del duemila e sette.
Lì, immobile, inerme, con la mia mano che le spiaccicava la faccia contro il cofano dell’auto. Le tette sul cofano dell’auto, e quel piccolo e sodo culo proprio contro al mio cazzo.
Le alzai di colpo quel vestito da troia e le spostai le mutandine rosa. Quelle mutandine rosa di chissà quale altra troia.
«Ti faccio vedere io come si trattano le troie come te, lurida schifosa» dissi, continuando a mantenerla per la testa e tirando fuori il mio cazzo.
E lo tirai fuori. Lo tirai fuori grosso e duro. Pronto a chiavarla. Pronto a sfondarla. Pronto a punirla.
Sì, era svanita ormai l’impotenza. Il mio cuore pulsava sangue rabbioso in tutte le mie vene, gonfiando il mio cazzo d’infernale rabbia.
«Preparati troia» gridai, poggiandoglielo tra le chiappe. E mollai il collo un attimo. Giusto un attimo. Giusto il tempo di appoggiarle bene il cazzo contro il buco del culo.
Lei cercò di liberarsi.
«Che cazzo fai?» urlò, quasi piangendo.
Io le schiacciai di nuovo la testa contro quel fottuto cofano di metallo. Fece un boato! Un suono sordo e metallico.
«Dai troia. Che ti piace in culo!» urlai, continuando a tenerla ferma, e spingendole il cazzo contro al culo. Contro al buco del culo.
Lei prese a digrignare i denti. Come a voler urlare. Come a voler piangere.
Io presi a spingere più forte. Ridendo con aria malefica. Con la bava alla bocca.
«Ora lo sentirai tutto, puttana!»
Lei lanciò un grido in quel vicolo. Lanciò un grido in quella strana notte. In quella notte come tante. Come tante notti passate. Come tante notti future.
«Zitta troia!» urlai, spingendolo più forte. «Lo senti, vero? Dillo che lo senti tutto, vacca.»
E ancora un colpo. Il mio cazzo dentro al suo culo. Lei che stringeva i pugni lì su quel cofano. Lì, sentendo il mio cazzo entrarle su per il culo. Sentendo già la cappella del tutto dentro. Sentendo quel pezzo di carne che le apriva il culo, e senza poter fare un cazzo di niente per liberarsene.
Ed ecco ancora un colpo secco. Un colpo secco come una coltellata.
Lei urlò. Io lasciai la presa e le strinsi le chiappe. Le strinsi le chiappe come a volergliele stracciare via dal corpo. Le strinsi le chiappe, mentre la tenevo inchiodata a quel pezzo di ferro. Inchiodata a quell’auto con il mio cazzo.
E via con la prima spinta. Un colpo forte! Così forte come a volerle raggiungere lo stomaco con il cazzo.
Lei si ficcò un pugno in bocca. Strinse i denti dal dolore. Strinse i denti, sentendo quell’affare muoversi con colpi forti e secchi lì nel suo piccolo culetto.
E ancora un colpo. Un colpo forte. Un colpo secco.
Il suo culo bagnato di sangue. La sua carne contro la mia. Le mie mani che stringevano le sue chiappe.
«Prendilo! Prendilo tutto, troia» urlai, cominciando a sbatterglielo dentro con più forza. Sempre più velocemente. Sempre più velocemente.
E lei continuava a mordersi il pugno. Continuava a starsene lì stesa su quel cofano in balia del mio cazzo, in balia del mio odio. E ogni colpo del mio cazzo era una pugnalata contro di lei. Era una pugnalata contro il mondo. Una pugnalata contro ogni donna.
Sì, la vendetta era completa. Lei era sottomessa a me. Lei era sottomessa al mio cazzo.
E continuavo a punirla con le tavole della legge: la mia legge! La sola legge che per me fosse giusta. La sola legge capace di donarmi la liberazione.
Poi ancora le sue chiappe tra le mie mani. Botte di cazzo nel suo culo. Botte di cazzo sempre più veloci, mentre la mia bava le colava sulle chiappe, e la pelle sanguinolenta del suo buco del culo mi stringeva il cazzo.
Un gatto fuggì da quel vicolo. Una luce si accese da una finestra, probabilmente di un qualche cesso, e le risate della gente fuori da quel vicolo continuavano a invadere la notte. Le risate della gente fuori da quel nostro mondo.
Lei strinse ancora i pugni. Io diedi un colpo più forte. Un colpo così forte che sentii il sangue uscire dal suo culo fino a coprirle le chiappe.
«Troia!» urlai, alzando lo sguardo al cielo, proprio come quei tre stronzi nel cesso.
Ed eccola la sborra!
Ecco la liberazione. Il fuoco purificante della Geenna.
Sì, la mia sborra sprizzava dal mio cazzo. Sprizzava copiosa e densa. Calda e potente, fino a riempire il suo culetto.
E io mi sentivo finalmente forte. Finalmente libero. Finalmente onnipotente.
Ma non durò molto!
No, abbassai lo sguardo e la fissai. La guardai, lì, stesa su quel coso. Ormai inerme. Ormai rassegnata. Ormai fredda. Ormai spenta.
Non ci stava più niente da violentare in quel corpo. Non ci stava più niente da uccidere in quel corpo. Non ci stava neanche più quel corpo.
Lo tirai fuori. Glielo sfilai dal culo lentamente, vedendo la mia sborra mista a sangue scorrere dalle sue chiappe.
Glielo sfilai dal cuore lentamente, senza sentire più nessuna pulsazione. Senza sentire più niente di vivo lì in quel vicolo buio.
Me lo rimisi dentro, senza dire niente, senza fare un cazzo. Solo restando fermo contro un’auto. Davanti a lei. Fissando quel suo culo aperto che grondava sborra e sangue.
Lei restò qualche istante così. La luna entrava appena in quel vicolo, illuminando le sue chiappe.
Sembrava un cadavere!
Sì, un cadavere lasciato lì a decomporsi.
Poi si mosse. Da prima mosse le mani, ancora strette. Poi si alzò lentamente. Molto lentamente.
Si rimise in piedi, barcollando. Si rimise in piedi come se niente fosse successo. Come se niente fosse cambiato.
Prese un fazzoletto dalla sua borsetta e se lo passò tra le chiappe.
Gettò quell’affare sporco di sborra e sangue per terra. Una blatta ci passò vicino, come per annusarlo. Poi guizzò via nella notte. Lei si risistemò. Aggiustò le mutandine e abbassò il vestito. E lentamente venne verso di me.
Si avvicinò a me, lentamente, con le gambe ancora aperte.
Mi fu faccia a faccia. Io accesi una cicca, non provando il minimo risentimento. Non sentendo più niente nel mio corpo, neanche odio!
Lei tirò fuori due birre dalla borsetta. Due birre e un apribottiglie.
Le stappò. Tenne una per sé e passò un’altra a me.
Io l’afferrai. L’afferrai, guardando lei.
Diedi un sorso alla mia birra. Lei uno alla sua. La luna non sembrava più illuminare quel posto. La luna era sparita da quel vicolo. La luna era sparita dal mondo.
Eravamo solo noi lì. Solo noi al mondo. E lei continuava a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Ora senza più sorridere. Solo con una gelida espressione di morte sul volto. Come se con il mio cazzo non avessi rotto solo il suo culo, ma anche la sua anima. Come se con quel mio cazzo non avessi violentato solo il suo culo, ma anche quell’ultimo barlume di umanità nel suo corpo adibito a contenitore di cazzi.
Poi si voltò di colpo, facendo due passi in avanti.
«Andiamo a casa» mi disse, senza neanche voltarsi. E io non risposi. Io restai lì a bere la mia birra in silenzio, per poi muovermi da quel rottame, prendendo a seguirla.
Già, avevo vinto!
Avevo sfondato le sue difese. Avevo piegato la sua baldanza. E lei era la mia schiava. Era la mia puttana. Era la mia troietta sfondata.
Ero il suo padrone. Ero il suo paparino. Il suo sovrano. Il suo unico imperatore.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Un senso di sadismo nato dal rifiuto di ogni donna, che aveva portato in me il desiderio di possedere analmente la mia compagna. Di sentirmi il suo unico padrone. Di umiliarla e sottometterla.
Vedi anche gli articoli sull’eiaculazione precoce e sugli uomini con scarsi risultati in fatto di donne durante l’adolescenza. Troverai il nome di Peter Nirsch. Quello di Harold F. Shipman. Il nome di Sweeney Todd e quello di Pedro Alonso López.
E io ero uno di loro! Ero un potenziale serial killer. Un futuro sterminatori di nazioni. Un uomo che avrebbe strappato dal grembo delle loro madri i bambini all’ottavo mese.
Eppure quella vendetta non mi aveva donato alcuna pace.
No, ero solo vuoto. Mi sentivo vuoto, inutile, senza più nessuna missione spaziale da compiere.
Vedevo la mia preda, la donna che mi aveva umiliato, lì davanti a me, lì a camminare gelida come un cadavere.
Cosa avevo conquistato? Quale mondo avevo trovato?
Niente! Il vuoto, solo questo provavo.
E ancora un passo. Ancora un sorso di birra.
Che ore erano? Dove ci trovavamo?
Niente! Il tempo era scomparso. Il mondo era scomparso. Ci stavamo solo noi. Ancora una volta, solo noi. E usciti da quel vicolo, attraversato quel mondo di gente sorridente, ci trovammo di nuovo a Piazza Garibaldi, in quella schifosa Piazza poco distante da casa mia.
Cos’era successo? Quanto avevamo camminato in silenzio? Quanto avevamo bevuto in quel tempo.
Io alzai lo sguardo verso un grosso tabellone elettronico su di un palazzo. Un palazzo in fondo a uno spiazzale dove un tempo tenevano un mercato.
Era mezzanotte passata!
Sì, alcune giovani coppie andavano in discoteca, standosene in auto nuove di zecca in silenzio, lasciando che le autoradio parlassero per loro. E altra gente tornava a casa dopo una serata al cinema, oppure al ristorante.
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia prese a suonare chissà dove.
Lei mi guardò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.
E la verità era lì, proprio davanti a me. La verità era nel suo sguardo gelido che mi fissava. La verità era in quel suo sguardo gelido che mi penetrava.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Eravamo nudi. Entrambi eravamo stanchi. Entrambi odiavamo l’altro. Entrambi eravamo colpevoli dello stesso peccato. Entrambi vittime dello stesso peccato.
Sì, ti odio! E io la guardai. Distrutto, dilaniato, stanco.
«Hai ragione, anch’io ti odio» le dissi. E stavolta fu lei a non rispondere.
No, non disse niente.
Entrambi avevamo svelato il più Sacro dei misteri. Entrambi avevamo capito di amarci, e che dunque presto o tardi ci saremo odiati.
Stavamo solo anticipando i tempi.
Ti odio!
Solo un bisogno di non essere soli. Solo piacere della pelle, di qualche emozione. Poi infine la noia nel sentirsi anche solo al telefono. La nausea nel guardarsi. La voglia di sbranarsi a vicenda.
Ecco, eravamo già sposati. Eravamo già una famiglia perfetta. Io e lei per sempre insieme.
Uniti dall’amore. Uniti dall’odio.

LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere Dio. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cristo, neanche se mi leggesse nel pensiero.
“Guarda che non hai bisogno di giustificarti” mi disse, continuando ad accarezzarmi il petto.
“Uhm, come?” feci io, chinando lo sguardo verso di lei.
“Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io”.
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita come a voler giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
“La prima volta che… la prima volta che abbiamo scopato, la ricordi?” mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
“Sì” le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
“E ricordi cosa hai detto?”.
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza.
Poi fece un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
“Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo” disse, restando poi un attimo in silenzio. “E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare” riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto “E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito”.
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Cristo, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Ed ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono prese a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
“Non rispondi?” mi disse, sapendo già la risposta.
E io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!

Senzanome

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Tratto dal racconto “Non sei contento di stare con noi?”.

Dio, che faccia di merda!

Fissavo la mia immagine riflessa allo specchio non vedendo altro che uno sconosciuto. Come se non stessi neanche lì. Come se stessi guardando qualcuno alla tele. Qualcuno che non riconoscevo neanche più.

Cazzo, ma come mi ero ridotto in quel modo? Quarantacinque anni suonati! E sembravo averne cinquanta.

I capelli erano sempre più pochi, al punto che avevo dovuto rasarli per nascondere la calvizia. Rughe che sembravano fiordi Norvegesi. Sguardo spento di un ottantenne. E denti marci per il troppo fumo.

Già, era uno schifo quella bestia riflessa lì dentro. E purtroppo ero proprio io! Un rottame a soli quarantacinque anni.

Allontanai lo sguardo, lasciando stare i miei denti marci e pensando che presto avrei dovuto chiamare il mio fidato dentista. Un bravo dentista! Uno di quelli che devono avere tutti i bravi uomini del mondo civile.

Chinai lo sguardo e poggiai le mani sulla mia grossa pancia coperta da una canotta bianca.

Centodue chili per un metro e ottantacinque di altezza.

Cristo santo, Maria mi stava letteralmente cagando il cazzo per quella storia.

“Tony, non vedi come ti sei ridotto? Tony, a furia di mangiare come un porco ti verrà un infarto. Tony, è smettila di bere! Non vedi che pancia?”.

Dio, ma perché cazzo avevo sposato quell’arpia? Pensai, togliendomi la canotta e gettandola sul cesto dei panni sporchi.

Che poi, voglio dire, neanche lei era più miss Italia. Certo, quando l’avevo conosciuta non era per niente male. Forse il meglio a cui potesse aspirare uno zotico spiantato come me. Ma ora, a distanza di quindici anni, beh, si era ridotta a un vero cesso.

Cosce grosse, culo grosso, tette flosce.

E poi veniva a rompere il cazzo a me!

Già, lei si giustificava dietro al suo fare ginnastica, dato che andava in palestra tre volte alla settimana.

Grazie al cazzo, quella stronza non aveva un cazzo da fare! E inoltre quella dannata palestra la pagavo io. Pagavo quella stronza per andare lì a muovere il suo culone, nonostante ormai erano circa tre anni che non me la dava più. Da dopo la nascita di Sofia, la nostra ultima bambina.

Sì, magari se non fosse stato per i miei figli l’avrei lasciata da un pezzo a quella vacca. Ma poi che cazzo avrei fatto? Voglio dire, a quarantacinque anni, con un corpo di merda e un lavoro da quattro soldi, che cazzo avrei mai potuto fare?

Ecco la verità! La sola e unica verità. E quella verità mi teneva inchiodato alla mia merdosa vita. Mi faceva sopportare Maria, e tanta altra merda che ingoiavo ogni dannatissimo giorno.

Bah, era inutile pensarci. Non sarei mai uscito da quella merda. Non avrei mai cambiato vita. Non avrei mai vinto una vincita miliardaria né trovato il grande amore. No, non avrei mai fatto niente di tutto ciò! E a dire il vero ormai non me ne fotteva più un cazzo.

Col tempo si diventa talmente duri che tutto ti scivola addosso. Tutto scivola su di una ruvida e dura corazza che la vita ti ha cucito sulla pelle.

Dimentichi i sogni fatti da bambino. Quando volevi diventare un astronauta, un calciatore, una star del cinema, un Dio.

Capisci di non essere un cazzo di niente. Nessuno! Un puntino microscopico. Uno dei sette miliardi di sconosciuti al mondo. Un povero fallito come tanti.

Che stronzate!

Sì, non avevo di certo tempo per quelle lagne. Non quel giorno. Non alle sette e trenta del mattino.

Cercai di non pensarci, proprio come sempre.

Il vuoto si muoveva nella mia testa, mentre continuando a vestirmi non pensavo ad altro che alla giornata di merda che mi attendeva in fabbrica, le facce di cazzo che avrei visto lì a lavoro, e tutta la merda che avrei dovuto ingoiare anche quel giorno.

Le cose di ogni giorno. Ordinarie come sempre. Statiche come sempre.

Che si fottessero tutti! Sì, quella era la vita. La vita vera! La sola e unica vita.

Non ero in un film Hollywoodiano. Non c’erano cose meravigliose da compiere, avventure gloriose da fare o gente interessante da incontrare. No, mi attendevano solo otto ore di merda in una dannata fabbrica, e poi altre ore di merda a casa, sorbendo lo sguardo ostile di quella troia di Maria e fissando la TV come se fossi ipnotizzato. Proprio come il giorno prima! E quello prima ancora. E quello prima ancora. E come sarebbe successo domani, e il giorno dopo ancora, e quello dopo ancora.

Beh, era inutile cercare di fuggire. Dunque m’incamminai verso la mia vita, finendo di vestirmi e uscendo da quel cesso.

Una volta nel corridoio venni subito colpito dalle voci di qualche stronzo proveniente dalla TV.

“ E ora il nostro Gioacchino ci farà vedere come preparare un ‘ottima anatra all’arancia” strepitò una stronzetta dalla voce da papera. E quando arrivai in cucina, quella troia biondina era proprio dentro a quel cazzo di schermo. Sorridente come se avesse una paresi, mentre quel ciccione di Gioacchino si dava da fare a preparare la sua fottuta anatra, sostenuto dagli applausi di decine di coglioni lì in quella scatola assieme a loro.

Avanzai ancora, lasciando perdere quella stronza e quel lardoso, e cercando di non sentire quegli applausi meccanici.

Andai verso i fornelli. Maria era lì, intenta a preparare la colazione per i nostri marmocchi.

Non le diedi un bacio né lei me lo chiese. Restò ferma a preparare la colazione alle nostre bimbe, mentre io afferrai la moca per versare del caffè in una tazza.

Feci attenzione a non farne cadere neanche una goccia, così da non dover sorbirmi le lagne di quella vacca isterica.

Ci riuscii, per fortuna. La sua immacolata cucina non venne intaccata. Così riuscii a starmene in pace almeno per qualche minuto, gustando il mio caffè mentre vedevo la piccola Sofia nel suo seggiolone, e la sua sorellina di nove anni, Sara, seduta a tavola a fissare con aria incantata quei decerebrati.

Dio santo, nel vederla mi venne quasi voglia di vomitare.

Sentii in me una malefica sensazione di afferrare un coltello dal mobile della cucina per sgozzarla, prima che diventasse come quella cagna acida e inutile di sua madre.

Ma non lo feci, ovviamente.

Mi limitai a finire il caffè e ad avvicinarmi a loro. Dando una piccola carezza a Sara, e poi un tenero bacio a Sofia.

Raccolsi la mia vecchia borsa poggiata sulla tavola. Dentro, la mia tuta da lavoro, alcuni attrezzi, e un pranzo merdoso cucinato da Maria.

Ecco, non restava che andare, proprio come ogni giorno. E come ogni giorno, prima di andare a lavoro, lì in quella casa non c’erano amorevoli conversazioni come quelle fatte dalla famiglia Robinson. No, non dissi a mia moglie di amarla, né diedi consigli di vita alla mia cara Sara. Né tantomeno cominciai a fare battute come se fossi un cazzo di George Jefferson.

Il silenzio! Non altro che il silenzio. E poi una voce! Una voce bassa e incazzata che ruppe quella gelida quiete.

<< Stasera tornando a casa compra tu il pane >> borbottò Maria, senza neanche voltarsi a guardarmi. Continuando a preparare quella merda per i nostri bambini.

Le diedi appena un’occhiata, ficcando in bocca una sigaretta e restando sull’uscio della porta.

Poi, ecco che osai!

<< Non potresti prenderlo tu? >> le chiesi con tono serio, quasi come se la stessi sfidando.

Ma fu una pessima mossa!

Una fiammata mi colpì in pieno viso.

<< Pensi che io non abbia niente da fare? >> esclamò quella vacca, fissandomi dritto negli occhi.

Afferrò la merda appena preparata e raggiunse le bambine.

Piazzò davanti alla piccola Sara una tazza piena di latte e cereali, e poi con fare infuriato andò verso la dolce Sofia.

Cominciò a darle della pappina con fare brusco, ficcandogliela con forza in gola. Meccanicamente, senza distogliere lo sguardo da me.

<< Già, tu pensi che io non faccia niente tutto il giorno, non è vero? >> strepitò, senza smettere di ficcare cucchiaiate nella bocca della bambina << Non sai neanche cosa devo sopportare mentre tu stai a lavoro! >>

Sospirò, raccogliendo altra merda marroncina dalla tazza nel cucchiaio nella sua mano, e ficcandogliela nella bocca della nostra dolce Sofia.

<< Portare Sara a scuola e la bambina da mia mamma >> riprese, con tono incazzato << Poi vai in palestra per farmi bella, e tutto solo per te >>

<< Non ti ho mai chiesto di farlo >> sussurrai appena, pensando che tanto anche se fosse tornata agli albori, di certo non me l’avrebbe data. Non a me, almeno.

Ma poco importava. No, quella non mi sentì nemmeno. Continuò a strepitare mentre ingozzava di merda liquida la nostra bambina.

<< E una volta fuori dovrò andare all’ufficio postale per pagare le bollette >> aggiunse << Poi passa a casa da mamma a prendere Sofia. E via di nuovo qui a casa per preparare il pranzo alle bambine. Poi vai a riprendere Sara portandomi dietro Sofia. Torna a casa per farle mangiare. Pulisci casa, gioca con loro, poi porta Sara a danza e Sofia di nuovo dalla nonna. E ancora, vai in parrocchia per aiutare quei poveri bambini, trovandoti a dover lottare con delle arpie sempre pronte a metterti i bastoni tra le ruote. E una volta uscita da lì, vai a prendere le bambine, torna a casa, e datti da fare a preparare la cena >>

Beh, non sembrò aggiungere altro. L’elenco della sua pienissima giornata sembrò essere finito. Si limitò a continuare a far ingurgitare quella merda a Sofia, mentre la gente nello schermo applaudiva, e Sara li fissava mandando giù cereali, forse senza neanche sentirci, oppure fingendo di non farlo.

Ma la lavata di testa non era ancora finita!

<< Allora, hai capito o no? >> riprese con tono incazzato.

Scossi la testa e tornai a fissarla, come se mi fossi appena risvegliato da un sonno profondo. Mentre lei continuò a guardarmi come sempre. Come se fossi niente!

