Tratto dal romanzo “Affamata d’amore” Romanzo pubblicato dalla Damster edizioni in formato digitale, e partecipante al concorso nazionale Eroxè Contex 2015. Una storia d’amore. La passione di due folli che sfuggono dal dolore. Dalla paura di soffrire ancora. Forse, dalla paura di amare e lasciarsi amare.

Io alzai lo sguardo al cielo, capendo che mancava ancora molto alla verità.
La notte era ancora lontana! Le strade erano ancora popolate di brava gente. Le blatte erano nei loro buchi, e i topi nelle loro fogne.
Per le strade, solo pochi barboni ormai impazziti, se ne stavano fermi contro le mura dei palazzi. Fissando il vuoto. Trapassati da tutta la brava gente intenta a raggiungere le proprie vite.
Da qualche parte, alcuni Rom scavavano tra i rifiuti. Degli ubriaconi bevevano vino in cartone, stando seduti sotto a qualche solenne statua, assieme a tossici e morti di fame, mentre nascoste in dei vicoli, come fossero lebbrose, delle grasse e vecchie puttane cercavano di vendere la propria fica per dieci pezzi, o anche solo cinque. Tutto pur di sopravvivere! Per continuare a barcollare in quel mondo di merda. In quel mondo che non lasciava speranza alcuna, e che forse presto avrebbe soffocato anche il nostro sogno.
Sì, forse io sarei finito tra quella gente. Forse lei sarebbe tornata a Cuneo. Magari avrebbe dimenticato il suo vissuto, cominciando a rigare dritto, e diventando come tutti i patetici individui che odiavo. Quella gente che si muoveva per quelle strade. Ignorando il mondo a due passi da loro: quelle macerie dove vivevano gli invisibili. I pezzi di merda come me.
Io la strinsi forte. Forse per difenderla da uno dei due mondi. Forse per difenderla da entrambi. Forse per sentirla solo più vicina, e non sentirmi più solo.
Ma lei era lontana. Pensierosa. Triste. Quasi assente.
Vidi il suo sguardo triste. Quel suo silenzio che celava chissà cosa. Forse un addio. Magari un arrivederci. Comunque, quella lontananza che presto avrebbe dilaniato entrambi.
Guardai la piazza innanzi a noi. Al centro di essa, la nuova e modernissima metropolitana ricoperta da tubi e filamenti di ferro.
La gente, come se fossero tanti cadaveri, si muoveva sotto quella tettoia metallica, senza vedere né percepire niente. Sopravvivendo. Muovendosi in modo disincantato, solo per compiere le loro quotidiane commissioni. I loro inutili rituali che formavano le loro esistenze.
Vidi alcuni di essi scendere per le grosse scale di pietra che portavano verso la metrò. Verso quel grosso cratere scavato nel centro della pancia di quella piazza.
Non ci pensai due volte. Strinsi la mano di Elisa e feci un balzo, trascinandola verso la metrò.
Raggiungemmo le transenne di vetro rinforzato che cingevano la lunga metrò al centro della piazza.
Entrambi, come due ragazzini, poggiammo le mani contro di esse, chinando lo sguardo verso il basso.
<< Dio mio! >> esclamò lei, fissando con aria sbalordita quanto sotto di noi. Vedendo un enorme spiazzale di pietra avvolto da serrande di negozi chiusi, e al suo centro, un altro cratere da cui si vedevano file e file di scale mobili che si attorcigliavano tra esse. Scale metalliche, di ferro cromato, che salivano e scendevano. Intrecciate. Formando degli ingranaggi perfetti nel mezzo di quella città imperfetta.
Guardai con altrettanto stupore quello spettacolo. Quella stazione mai vita prima. Quella parte moderna e rinomata lì nel cuore di quella piazza piena di pezzenti come me.
Sì, era bella, e l’avevo scoperta solo grazie a lei. Anche se la bellezza che vedevo era ben diversa da quella che con ogni probabilità aveva in mente l’ingegnere miliardario che l’aveva progettata.
Quelle scale cromate che salivano e scendevano, intrecciandosi come ingranaggi, mi portavano alla mente Il Signore degli anelli. Mi sembrava di vedere Isengard. E in fondo, la gente che stava ferma su quegli ingranaggi non erano dissimili a tanti insensibili Hurk-hai fabbricati dalla gelida mano di Saruman.
Ecco, non avevo alcun dubbio. Dovevo farlo! E lo feci.
Afferrai di nuovo la mano di Elisa e la trascinai verso l’ingresso di quella grandissima metrò.
<< Ehi, ma che cazzo hai in mente? >> disse lei, ridacchiando e correndo assieme a me.
<< Hai detto che ti piacciono le stazione della metrò, no? >>
Lei non rispose. Sorrise solamente, continuando ad avanzare velocemente assieme a me, fino a raggiungere l’ingresso della metrò.
Scendemmo una rampa di scale di marmo attorniate da ringhiere di ferro cromato e due enormi pannelli di lucente plastica arancione.
Arrivammo alla fine di quelle scale. Ad almeno sei metri di profondità.
Avanzammo con passo veloce tra le serrande chiuse. Tra serrande che ben presto avrebbero ospitato negozi per la brava gente. Per lavoratori e studenti che avrebbero stuprato quella stazione. Quel piccolo sogno vissuto da sue stupidi pionieri.