<< Okay! >> le risposi con un filo di voce, quando invece avrei voluto urlarle “E allora se hai tanto da fare, dannata mignotta, evita di andare in palestra, che mi fai solo gettare soldi dato che poi t’ingozzi di merda come fossi una scrofa. E già che ci sei potresti anche evitare di passare ore a spettegolare con quell’altra stronza di tua madre. E forse, se tu non andassi in quella dannata parrocchia solo per sentirti la nuova Madre Teresa di Calcutta delle mie palle e per gettare fango su qualche altra cagna come te, beh, forse potresti anche andare tu a prendere quello stramaledetto pane, e poi tornartene qui a casa a imbottire di TV quella tua testaccia di cazzo, proprio come fai sempre”.

Ma non dissi altro!

No, annuii e mi tolsi da lì. Obbedendo alla mia mogliettina. Alla mia padrona. A ciò che dava un senso alla mia vita.

Usci fuori da casa. Cominciando a scendere le scale di quel grazioso condominio in cui vivevo. Un palazzo in periferia di Napoli. Uno di quei palazzi costruiti da una ventina di anni, e dove gente come me, tutti onesti lavoratori, si erano insidiati comprando appartamenti a buon mercato, e indebitandosi fino al collo per pagare il mutuo.

Cristo, mi stavo ammazzando di straordinari per pagare quel dannato appartamento. E con ogni probabilità avrei finito di pagarlo a settant’anni, lasciandolo alle miei bambine, che a loro volta si sarebbero scannate a vicenda per accaparrarselo.

Ma in fondo avevo una casa!

Già, era una cosa importante avere una casa. Ti identificava come cittadino adeguato. Uno che aveva una posizione stabile. Una vita stabile. Dei mobili buoni. Una targhetta sulla porta e sulla cassetta della posta.

Ecco, ero parte di un mondo che scorreva perfettamente come un orologio Svizzero. Parte di un meccanismo perfetto, inviolabile, indistruttibile, eterno.

La mia casa presa con il muto, l’auto appena finita di pagare, i mobili cambiati solo tre anni fa, due figliolette, una moglie, e presto anche un cane. E ovviamente un lavoro a cui davo tutto me stesso, pur odiandolo.

Uscii da quel palazzo, raggiungendo la strada e la mia auto parcheggiata nel posto riservato ai condomini.

La lavavo ogni Domenica. La portavo al lavaggio, mentre attendevo che Maria si preparasse assieme alle bambine per andare a messa.

Beh, quel giorno era Venerdì. Domani mi sarebbe toccato il turno di sole sei ore, e poi dopo avrei portato la famiglia al centro commerciale, e la Domenica avrei di nuovo lavato la mia amata auto.

Intanto mi ci ficcai dentro e la spinsi per le strade della città. Passando innanzi a palazzi pieni di brava gente. Attraversando strade dove la brava gente si era svegliata presto per andare a lavoro, proprio come me. Decine e decine di sconosciuti che come me se ne stavano nelle loro palle di metallo, percorrendo la strada per andare a guadagnarsi il diritto a sopravvivere, mentre altre persone facevano altrettanto camminando a piedi per strada, oppure fermi innanzi qualche fermata d’autobus.

Cielo, sembrava davvero una catena di montaggio. Ogni giorno la stessa storia! Ogni giorno quella danza rituale. Quel patetico circo pieno di robot che si agitavano tra loro dimenandosi come scimmie.

Attorno a me i cartelloni pubblicitari mi sorridevano, insegnandomi tante cose utili alla mia sopravvivenza.

Un’auto poteva darmi la felicità. Era saggio avere un’assicurazione sulla vita. La prevenzione odontoiatrica era quanto di più importante ci fosse al mondo. Una crociera mi avrebbe reso l’uomo più felice al mondo. Bere aranciata Fanta mi avrebbe reso una persona migliore. Tanta gente aspettava che io donassi il mio 8 x 1000 alla chiesa cattolica.

Tante cose utili. Tante cose importanti. Tante cose che vivevo ogni giorno, proprio come altre sette miliardi di formiche al mondo.

Dio, stavo dando la mia vita! E per cosa? Cosa sarebbe rimasto di me dopo aver di tirare le cuoia?

.Ma nonostante ciò non riuscivo a fare a meno di quella mia vita sicura, stabile, sicura.

Cazzo, stavo andando dal mio pusher per farmi vendere un’altra dose, pronto a tirargli pompini pur di riceverla, e consapevole che quella merda iniettata nelle mie vene presto o tardi mi avrebbe ridotto a uno scheletro.

Tratto dal racconto “Che cazzo ci faccio qui?”.

Il sole di Luglio batteva forte sul mare, infiammandolo di luccicanti e intermittenti riflessi.
Se ne stava lì alto, in un pomeriggio qualunque. In un posto qualunque. Arrostendo  gente qualunque stesa su di una spiaggia qualunque.
Eddy si portò la bottiglia di birra alla bocca. Era ancora fredda! Presa pochi minuti prima in un bar di un lido antistante la spiaggia libera in cui si trovava.
La barista, forse la proprietaria di quel posto –una donna magra, bassa, bionda e dallo sguardo pungente- l’aveva guardato come se avesse voluto vomitargli addosso. Ma appena Eduardo, Eddy, le aveva mostrato la grana, la donna di colpo lasciò ogni suo pregiudizio incominciando a servirlo.
Intanto, la donna era ancora lì barricata in quel suo piccolo bar di legno in cui giovani, vecchi e bambini si accalcavano per prendere gelati, bibite, granite: tutte cose giuste, sane, approvate dall’unione consumatori.
Eddy portò ancora una volta la bottiglia alle sue labbra, sfiorando la sua lunga e incolta barba. Le diede un sorso. Poi un altro. Abbassò la bottiglia. Alzò lo sguardo al cielo.
Il sole batteva forte! Sì, e lui pensò “Ma che cazzo ci faccio qui?”.
Poi, ecco che rivolse lo sguardo ai suoi pallidi e nudi piedi, per poi salire fino ai grossi polpacci altrettanto pallidi, e poi ancor più su fino al jeans arrotolato fin sotto le sue ginocchia.
Spostò lo sguardo sul lato destro, sorpassando il telo marroncino su cui stava poggiato.
Arrivò alla sua camicia bianca e stropicciata gettata senza cura sulla sabbia, proprio accanto a un paio di anfibi neri e un vecchio zaino logoro e dello stesso colore delle sue scarpe.
Da quell’affare tirò fuori un pacchetto di Marlboro e ne prese una, portandosela alla bocca, per poi accenderla.
Gettò sul telo l’accendino. Mollò una strippata, alzando nuovamente lo sguardo al cielo, mentre attorno a lui la gente continuava a rosolarsi al sole, bambini fastidiosi correvano per la spiaggia urlando e dimenandosi come cernie prese all’amo, e qualche giovane giocava a palla o con le racchette.
“Sì, che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora, Eddy, dando un’altra strippata alla sua cicca, e poi sorseggiando la sua birra.
Pamela! Ecco perché. O “Pam”, come da sempre la chiamava Eddy.
Quel pomeriggio Eddy aveva di nuovo litigato con Pam. O meglio, era stata Pam a litigare con Eddy.
<< Sei uno stronzo insensibile >>, questo gli urlò contro, Pam. E tutto solo perché Eddy, mentre Pam era intenta a guardare una schifosissima fiction alla tele, le aveva detto, ridacchiando, che un tale di nome Sean (idolo di Pam) avrebbe di certo gradito se una certa Sharon, sorella di Brenda, la sua moglie, gli avesse succhiato il cazzo.
Beh, non che a Pam fottesse più di tanto del matrimonio tra Sean e Brenda, ma sentire quella cosa le diede modo di dar libero sfogo al suo essere una femminista convinta.
Già, in fondo Eddy la conobbe circa tre anni prima a un reading di poesie. Uno di quei posti dove tutti si riuniscono per  mostrare al prossimo quanto sono bravi e capaci. Un posto pieno di finti intellettuali, finti artisti, finti gay, finte lesbiche, finti rivoluzionari, finti santoni, finti esseri umani.
A Eddy toccò la finta femminista!
L’aveva notata mentre lei recitava una poesia sull’amore assoluto, o altre cagate simili. E di certo non si fermò a notare le sue liriche. No di certo! Ma notò eccome i suoi lunghi riccioli biondi, i suoi occhi azzurri, e ancor più la sua quarta di seno e il culetto simile a un cocomero.
Non perse tempo. Si diede subito da fare, Eddy. E dopo esser stato costretto a sorbirsi tutte la cazzate di Pam (cose come il suo voler liberare per sempre la Palestina, o vivere su di una casa piazzata nell’oceano), finalmente riuscì a portarla via da quel posto, e dopo qualche cocktail (proprio adatto a chi dice di voler vivere in povertà, come la cara Pam), beh, il vecchio Eddy la portò in un parcheggio deserto. Per parlare solo, ovviamente. Solo che sia lui che Pam sapevano bene che se lui avesse voluto parlarle, di certo non l’avrebbe portata in un luogo isolato. Perlopiù stando sul sedile posteriore di un auto.
Comunque, per parlare parlarono eccome. Di altre stronzate dette da Pam! Solo che dopo, Pam acconsentì a farsi limonare alla grande. E prima che potesse accorgersene, Eddy gli era già dentro.
In culo al femminismo! In quel momento svanì del tutto. Solo che Eddy non poteva sapere cosa gli riservasse quella piccola scopata.
Certo, inizialmente fu tutto rose e fiori quando andarono a convivere nel bilocale al centro di Napoli dove viveva Eddy, proprio come succede all’inizio di ogni storia. E lui, avendo quarant’anni, non poteva pretendere di meglio. Niente di meglio di una trentasettenne ancora bella formosa e dalla fica non troppo larga. Solo che, come detto, certe cose durano sempre poco.
Pam iniziò a rompere per davvero le palle. Non subito, ma a gradi. Che ne so, prima con piccole cose come il fatto che Eddy non alzava mai la tavoletta del cesso. Poi passò agli incontri di boxe che Eddy amava guardare alla tele: troppo violenti, a detta sua. E inoltre lei amava vedere documentari o fiction piene d’amore. E naturalmente voleva che Eddy vedesse quella roba assieme a lei.
Dopo qualche mese che vivevano assieme, fu il turno delle uscite di gruppo.
<< Cielo, Ed, stiamo sempre da soli >> gli urlava contro << Non senti il bisogno di socializzare? Essere una coppia non significa star sempre da soli, ma significa vedere gente. Bisogna farlo! Oppure l’amore appassisce. Anche il più grande amore può appassire se non si vede altra gente! >>
E così, via a vedere altra gente. Portato al guinzaglio da Pam ad altri reading di poesie, al teatro, in qualche museo, o in posti dove si facevano comizi su come salvare i popoli Africani.
Ma non era finita lì!
Pam presto iniziò a interessarsi di pittura moderna. E ovviamente anche Eddy doveva interessarsi di pittura moderna. Solo che a lui non gliene fotteva un cazzo di pittura moderna.
Beh, purtroppo a Pam gliene fotteva eccome!
<< Eddy, possibile che a te non ti va di fare niente? Guardati! Quando non lavori te ne vuoi stare solo a casa, a bere birra e oziare. Dov’è finito l’uomo brillante che avevo conosciuto? >>
Ma Eddy non lo sapeva dove fosse finito quell’uomo. Neanche sapeva che ci fosse mai esistito un uomo brillante lì dentro.
Ma dovette fingere di esserlo, accompagnando Pam a mostre d’arte contemporanea, a corsi di pittura, o anche solo a serate tra amici che come Pam coltivavano la passione per l’arte moderna.
E poi via con le passeggiate al mare. I cineforum.
<< Eddy, che ne diresti di andare a fare un pic nic? >>.
Insomma, un inferno!
E non ci volle molto prima che la cara Pam si accorse che Eddy odiava fare tutte quelle cose. Che Eddy odiava lei, come lei odiava lui.
Iniziarono a detestarsi, pur continuando a vivere sotto lo stesso tetto.
Normale routine, insomma.
Assieme a cenare davanti alla tele, in totale silenzio. Condividere un letto senza quasi più scopare. Litigare per chi dovesse andare per prima al cesso. E lei nel suo mondo, Eddy nel suo: ognuno la propria vita, pur stando comunque sotto lo stesso tetto.
Impossibile non litigare! E quel giorno Pam aveva deciso che il motivo del litigio doveva essere proprio il pompino desiderato da Sean. Anche se non fu proprio colpa delle presunte voglie animalesche di Sean a innescare l’ennesima guerra.
No, ormai il loro rapporto era simile ad acqua che bolliva violentemente in una pentola a pressione. Una pentola che poteva esplodere da un momento a un altro. Una pentola che Pam ed Eddy tenevano ermeticamente chiusa, forse solo per evitare di dover faticare a pulire il casino che sarebbe successo se quell’acqua fosse straboccata.
In fondo, anche quando Pam poco prima gli aveva violentemente urlato contro << Sei un porco! Non voglio vederti mai più >> sapeva bene che presto l’avrebbe rivisto. Che nessuno dei due avrebbe avuto mai le palle di sollevare quel dannato coperchio.
Già, “Che cazzo ci faccio qua?” pensò ancora Eddy, fissando il suo zaino con dentro la roba che aveva portato via da casa sua, dopo l’ennesimo litigio con Pam. O meglio, quella graziosa casa nei pressi di Salerno. Un piccolo appartamento che aveva fittato per due settimane, dopo che Pam gli aveva urlato contro << Possibile che non possiamo permetterci neanche una vacanza? >>.
Ma continuò a sorridere, se pur amaramente, dando un altro sorso alla birra, una strippata alla Marlboro, e spostando lo sguardo verso l’orizzonte.
Sul bagnasciuga alcuni vecchi dalle grosse pance e la pelle molliccia passeggiavano avanti e indietro come tante pecore che pascolano in un prato. Poi di colpo si fermavano, fissando il mare. Fissandolo come se al di là di quel blu ci fosse altro. Che ne so, un altro mondo, magari, oppure le risposte a ogni domanda della vita.
Invece, al di là dell’orizzonte non ci stava altro che un’altra spiaggia dove altri vecchi passeggiavano proprio come loro, chiedendosi le stesse e identiche ridicole cose.
<< Che schifo! >> borbottò tra sé e sé Eddy, dando un altro sorso alla birra e portando lo sguardo verso una famigliola accampata davanti a lui; padre, madre, figlio. La Santa Trinità! La Sacra famiglia.
Lui, il gran capo di famiglia, se ne stava seduto su di una sdraio, mantenendo un quotidiano che quasi gli cadeva sulla grossa pancia. Lì sotto quell’ombrellone leggendo in silenzio notizie che in fondo non gli riguardano, mentre sua moglie, la Vergine Maria,  se ne stava stesa su di un telo da spiaggia, facendo abbrustolire le sue carni mollicce rese quasi bianche da una crema abbronzate, e tenendo continuamento d’occhio il loro moccioso di nove anni intento a costruire un castello di sabbia che somigliava perlopiù a un grosso cumulo di mondezza.
Accanto a loro, beh, niente di diverso!
Famiglie silenziose. Famiglie che parlavano solo del lavoro, di cosa mangiare o di cosa avevano mangiato, di qualche programma televisivo, del mare calmo o agitato, del posto in cui si trovavano e del posto in cui sarebbero andati l’anno prossimo. E ancora, coppiette silenziose stese su dei teli a prendere il sole: lui intento a leggere un giornale o a fare un cruciverba, lei presa a fissare il suo cazzo di smartphone da ottocento pezzi. E ovunque, mocciosi petulanti correvano per quella maledetta spiaggia, urlando e ridendo. Facendo rimbombare le loro voci assieme al rumore delle onde o alle risate di adolescenti che giocano a beach volley.
“Che cazzo ci faccio qua?” pensò ancora Eddy, dando un’ultima strippata alla sua paglia per poi gettarla a terra.
Si voltò ancora. Il suo sguardo si posò su delle forme sinuose. Sui corpi mezzi nudi di ragazzine appena sedicenni che giocano a beach volley, ficcate in una grossa gabbia avvolta da del filo di metallo.
Vide i loro culi sodi muoversi avvolti da costumini quasi inesistenti. Le loro belle bocce ciondolare ogni volta che saltavano per raccogliere la palla. E le passò a rassegna tutte! A una a una. Scrutando i loro culi, le loro tette, i loro corpi. Fissando quella macelleria a cielo aperto, e desiderando solo di correre lì, prendendo una a caso di loro –magari quella con il costumino verde mela- e gettarla a terra per poi strapparle tutto da dosso. Tastare quel suo meraviglioso corpo. Tirarlo fuori e fotterla a sangue, mentre lì sulla spiaggia Mister Sconosciuto continuava a leggere il suo giornale e Miss sconosciuta continuava a smanettare con il suo smartphone.
Ma restò lì fermo, guardando ancora il culo della tipa con il costumino verde mela. Vedendola balzare in aria, colpendo la palla e facendo ondeggiare il suo meraviglioso culetto.
Cercò di distogliere lo sguardo, Eddy.
Sì, certe cose possono costare care, soprattutto se si viene scoperti.
Ma davanti a lui la scena non cambiò minimamente!
No, o vecchi, o famiglie, o mocciosi, o altri culi. Culi che si mostravano a lui con tutta la loro forza. Con indecenza. Con prepotenza. Come se gli stessero urlando contro “Guardami. Desiderami”.
In particolare, il culo che più gli urlava contro era quello di una moretta stesa poco distante da lui.
Cristo, Eddy si consumò gli occhi tra le cosce di quella ragazza. Fissando intensamente quelle chiappe strette e percorse nel mezzo da un sottile filo di stoffa nero.
Ma tornò subito in sé!
Si guardò attorno con fare prudente e al tempo stesso acuto.
Okay, nessuno l’aveva visto. Era ancora salvo. Non sarebbe stato lapidato per aver fissato il culo di quella giovane ragazza.
Decise però di non rischiare ulteriormente. Così raccattò dallo zaino un paio di occhiali scuri e se li piazzò sul viso.
Diede ancora un sorso alla birra, tornando al culo della tipa. Ma lei si alzò lentamente, scrollandosi la sabbia da dosso e incamminandosi verso la spiaggia.
Eddy la seguì con lo sguardo. Vide quel culo morbido muoversi tra vecchi, bambini urlanti e gente stesa su teli da spiaggia, finché non svanì del tutto in mare.
Così porse la sua attenzione su altro. Cercò altro, e non faticò a trovarlo.
Sì, in ogni dove quella spiaggia era piena di altri corpi. Corpi belli. Corpi sodi. Corpi giovani. E lui li fissava tutti da sotto i suoi occhiali da sole, bevendo la sua birra e tastandosi il cazzo di tanto in tanto.
Un’intera spiaggia stuprata! Non risparmiò neanche le adolescenti. Fissò quei corpi pensando a quanto avrebbe voluto scagliarsi su ognuno di loro.
Ma ritornò in sé.
Sospirò, chinò lo sguardo e si ficcò in bocca un’altra sigaretta, per poi accenderla.
“Che cazzo ci faccio qua?” pensò ancora, fissando quella gente. Quelle brave famiglie. Quei bravi vecchi che non chiudevano un attimo le loro cazzo di bocche. Quelle belle porcelline che avrebbe violentato, se solo non avesse rischiato di finire in gabbia.
Sì, prenderle, spogliarle con forza e scoparle a sangue. Non certo corteggiarle come aveva fatto con quella vacca di Pam. No, non avrebbe mai più fatto lo stesso errore! Non sarebbe più tornato da lei.
Ma ecco che un tornado lo riportò nuovamente alle realtà.
Un moccioso con addosso un costume giallo gli passò davanti, correndo e urlando, proprio come tutti i mocciosi su quella cazzo di spiaggia.
In un attimo, una tempesta di sabbia lo colpì in piena. Facendo colare sul suo petto e sulle sue gambe infiniti granelli di sabbia.
Eddy si diede una pulita con la mano, continuando a fissare con lo sguardo quel moccioso che non smise di corre e ridersela.
L’avrebbe ucciso! Di certo lo avrebbe fatto, se solo avesse potuto. Ma ancora una volta dovette restare lì fermo. Fissando quel moccioso. Reprimendo il suo odio. Implodendo, mentre quel coglioncello raggiunse un uomo e una donna piazzati sotto un ombrellone.
La tipa, una donna alta e magra sui quaranta, dai capelli visibilmente tinti di biondo, si alzò dal suo telo fucsia e andò contro a quel marmocchio.
<< Christian, a mamma, vieni che togliamo il costumino >> gli disse.
Christian tentennò un po’. Continuò a ronzare per la spiaggia, come fosse una mosca fastidiosa.
Eddy lo fissò ancora. Desiderando di ucciderlo. Di uccidere quel moccioso petulante e tutta la gente lì su quella spiaggia.
Poi ancora un urlo! Un urlo gentile.
<< Christian, a mamma, non fare il cattivo! >> strillò la bionda. E a quelle parole Christian si fermò di colpo.
Obbedì!
Sì, Christian di certo non desiderava di essere cattivo. Christian voleva i regali da Babbo Natale, l’amore di Cristo, i consensi dalla maestra, i bacini dalla mammina, la carica di presidente degli Stati uniti.
Così calmò la sua foga e raggiunse sua madre, mentre a meno di due metri da Eddy, seduti su di un telo bianco a righe blu e rosse, se ne stavano una coppia di vecchi: lui, magro e dalla pelle pallida e con al centro dell’addome un grossa pancia come se avesse inghiottito tre o quattro cocomeri. Lei, una donnetta magra e dalla pelle rinsecchita, seduta accanto a quel deficiente e intenta a scrutare ogni passo del piccolo Christian.
Christian raggiunse la sua mammina. Lei lo prese quasi al volo, avvolgendolo in un telo colorato e cominciando a scrollargli la sabbia da dosso.
La vecchia lo fissò ancora. Sorridendo. Compiaciuta. Desiderosa di mostrare al mondo quanto lei sia buona nel sorridere di gioia vedendo un bambino.
<< Quanti anni ha? >> chiese improvvisamente la vecchia, come se conoscesse da sempre quella donna. Come se quanto appena detto fosse qualcosa d’importante.
La finta bionda diede ancora una strapazzata a Christian e rivolse il suo sguardo verso la vecchia, mentre suo marito, un uomo né grasso né magro e dalla faccia quadrata, continuava a leggere un giornale, steso su di un telo blu e viola.
<< Cinque anni >> le rispose.
La vecchia sorrise ancora. Felice di quella risposta. Felice di aver trovato ancora una volta un’utilità alla sua giornata. Una degna conversatrice con cui parlare di cose importantissime.
<< E una sorellina o un fratellino, no? >> riprese.
Stavolta fu la bionda a sorridere, dando un’ultima strofinata al caro Christian, che una volta libero corse subito verso il paparino, ora in piedi per togliere l’ombrellone dalla sabbia.
<< La sorellina è a casa con la nonna >> rispose la finta bionda.
Ci fu un altro sorriso da parte della vecchia, e suo marito si decise a chiudere il giornale, partecipando con un sorriso a quella dolce discussione.
<< Oh, e lei quanti anni ha? >> chiese ancora la vecchia.
<< Ventotto mesi! >>
<< Certo che di questi tempi fare due figli uno a breve distanza dall’altro, di certo è un atto di coraggio. Ma nostro Signore ci aiuta sempre. E aiuta soprattutto chi come voi vuole mettere al mondo delle creature innocenti >>
La finta bionda le donò un altro sorriso. Lei fece altrettanto. Suo marito pure. E il marito della finta bionda mise a posto l’ombrellone e iniziò a rassettare la roba sparsa per terra, mentre Christian continuò a ronzargli attorno.
Eddy sbuffò, chinando il capo e dando ancora un sorso alla sua birra.
La vecchia lo fissò con aria disgustata. Lui avrebbe voluto ricambiare la cosa. Fulminarla con lo sguardo. E ancor più avrebbe avuto voglia di alzarsi e andare da lei, mollandole tanti calci sulla faccia fino a fracassargliela.
Ma rimase lì seduto. Neanche la guardò. Diede un altro tiro alla sua sigaretta, e senza accorgersene spostò lo sguardo verso la famiglia di Christian.
Abbassò subito lo sguardo!
Cazzo, l’aveva proprio visto! Senza neanche accorgersene aveva visto Christian totalmente nudo, senza più addosso quel fottuto costumino.
Niente di strano, ovvio, tutti l’avevano visto. Ma Eddy non era tutti! Eddy era un uomo solitario che se ne stava seduto su un vecchio telo da mare, con addosso un jeans loro, in faccia barba lunga e sfatta, in mano una birra, e accanto a sé uno zaino pieno di vestiti.
Poteva costargli cara quell’imprudenza!
“Cosa fare ora?” pensò, dando un ultimo sorso alla sua birra. “Mi hanno visto! Sì, di certo mi hanno visto. Io non ho fatto niente, sì, lo so. Ma so anche come vanno certe cose. Quelli penseranno che l’ho fissato volutamente. Con fare malizioso. Cristo, potrebbero tagliarmi le palle e ficcarmele in bocca!”.
Si guardo attorno. Poggiò la sua birra sulla sabbia. Scrutò un attimo la vecchia, ancora intenta a parlare con la mamma di Christian, e poi fece una panoramica sulla spiaggia.
“Okay” pensò “Ho distolto subito lo sguardo!”. Poi si fermò un attimo, allungando la sua mano callosa verso la sua crespa barba. ”Ma potrebbero pensare che l’ho fatto di proposito!” pensò ancora “Sì, magari penseranno che ho abbassato lo sguardo perché l’ho fissato con malizia. Sì, potrebbero pensarlo! In fondo quella vecchia troia ha continuato a guardarlo come se niente fosse. Non si è fatta i problemi che mi sto facendo io. Forse avrei dovuto fare come lei! Far finta di niente. Non scandalizzarmi per aver visto un moccioso nudo. Avrei dovuto fingere di fissarlo con amore. Di certo sarebbe stato un alibi ben più credibile del mio averlo fissato per sbaglio, perché intento a pensare ad altro”.
Poi timidamente e in modo furtivo si guardò attorno, osservando la famiglia di Christian.
Niente! Per fortuna lui non esisteva. Loro non l’avevano neanche visto. Stavano presi a parlare tra loro di come la vecchia un tempo faceva nascere dei mocciosi nell’ospedale lì vicino.
“Pericolo scampato!” pensò Eddy. Voltando lo sguardo e mettendosi in piedi. Non sono buono neanche come potenziale pedofilo” pensò ancora, tirandosi su e afferrando la bottiglia di birra ormai vuota.

Tratto dal racconto “Non pensi a noi?”.

“Cercasi operaio motivato e con esperienza pluriennale nel campo della lavorazione del vetro. Offresi contratto di apprendistato con possibilità di inquadramento. Inviare il curriculum all’indirizzo infocandidature@lastanzadivetro.com”.
Mario sospirò, chiudendo quel dannato giornale e poggiandolo sul tavolino di vetro davanti a lui. Si lasciò cadere sul divano. La sua schiena villosa coperta da una canotta impregnata di sudore sprofondò nell’imbottitura di quel divano in finta pelle acquistato cinque anni fa in un negozio di merce usata. Poggiò i piedi nudi sul tavolino di vetro. Quel tavolino di vetro comprato assieme al divano e a tanta altra roba presente in quel minuscolo soggiorno.
Gina amava quel tavolino. Ma per fortuna quel pomeriggio Gina non era in casa, dunque Mario poteva fare tutto quello che voleva, compreso starsene stravaccato su quel divano dove chissà quante persone erano state stese, e tenere i piedi su quel vecchio tavolino, proprio come avevano fatto tante persone prima di lui. Restò lì immobile, fissando il soffitto crepato e fumando una sigaretta. Lentamente, senza sapere il perché, fece scivolare la mano sinistra sul divano, accarezzandone la superficie come se fosse la schiena di una donna.
“Chissà quanta gente si è seduta su questo affare” pensò, continuando ad accarezzare quella similpelle verde bottiglia e fissando il vuoto. “Già, magari ci hanno anche scopato su questo coso” pensò ancora. E di colpo tolse la mano dal divano. Tirò giù i piedi dal tavolino e abbassò la schiena, poggiando entrambi i gomiti sulle ginocchia.
Fissò il quotidiano poggiato su quel tavolino, tra un posacenere pieno di mozziconi, una bottiglia di whisky, una d’acqua tonica, e un bicchiere riempito a metà.
Allungò la mano verso il bicchiere e lo afferrò, portandoselo alla bocca. Diede un piccolo sorso e abbassò il bicchiere. Si passò la lingua sulle labbra umide, sfiorando i peli bagnati dei suoi baffi. Sospirò, poggiando la mano contro al mento e lasciandosi la barba incolta, mentre nell’altra continuava a mantenere il bicchiere, e la sigaretta tra le dita ingiallite.
Aveva mai scopato Gina su quell’affare? Ecco cosa pensò. E stranamente non riusciva a ricordarselo.
“Dio, ma si può dimenticare una cosa del genere?” gli ronzò nella testa, mentre fumava la sua sigaretta, continuando a fissare il giornale. Eppure non riusciva proprio a ricordarselo. Forse sì, forse no. Forse c’erano andati vicini, ma non avevano concretizzato. Forse Gina l’aveva fatto! Forse il suo vicino l’aveva fatto. O magari quel ragazzo che nel palazzo chiamavano Tony il rifiuto, dato che in cambio di qualche spicciolo si offriva per gettar via l’immondizia.
Preferì non pensarci. Mandò giù altro whisky. Spense la cicca nel posacenere e poi afferrò il giornale.
“Cercasi persone solari, giovanili, predisposte al contatto umano e al lavoro di gruppo, per lavoro parte time come operatore telefonico in bound presso call center leader nel settore delle comunicazioni”.
Un cinico sorriso solcò il suo viso. Chiuse il giornale per poi gettarlo sul tavolino amato da Gina. Alzò il bicchiere e ci si specchiò dentro.
No, non era affatto solare né giovanile, e tantomeno predisposto al contatto umano. E non aveva nessuna esperienza nel lavorare il vetro o il legno. Nella sua vita, in trentotto anni, aveva fatto tutto e niente. Era passato da un lavoro di merda a un altro lavoro di merda. Da una gabbia a un’altra gabbia. E ormai ne aveva davvero le palle piene.
Svuotò in un sorso il bicchiere. Fece un grosso respiro e si allungò verso il tavolino. Versò whisky e acqua tonica nel bicchiere. Accese un’altra sigaretta e si lasciò cadere sul divano, poggiando nuovamente i piedi sul divano amato da Gina.
Restò diverso tempo così. Fissando il nulla, mentre nella sua mente ronzavano come mosche centinaia di indefiniti pensieri. Frammenti di vita! Della sua vita. Di quella vita in cui non aveva combinato un cazzo. Un’esistenza passata a sopravvivere trascinandosi da un fallimento a un altro. Da giorni inutili ad altri giorni inutili. Rimbalzando da sponda a sponda come una pallina in un flipper. Senza poter far niente! Senza poter fermarsi. Senza poter decidere della propria vita.
Ma ecco che improvvisamente un rumore colpì la sua attenzione.
Udì la chiave girare nella serratura della porta d’ingresso. Qualche mandata. Un rumore metallico. Del metallo che si strofinava contro altro metallo arrugginito. E poi il legno sfregare contro il pavimento.
La porta si aprì e si chiuse velocemente. Mario sentì le chiavi urtare contro un coccio: probabilmente il grosso piatto in stile orientale che Gina aveva comprato un anno fa da un rigattiere, pagandolo ben dieci euro.
Poi udì dei passi. Il rumore di tacchi sul pavimento. Un rumore che iniziò a essere sempre più vicino. Sempre più vicino. Finché, ecco che un’altra porta sfregò contro il pavimento.
Gina entrò in quella stanza e si fermò sull’uscio della porta.
Aveva tra le braccia Martina, la loro bambina di  appena un anno.
Martina dormiva. Mentre Gina era sveglia. Sin troppo sveglia!
Già, rimase immobile sotto l’uscio della porta a fissare Mario. Fissandolo con aria disgustata, come se non sopportasse neanche la sua presenza in quella stanza.
Esitò ancora un po’. Mario tolse i piedi dal tavolino, prima che Gina cominciasse a rompergli il cazzo.
Ma era tardi!
La miccia era accesa, e lui sapeva di aver poco tempo.
Forse sarebbe stato meglio scappare. Ma dove andare? Via da lì? Via da quella casa? Via dalla sua famiglia?
No, era una pensata assurda, almeno per uno come Mario.
Certo, ormai lui e Gina si detestavano quasi. Litigavano per qualsiasi cazzata. E quando non litigavano, beh, se ne stavano in silenzio, ognuno a fare le proprie cose: Gina a guardare la televisione, e Mario a ubriacarsi sul divano.
No, non poteva che restare. Lo sapeva bene! E sapeva che gli sarebbe toccata un’altra strigliata. Che avrebbe dovuto ancora una volta abbassare la testa, assorbendo le urla di Gina e le sue continue lamentele.
Così diede un bel sorso al suo bicchiere. Caricandosi. Preparandosi. Pronto ad andare in scena.
Gina, dall’uscio della porta sbuffò, e poi in un attimo avanzò in quella stanza battendo rumorosamente i tacchi sul pavimento. Arrivando fino a un vecchio mobile su cui stavano piazzate delle statuette di finta porcellana.
Strinse forte Martina con un braccio, e con l’altro si sfilò la borsetta dalla spalla, poggiandola su quel mobile. Poi, senza neanche guardare di striscio Mario, riprese a battere i tacchi sul pavimento, fino a sparire da quella stanza.
Ma Mario sapeva bene che non era finito niente. Anzi, il peggio stava appena per cominciare. E infatti, in un lampo Gina tornò all’attacco, apparendo da una porta e fermandosi contro a un muro.
Mario sentì lo sguardo di lei su ogni centimetro della propria pelle. Lo stava scrutando! Lo stava esaminando. Stava cercando di capire cosa mai aveva potuto provare per un simile fallito.
Di certo non trovò la risposta, e in fondo, a parte il corpo, neanche Mario ricordava quel che aveva provato per Gina.
Si limitò a restare in silenzio, senza pensare a niente. Pronto a quella battaglia. Pronto a sentirsi dire ancora una volta cose del tipo “Sei solo un fallito!”, oppure “Avrei dovuto sposare il dottor De Rosa. Quello mi faceva una corte spietata!”.
Sì, niente che non aveva già udito. Niente che non era già successo. E ormai era talmente stanco di tutta la sua porca vita al punto che di certo avrebbe assorbito quelle urla come se fosse una spugna.
Ma stranamente, Gina non urlò né diede di matto. Restò lì ferma a fissarlo. Per secondi. Forse minuti. Finché di colpo mosse il suo culetto ficcato in un vestito rosso, mosse nuovamente i tacchi colpendo il pavimento color pesca.
Arrivo di fronte a Mario. Lo fissò ancora. Guardò lui, poi la bottiglia sul tavolino, e il giornale con gli annunci di lavoro.
Lo afferrò e si mise a sedere su di una poltrona dello stesso colore del divano, piazzata a un lato del tavolino da lei amato.
Accavallò le gambe. Mario mollò un’occhiata.
Aveva ancora delle belle gambe, Gina, anche se Mario non le toccava da mesi, ormai.
E avrebbe voluto? Non lo sapeva! Non sapeva più niente, Mario. Forse non sapeva neanche che giorno era.
Subiva tutto per forza d’inerzia. Subiva la vita, senza poterci fare un cazzo di niente. E subiva lo sguardo ostile di Gina, che da quella poltrona lo fissava di tanto in tanto, mentre continuava a sfogliare quel quotidiano. Finché si fermò di colpo. Gettò il giornale sul tavolino. Guardò ancora il whisky. Guardò ancora Mario.
<< Come pensi di trovare un lavoro se continuai a ubriacarti? >> gli disse con tono severo, acido, violento.
Mario sospirò. Mandò giù altro whisky svuotando il bicchiere, e appena svuotato, subito si allungò verso il tavolino, versando altro whisky nel bicchiere e allungandolo con l’acqua.
Gina non distolse lo sguardo da lui. Strinse i pugni e fece una smorfia di disgusto con le labbra.
<< E’ continui! >> esclamò << Dico, non hai sentito quello che ho detto, Mario? L’hai sentito si ho no? Come credi di trovare lavoro se ti ubriachi tutto il giorno? >>
Mario ansimò, lasciandosi cadere sul divano e alzando la testa verso il vuoto.
<< Non sono mica ubriaco, Gina >> disse con tono stanco e rassegnato, chinando lo sguardo verso il bicchiere e fissandolo.
<< Oh, come no! Hai solo bevuto mezza bottiglia di whisky. E sono solo le sei del pomeriggio >>
Mario non aggiunse una parola. Era tutto vero! In poche ore aveva tracannato mezza bottiglia di quella merda da discount, e con ogni probabilità prima che fosse terminata quella giornata avrebbe finito anche l’altra metà, e attaccato un’altra bottiglia.
Ma che poteva fare? In fondo le sue giornate erano interminabili, e l’alcool, come il fumo, per lui erano le sole lancette capaci di scandire il tempo. La sola compagnia! La sola voce amica per non impazzire in quel vuoto assoluto.
Ma non perse tempo a spiegare quelle cose a Gina. Lei non avrebbe capito. Non avrebbe accettato che una persona può voler restare al tappeto. Sì, perché magari sa che pur rialzandosi troverebbe subito un altro pugile innanzi a sé. Un altro pugile pronto a spaccargli il culo e mandarlo nuovamente al tappeto.
Così restò lì, al tappeto, bevendo il suo whisky ed evitando di incrociare lo sguardo di Gina.
Ma ancora una volta non fu un’ottima idea!
Gina si alzò di scatto, sbuffando, e girando nervosamente per la stanza.
Poi si fermò di colpo, fissando Mario con tutto l’odio di cui fosse capace.
<< Ma almeno ti rendi conto di quello che stai facendo? >> gli strillò contro con fare isterico, agitando le mani come se fosse impazzito.
Mario restò calmo. Abbassò il bicchiere e diede un’altra strippata alla sua sigaretta.
Per un attimo pensò persino a cosa risponderle. Forse esisteva un modo per giustificarsi. Forse esisteva un modo per farla calmare.
No, non esisteva un cazzo, e lui lo sapeva bene.
Così non ci pensò più di tanto, e disse la prima cosa che gli passò per la sua testaccia bacata.
<< Un tempo anche a te piaceva bere con me >> borbottò, alzando appena di un po’ lo sguardo verso di lei.
Gina sospirò con fare nevrotico, alzando le mani verso la testa e abbassandole velocemente, come se stesse cercando di colpire l’aria.
<< Oh signore, Mario, le cose cambiano! >> esclamò con tono inviperito << Eravamo ragazzi. Non avevamo ancora delle responsabilità. Ora abbiamo una casa. Abbiamo una figlia, Mario. Dio, non pensi a noi? >>
Mario la fissò a lungo. I suoi occhi rimasero incollati ai suoi. Anche se in realtà non la stava neanche vedendo.
No, vedeva solo la sua porca vita mentre quelle parole gli rimbombavano nella testa.
“Delle responsabilità” echeggiò nel suo cervello.
Sì, lui era diventato un marito, un padre, un capo famiglia.
Ci si aspettava che lui facesse cose utili e sagge. Cose come lavorare dodici ore in una fabbrica. Comprare un’auto e un televisore nuovo. Conservare i soldi per portare la famiglia al mare. Collezionare i bollini della benzina. Fare un’assicurazione sulla vita e avere un programma televisivo preferito.
Mentre invece, Mario non riusciva a fare niente di tutto ciò. Sapeva solo starsene lì in quella casa, oziando e bevendo, senza riuscire a combinare un cazzo nella sua vita. Sapendo che qualsiasi cosa avesse fatto, qualsiasi lavoro avesse svolto, alla fine nulla sarebbe cambiato. Non sarebbe mai stato niente! Solo un povero coglione che si sarebbe spaccato la schiena fino alla morte.
CONTINUA…

Le lacrime, il dolore, la rabbia, la frustrazione di uno scrittore emergente. Uno scrittore! Uno scrittore che passa le giornate facendo cose odiate, vedendo persone odiate, e tutto solo per tirare avanti. E quando ci riesce? Quando finalmente i suoi libri vengono pubblicati? Cosa succede? THE WRITER, quinto romanzo di Marco Peluso (e forse ultimo) pubblicato dalla Damster edizioni. Partecipante al concorso nazionale Eroxè Context 2015, e disponibile su quasi tutti gli store online.

Era triste! Già, molto triste.
Lei non esisteva. Io non esisteva. Nessuno era mai esistito!
Eravamo solo corpi vuoti che si scambiavano tra loro. Sostituendosi. Non facendo altro che cambiare un corpo con cui interagire.
Non altro che corpi! Il resto era sempre uguale. Uguale i sospiri, uguali le emozioni, uguali i baci, uguale la sua fica contro al mio cazzo. Uguale la sua espressione quando le venni sul viso. E uguali le sue coccole mentre stavo steso lì con lei su quel letto, abbracciandola e baciandola.
Finsi ancora! Sì, ero ancora sul set della mia vita, proprio come quando stavamo nella mia camera da letto.
<< Mi piaci così tanto >> sussurrò accarezzandomi.
Io mi voltai verso di lei. La fissai dritto negli occhi, come per capire chi fosse.
Non lo capii! Non feci altro che sorriderle e stringerla.
<< Anche tu mi piaci da morire, piccola! >>
Lei mi strinse forte.
Riprendemmo a baciarci. Riprendemmo ad accarezzarci. Riprendemmo a scopare.
Ma era vero? Mi piaceva sul serio?
Sì! Ed era proprio questa la cosa più triste.
Lei mi piaceva. Stavo bene con lei. Non volevo rinunciare a lei. Benché non sapevo chi fosse. Anche se non la vedevo veramente, come lei non vedeva me.
Era l’idea di lei a piacermi. Di averla al mio fianco. Di non essere solo. Di poter perdermi nel suo profumo. Nel poter sentire il sapore della sua pelle.
La solita storia! E io sempre troppo coglione per accorgermene.
Ero di nuovo il fidanzatino di Antonella. Pronto a smettere di bere, fumare poco, pulire la mia camera e costruire certezze. E infatti, proprio prima che andassi via da lì, lei mi convinse a giurarle che avrei svuotato quelle bottiglie e smesso di pisciarci dentro.
Ecco, ero proprio un bravo bambino! L’amore di mamma e papà. Al punto che camminando per strada, da solo, immerso in una folla di sconosciuti, mi fermai fissando il mio volto in una pozzanghera.
Ero sempre io, sì, ma non mi riconoscevo più. Mi sembrava di vedere un impiegato statale. Un qualsiasi operaio di una qualsiasi fabbrica.
Fottuto! Sì, solo un fottuto essere mediocre.
<< Cristo! >> esclamai, distogliendo lo sguardo e bevendo una birra comprata in uno di quei bar. Continuando a camminare con passo veloce, nonostante l’affanno, e il cuore che batteva a mille.
Lasciai quella gente del cazzo e mi rimisi sul corso che conduceva a Piazza Garibaldi. E lì su quel corso, per fortuna di persone non ce ne stavano. No, solo qualche puttana, qualche trans, qualche disperato che camminava fissando il vuoto, e un paio di auto di tanto in tanto.
Io continuai ad avanzare. Pensando solo al mio libro. Al mio futuro da scrittore ormai incapace a scrivere anche solo la lista della spesa. E a quella mia vita che stava andando a puttana.
Mi fermai davanti al cancello del palazzo di Antonella. Ancora una volta. Fissandolo e pensando cosa avrei provato facendomela nuovamente.
Forse non avrei riconosciuto la differenza tra lo scopare lei e lo scopare Ivana. Magari non avrei provato niente! Forse non avrei nutrito neanche un qualsiasi senso di colpa nei confronti di Ivana.
Ma il problema non si pose!
No, Anto non c’era. Ivana se ne stava a casa a dormire, o magari a parlare al telefono con Dario. E io ero da solo lì per strada. Come un vagabondo. Come un topo di fogna.
Cazzo, un tempo quella era la mia linfa vitale. Ciò che mi permetteva di scrivere.
Cioè, vedevo qualcosa per strada, e baam! Di colpo migliaia di immagini prendevano vita nella mia mente.
Invece, ora cosa?
Il vuoto assoluto! Ero solo un perdente che desiderava di diventare ricco come Gordon Gekko, famoso come Mark Zuckerberg, potente come Gheddafi.
La mia passione era svanita. Ero solo una piccola troietta lasciata per strada dopo essere stata stuprata: le cosce sporche di sperma, i vestiti stracciati, il trucco sciolto dalle lacrime.
Cristo, mi venne da sorridere arrivando a Piazza Garibaldi. Vedendo quei rifiuti umani seduti ai piedi di una grossa statua, intenti a bere birra. Vedendo puttane forse minorenni venderla per strada, e pezzenti girare a vuoto in cerca di un modo per far passare la serata.
Diedi ancora un sorso alla birra, svuotandola del tutto, per poi cominciare a fissarla.
La guardai a lungo. Senza vedere niente. Sentendo solo i rumori della città rimbombare attorno a me. Le urla di quella gente! Le lacrime di qualcuno. I rumori delle gomme che stridevano sull’asfalto.
Strinsi la bottiglia e la lanciai con forza contro a un palazzo, facendola fracassare in mille pezzi.
Udii ancora altre urla. Qualche risata. Ancora auto sfrecciare nella notte.
Andai via da lì. Camminando velocemente. Sentendo tamburi battere nella mia testa.
<< Che patetico coglione! >> udii echeggiare attorno a me.
<< Fa silenzio. Sta zitto! >> urlai senza fermarmi. Camminando per quella piazza, fissato da occhi di pazzi che mi credevano pazzo.
E forse lo ero per davvero! Sì, ma non me ne fotteva un cazzo. Non in quel momento, almeno.
Volevo solo sparire.
Così mi ficcai in un bar. Nel bar Azzurro, per l’esattezza. Andando con fare frettoloso verso il vecchio lardoso dietro la cassa.
Non persi tempo né a guardare lui né a guardare chiunque ci fosse lì dentro. Non guardai niente e nessuno! No, ordinai una bottiglia di vino rosso, la pagai e uscii da lì con la stessa fretta con cui ero entrato. Riprendendo a camminare per strada. Bevendo a grandi sorsi da quella bottiglia e fumando sigarette come se stessi respirando.
Arrivai fino alla stazione. Non sapevo perché. Ma lo feci! Fermandomi lì e mettendomi a sedere su di un marciapiede.
Attorno a me alcune puttane la vendevano. Alcuni disperati aspettavano un pullman notturno che li portasse a casa. Dei tassisti abusivi cercavano di trovare dei clienti. E decine di barboni se ne stavano stesi a terra, dormendo avvolti da unte trapunte.
Improvvisamente sentii un tremendo tanfo di merda proprio dietro di me. Una puzza ben peggiore di quella emanata dalla mondezza piazzata in ogni dove per strada.
Mi voltai lentamente. Guardando dietro di me con fare disinteressato. Con fare apatico.
Un vecchio sdentato e vestito di stracci puzzolenti stava ritto proprio dietro di me. Sorridendomi. Mostrandomi le sue grosse e violacee labbra avvolte da una stepposa barba, e i suoi pochi denti neri come la pece.
Sospirai e mi voltai nuovamente. Ma fu inutile! Perché il tipo avanzò, mettendosi a sedere accanto a me.
<< Ehi, amico, lo so che stai anche tu nella merda. Ma non è che mi offriresti una sigaretta? >> mi chiese con la sua voce rauca.
Io non aggiunsi altro. Tirai fuori il pacchetto di sigarette e gliene passai due.
Lui sorrise di più. Spalancando quella sua enorme bocca deformata dai denti mancanti.
Una se la ficcò nel taschino del suo cappotto, l’altra se la piazzò in bocca, accendendola.
Diede  qualche strippata. Restando seduto accanto a me e fissando il vuoto.
<< E’ molto che sei per strada? >> mi chiese.
Io mi voltai verso di lui. Fissandolo dritto negli occhi. Fissandolo come se lo stessi trapassando con una lancia.
Cazzo, avrei voluto ucciderlo! Urlargli contro “Ma lo sai con chi cazzo stai parlando? Io non sono una merda come te. Io sono uno scrittore!”.
Ma lo ero? O ero una merda come lui?
Cristo, un tempo non me ne sarei vergognato. Quel tempo in cui avevo scritto roba buona! Quel tempo ormai lontano.
Mi alzai di scatto e lo fissai. Fissai quell’uomo non diverso da me. Un fallito come me! Un fallito come tanti al mondo.
No, non ero né uno scrittore né un barbone. Ero niente! Un misero puntino. Il nulla nel nulla.
Lo lasciai lì e a passo veloce andai verso casa.
Erano le tre di notte. La pancia bruciava. La testa girava. Il cuore batteva sempre più forte. E non sentivo né le gambe né le braccia.
Stavo morendo? No, ero solo un povero ubriacone! Talmente ridicolo da non riuscire neanche ad aprire il portone del mio palazzo.
Cominciai a prenderlo a calci! Con fare goffo e curioso.
<< Cazzo, maledetto, apriti! Apriti, figlio di puttana! >> urlai, continuando a prendere a calci quell’affare.
Qualche cane abbaiò. Qualche gatto miagolò. E poi dal nulla le cascate del Niagara mi travolsero!
Rimasi immobile qualche istante, per poi guardare in alto. Fissando quel balcone da cui qualche vecchia mi aveva gettato un secchio d’acqua.
<< Vecchia troia del cazzo! Scendi giù, che sfondo il culo a te e a quel frocio di merda del tuo vecchio uomo >>
Ma nessuno scese!
<< Vai a letto, ubriacone di merda! Prima che chiamiamo la polizia >> urlò qualcuno da quel palazzo.
Così mi calmai. Trovai il modo di aprire quel portone ed entrai nel palazzo, salendo le scale fino al mio pianerottolo, e ficcandomi in casa mia, ancora bagnato fradicio.
Beh, non trovai la mia gatta ad attendermi, stavolta. No, lei stava mangiando! Sì, perché la luce della cucina era accesa. E da essa vidi uscire mia madre. Lì ferma a fissarmi con le lacrime agli occhi. Guardando il frutto del suo grembo ridotto solo a un pazzo ubriacone che urlava nella notte.
La lasciai lì! Non andai da lei per abbracciarla, né le dissi niente. No, entrai nella mia camera da letto e chiusi la porta a chiave. Così da stare nel mio mondo. Da solo. Senza dover spiegare niente a nessuno.
Tanto, che sarebbe cambiato? Un cazzo di niente!
Eppure la gente amava parlare! Faceva terapie dove si doveva parlare a qualche sconosciuto delle proprie cose. Andava a riunioni di condominio, riunioni per alcolisti anonimi, corsi di meditazione guidata, circoli di lettura come quelli di Dario, oppure chiamava a qualche cazzo di call center.
E poi cambiava qualcosa? No, per niente! Alla fine tanto parlare, e nulla cambiava. Condivisioni spirituali, e le cose rimanevano sempre uguali. Discorsi su come cambiare il mondo, e tutto restava uguale.
Che si poteva fare allora?
Scrivere! Sì, la sola cosa da fare.
Così mi spoglia e mi misi al computer, bevendo ancora e fumando. Fissando ancora quel foglio bianco.
Niente! Ancora una notte e nessuna parola. Un cazzo di niente!
<< Che c’è, non sai più cosa scrivere, fallito? >> rimbombò dal nulla attorno a me.
<< Fa silenzio. Zitto, zitto! >> urlai, piazzandomi le mani contro la testa come se volessi schiacciarla.
Una risata echeggiò nella stanza. Io mi alzai di colpo, guardandomi attorno.
Fermai lo sguardo verso il nulla e diedi un sorso alla bottiglia, per poi abbassarla di scatto.
<< Che cazzo ne sai tu? >> strillai << Tu non sai un cazzo di niente di me. Niente! >>
<< Oh, davvero? Invece so tutto di te, amico, e lo sai bene! So ogni minima stronzata che ti frulla nella testa. Ah, sì, il grande artista! Beh, almeno prima riuscivi a scrivere tanta merda. Le tue opere d’arte che non sono mai interessate a nessuno >>
<< La gente non capisce un cazzo! >> urlai, puntando il dito contro al vuoto.
Quella risata rimbombò nuovamente nella stanza, colpendomi in pieno volto.
<< Coglione! La gente è tutto! È lei che decide. E tu, da bravo fallito, cosa hai fatto? Hai continuato a scrivere la tua merda. Prendendotela con il mondo che non ti cagava. E poi, quando finalmente qualcuno ha deciso d’investire sul tuo schifo noioso, psicologico, e aggressivo, tu cosa hai fatto? Hai creduto di poter far di più! E ora? Ora non riesci neanche più a scrivere una sola parola. Sei nella merda, amico! Non scrivi più e non sei neanche famoso. Non sei niente! >>
<< Fa silenzio! >> strillai, mettendomi in ginocchio e cominciando a piangere. Sì, a piangere! Proprio come non facevo da anni. Lì in ginocchio davanti al nulla, a piangere innanzi alla consapevolezza di non essere niente. Innanzi alla consapevolezza di quella vita di merda che lentamente mi stava divorando.
Rimasi li a terra a piangere come un bambino, non so per quanto tempo. Fottendomene del freddo. Non riuscendo a pensare a niente. Piangendo solamente! Piangendo, mentre attorno a me non sentivo altro che quella risata. E sotto di me solo il pavimento molle come un budino. Come la merda che mi stava inghiottendo.

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THE WRITER, quinto romanzo di Marco Peluso pubblicato dalla Damster edizioni, da oggi disponibile in formato digitale in molti store online.

Andai al pc, e non per scrivere. No. Quanto per continuare le mie pubbliche relazioni. Per postare qualche estratto del mio romanzo. Qualche foto della copertina. Qualche post atto a incrementare le vendite inesistenti.
E chi rispose?
I soliti!
Gente che non aveva mai letto niente di mio. Scrittori che non avevano mai letto niente di mio. Sconosciuti che non avevano mai letto niente di mio.
I soli a non congratularsi furono i miei pochi amici. Loro che sapevano bene quanto mi facessero schifo tutti quei fasulli convenevoli.
Eppure ero proprio nel mezzo di quella farsa!
Sì, ero l’amico di tutti. Dispensavo “grazie” a palate. Ridevo con tutti. Parlavo con tutti. Invitavo tutti a comprare il mio libro per poi darmi un’opinione.
<< Che uomo senza palle! >> sentii rimbombare attorno a me.
Io mi alzai di scatto, guardando attorno a me con aria spaventata.
Una risata avvolse tutto. Mi penetrò. Mi lacerò. Mentre con aria sconvolta continuavo a fissare quella stanza simile a un campo Rom.
<< Quegli stronzi non compreranno mai una sola copia del tuo libro. Lo sai, vero? >> riprese quella voce.
<< Chiudi quella cazzo di bocca! >> urlai, dando un calcio alle mie scarpe lì sul pavimento.
La mia gatta scappò via. Quella voce prese a ridere ancora.
<< Lo scrittore dannato! >> esclamò ridendosela.
Io caddi in ginocchio. Con il volto rivolto al pavimento. Ansimando e mantenendomi la testa.
<< Ma guardati! >> udii ancora << Uno stronzetto che fa tanto l’emarginato, e poi sta a chattare su di un cazzo di social network. Gli scrittori che piacciono a te non hanno mai fatto simili merdate da checca! >>
<< Che cazzo ne sai tu? >> urlai, alzando la testa verso il vuoto.
Quella voce scoppiò nuovamente a ridere, rimbombando per tutta la stanza.
Poi smise di colpo. Svanendo. Lasciandomi la da solo, in ginocchio, stravolto da mille pensieri indefiniti. Mille pensieri che si muovevano nel mio cervello come fossero locuste impazzite.
Mi alzai lentamente. Respirando a fatica e fissando il nulla. Bevendo lentamente la mia birra.
Poi un altro tuono!
<< La tua merda non piacerà mai a nessuno! >> udii ancora.
Digrignai i denti e strinsi i pugni, brandendo la bottiglia nella mia destra.
<< Basta! >> strillai, scaraventando la bottiglia contro a un muro.
I vetri volarono in ogni dove. Spargendosi tra la sporcizia nella mia camera.
Io rimasi lì fermo a fissarli. Sembravano lacrime pietrificate! Il mio pianto ghiacciato da un gelido dolore.
Le fissai ancora un po’.
Cristo santo! Avevo voglia di spaccare tutto. Voglia di gettare bombe atomiche contro al mondo intero. Voglia di spezzare il collo a ogni bambino Africano. Di spellare vive tutte le foche. Di dare fuoco ai negozi di piccoli imprenditori. Stuprare le figlie sedicenni di chi si fosse rifiutato di apprezzare i miei scritti.
Ero una bestia! Ero il male puro. Ero rabbia in carne e ossa.
Sentivo le vene pulsare nel mio corpo. La pressione sanguigna irrompere nelle mie arterie fin quasi a spaccarle. La mia testa palpitare come un tamburo. I miei denti digrignarsi tra essi così forte come se si stessero spaccando.
Diedi un pugno contro al muro. Violentemente. Sentendo il braccio vibrare per il forte colpo.
Restai fermo per qualche secondo. Fissando il muro davanti a me e, lentamente, allontanando il braccio.
Non era cambiato niente! Il mondo era ancora intatto. La realtà vivida e presente.
La mia rabbia non era servita a niente!
Così cercai di calmarmi, consapevole di essere fottuto. Che quella pubblicazione mi aveva dato un’ulteriore conferma di essere Mr Nessuno.
Andai in cucina e preparai da mangiare, bevendo intanto un’altra birra. Poi, verso le sette di sera, affamato come non mai, mi misi al pc mangiando la mia pasta e rispondendo a tutti i miei fasulli fan e ai miei nuovi amici scrittori.
Feci tutto meccanicamente. Mangiare, rispondere, scrivere, sorridere: tutto meccanicamente! Come se non fossi io a farlo. Come se al posto mio ci fosse un robot programmato per farlo.
E passai così quasi tutta la serata. Bevendo, fumando. Senza scrivere nessuna nuova storia! Perso nel nulla. Cercando solo un modo per far decollare quel mio romanzo. Un modo per tirarmi fuori da quella schifosa esistenza. Per avere finalmente quella gloria e quel successo che tutti in un modo o in un altro desiderano.
Sì, anche io! Io, il disadattato. Quello a cui non fotteva un cazzo di apparire, piacere, essere voluto bene.

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Tratto dal romanzo AFFAMATA D’AMORE. Romanzo pubblicato dalla Damster edizioni, partecipante al concorso nazionale Eroxè Context 2015, edisponibile in formato digitale presso tutti gli store online.

Un romanzo in parte ispirato a una storia vera.
Uno scrittore emergente che nonostante le sue pubblicazioni continua a essere un nessuno. Un povero fallito costretto a spaccarsi il culo solo per pagarsi il diritto a sopravvivere.
Una strana ragazza che ha letto un suo libro. Una ragazza sorridente ma dagli occhi tristi. Una ragazza che si muove nel mondo come se fosse una bambina.
Due mondi diversi. Due mondi che si incontrano. Due persone spaventate e ferite che vorrebbero solo fuggire. Scappando da ciò che li travolge. Scappando dalla vita. Scappando forse dall’amore.

Le venne da sorridere, fissando il mio libro come se stesse guardando qualcosa di sacro.
<< Incredibile! >> riprese << Uno che scrive roba così, e si mischia a gente come quella >>
<< E’ solo un modo per farsi conoscere. Un modo per vendere >>
<< Sì, come quella presentazione! Ti rendi conto di quante stronzate hai detto? Per un attimo non mi sembravi neanche la stessa persona che ha scritto questo libro >>
Non le risposi. Avevo voglia di strangolarla. Avevo voglia di spaccarle la faccia. Avevo voglia di cavarle dalle orbite quei suoi occhi arroganti, o forse, di farlo per metterli al posto dei miei. Per vedermi come lei mi vedeva in qual momento. Come lei forse mi aveva visto in quel libro.
Poi, lentamente, lei aprì quel libro e iniziò a sfogliarne qualche pagina.
<< Avevo bisogno di lei >> cominciò a leggere << Lei era la mia mammina. Lei era la partita di droga data dallo spacciatore al suo cliente. Cazzo, m’imbottiva di merda le vene e la ringraziavo. Me ne
stavo lì a farla fare, a farmi drogare, a crearmi una dipendenza
dalla sua pelle, dalla sua bocca, dal suo profumo, dalla sua fica. E mentre lo faceva, la ringraziavo anche. Mentre lo faceva io gioivo anche >>
Non aggiunse altro. Chiuse il libro e restò immobile a fissarmi.
Il tempo innanzi a noi si era fermato. Ogni lancetta si era infranta. Le persone si erano tramutate in statue di sale. E risate e musica erano svanite per lasciar spazio a un assordante quanto penetrante silenzio.
<< Cercavo un libro per innamorarmi >> disse, rimettendo a posto quel libro << E ho trovato il tuo! >> esclamò, tornando a fissarmi.
Io restai imbambolato a fissarla. Sbigottito. Senza capire. Senza neanche comprendere cosa stava succedendo.
Lei si alzò lentamente dalla sedia. Non distolse neanche un secondo lo sguardo da me. Restando lì in piedi a fissarmi per secondi che sembrarono secoli.
Afferrò la bottiglia e le diede un sorso deciso. Poi subito un altro. Svuotandola del tutto e poggiandola con forza sul bancone.
<< Stai lontano da me! >> mi disse con tono deciso. Fissandomi negli occhi. Perforando i miei occhi.
Poi, più niente!
Si voltò e andò via.
Vidi le sue forse sinuose muoversi tra quella folla pietrificata. Il suo corpo da bambina attraversare fasci di luce congelati dalla sua presenza. Il suo culetto da modella ondeggiare nell’aria, come se la stesse domando.
Poi basta!
Lei svanì del tutto. I miei occhi si mossero. Le palpebre si chiusero e aprirono più volte. E velocemente, selvaggiamente, la realtà attorno a me tornò a scorrere. La gente a muoversi. Le luci a battere sui loro svolti spenti. Le loro voci nauseanti a mischiarsi a musica altrettanto vomitevole.
Tutto era finito! La realtà era svanita per lasciar posto a una gelida catena di montaggio dove tutti avevano qualcosa da fare. Dove tutti eseguivano un compito, dimenticandosi infine di vivere la propria vita.
Io mi voltai verso il bancone, sentendo ancora la scia del suo profumo sotto al mio naso e sulla mia pelle.
Tornai alla mia di catena di montaggio. Al mio lavoro. Alla mia illusione che mi stava rubando la vita, nell’illusione di poterla vivere.
Mandai giù altra birra. A grandi sorsi. Velocemente. Sentendo il sapore amaro del malto scendere per la gola. L’etanolo scorrere nel sangue, e il fegato faticare per smaltirlo.
Eloquio indistinto, incoordinazione muscolare motoria, aumentata fiducia in se stessi ed euforia. Tremore, nausea, aumento della sudorazione, febbre e allucinazioni.
Tutto svaniva. Tutto rinasceva. Sorso dopo sorso. Colpo dopo colpo. Illusione dopo illusione.
Il dolore, la paura, le preoccupazioni.
Ero Dio! Un Dio triste a malinconico. Un Dio che rivedeva la sua vita dal fondo di un bicchiere. Un Dio che doveva soffrire per sentirsi vivo. Restare solo, nel nulla, rivedendo il proprio dolore galleggiare come feti abortiti smarriti in fiumi di alcool giallognolo. Bisognoso di sentire il proprio corpo paralizzato di nuovo preda di dimenticate sensazioni. Di una sensibilità dimenticata. Di emozioni calcificate. Sentimenti pietrificati.
Ecco, il mondo era svanito di nuovo. Bach suonava nella mia mente. Musica aggressiva! Crescenti che come artigli dilaniavano con improvvisi colpi le mie carni.
Il sangue sprizzava ovunque. Un nuovo boccale nella mia mano. Altri sorsi. Altre lacrime invisibili. Altri sorrisi cinici.
La mia vita! La mia vita che non riuscivo ad afferrare. La mia vita racchiusa ormai solo in un bicchiere. Piccoli momenti che aleggiavano come visioni intangibili, attorno a me e in me, mentre tutto quello che mi circondava diventava tremendamente incisivo se pur assente. Come una pressione contro le mie tempie. Come se mani invivibili stessero pigiando contro la mia fronte delle poderose dita, e in me, in una parte indefinita, ogni cosa vissuta prendeva forma, risvegliando rimpianti, dolori, piccole gioie ormai passate e volti lontani. E nel mezzo di quel frastuono. In quel vortice di alcolici pensieri. Il suo volto! Quel volto strano che mi aveva tirato via da quel suicidio. Quel volto apparso e scomparso nel nulla. Quella visione onirica che aveva fatto vibrare e tremare la mia pelle. Quegli occhi che forse non avrei mai più rivisto.
Mi venne da sorridere a pensarci. Il sorriso di un ubriaco! Il mio solito sorriso da fesso.
Dimezzai in un sorso il boccale e poi mi alzai dallo sgabello. Barcollando. Quasi cadendo al suolo.
Mi guardai attorno. Il sogno era finito. La realtà era finita.
Restava il nulla!
Quei volti, quelle voci, quelle luci, quella gente. Quel delirio.
E io dove sarei andato? Che cosa avrei fatto?
Niente! Sì, ecco cosa.
Avrei finito quella storia e poi sarei tornato a casa. Nel mio fetido bilocale nei vicoli della stazione centrale. Passando la notte da solo. In mutande. Chiuso nella mia stanza a scrivere storie che non mi avrebbero mai reso famoso. Ubriacandomi! Illudendomi di essere il Re. Ancora per una notte! In una notte dove le illusioni e la realtà si fondevano. Facendomi dimenticare di essere un fallito. Di non essere nessuno. Un niente! Un niente che il giorno dopo sarebbe dovuto andare in una merdosa fabbrica per pagarsi il diritto a sopravvivere.

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