Elisa alzò lo sguardo verso il cielo. Sorrise! Sorrise vedendo la tettoia fatta di filamenti di ferro e tubi metallici che la sovrastava. Che sovrastava me e lei. Quel nostro piccolo rifugio.
Dio, ci sembrava di essere in una navicella spaziale. Era il nostro sogno. Un libro inventato da noi. Un nuovo romanzo in cui immergerci, forse per innamoraci. Un mondo in cui non c’era più spazio per la gente indaffarata che percorreva quella stazione. Un mondo in cui c’eravamo solo noi, coperti da una ragnatela di ferro che ci proteggeva, e andando oltre le mura di cemento che ci soffocavano.
Arrivammo al cuore di quella stazione. Al posto che avevamo visto prima, sporgendoci dalle transenne.
Ci appoggiammo a delle sbarre di metallo. Guardando ancora giù. Guardando nuovamente quegli ingranaggi metallici che scendevano almeno fino a una quindicina di metri al di sotto del suolo.
<< Cielo, non finiscono mai! >> esclamò Elisa, fissando con aria esterrefatta e affascinata quel gioco di ferro lucente che si muoveva su e giù, formando perfetti ingranaggi che sembravano dar vita all’intera città.
Io guardai ancora i suoi meravigliosi occhi pieni di stupore. La tristezza era svanita. Era di nuovo viva. Di nuovo presente in quel sogno, senza chiedersi più quanto tempo ancora ci restasse.
La presi di nuovo per mano.
<< Vieni con me! >> dissi ridendo.
<< Ma stavolta che cazzo hai in mente? >> ridacchiò lei.
E cosa avevo in mente?
No, non ero diventato un coglione romantico come Dawson Leery o uno stronzissimo Brandon Walsh.
No, ero sempre un pezzo di merda disadattato. Uno che odiava il mondo. Un alcolizzato scansafatiche e perverso.
Ma lei valeva ogni fatica!
Per lei, e solo per lei, mi veniva naturale fare ogni follia. Gesti epici come neanche nel mio romanzo aveva mai letto. Cose che per nessuna donna avevo mai fatto.
E infatti, vidi il suo stupore quando la condussi fino agli sportelli delle biglietterie.
Lei, invano, cercò di tirarmi via.
<< Ma che diavolo fai? Dai, andiamo! >>
<< Non volevi vedere la metrò? >> le risposi. Sorridendo e trascinandola a forza fino a uno di quegli sportelli.
Lì dietro, un vecchio e grasso impiegato se ne stava immobile e zitto, fumando una sigaretta e sfogliando una rivista.
Io ed Elisa rompemmo quel suo stato di grazia. Piazzandoci davanti a lui. Solo per chiedere due biglietti.
Beh, quando glieli chiesi, lo stronzo neanche ci guardò. Neanche capì la meraviglia a cui stava assistendo. Come forse non la capì tutta la gente lì sotto.
No, si limitò a incassare quattro pezzi. Io presi i due biglietti, e tenendo la mano di Elisa mi diressi assieme a lei verso le sbarre che delimitavano l’ingresso ai binari della metrò.
Dio, lei era entusiasta. Quando marcò il biglietto sembrò che stesse aprendo la porta per un nuovo mondo.
Cristo, era bellissima, e io ero pazzo di lei. Incantato da quel suo muoversi come se fosse una bambina, camminando assieme a me per il lungo corridoio di cemento lucente e intarsiato, toccando le mura, e qualsiasi cosa gli si parasse innanzi.
Stava scoprendo il mondo. Un nuovo mondo. Il suo mondo! Un mondo fatato in cui poteva stare da sola con il suo strano uomo. E quando giungemmo innanzi a quelle scale mobili. A quegli ingranaggi perfetti che si muovevano susseguendosi in mille riflessi di luce metallica. Lei sembrò quasi impazzire dalla gioia!
Mi strinse forte la mano e mi diede un bacio. Poi, come due esploratori, ci mettemmo a bordo di uno di quei macchinari. Cominciando a scendere. Lasciandoci trasportare dal metallo sotto di noi.
Lei strinse forte la ringhiera della scala. Sentendosi leggera. Quasi come se stesse volando.
Alzò lo sguardo. Su di lei, su di noi, il reticolato di ferro diventava sempre più lontano. E attorno a noi, altre scale salivano e scendevano lentamente. Alcune vuote. Altre ancora che trasportavano frettolosi ammassi di carne troppo presi a sopravvivere per potersi godere quel momento di bellezza.
Poi scendemmo dalla prima rampa, percorrendo qualche metro di cemento, e mettendoci subito su di un altro ingranaggio.
<< Non finisce mai! >> esclamò Elisa << Ma quanto scendiamo? >>
Io non le risposi. Non avevo più parole per commentare la bellezza che provavo nello stare con lei. Riuscii solo a baciarla! A baciarla intensamente, mentre attorno a noi la gente continuava a scorrere come un fiume di letame, e sotto di noi, quel metallo magico ci conduceva al nostro mondo fatato. Gradino dopo gradino. Scala dopo scala. Finché, scendendo sempre più in giù, finalmente salimmo in paradiso: nel cuore di quel mondo. Nel cuore del nostro sogno. Io e lei da soli, incuranti della gente che doveva andare chissà dove. Sapendo di non voler andare in nessun posto preciso. Di voler stare solo assieme. Assieme, in quella nostra strana follia.
Raggiungemmo uno dei binari. Uno a caso! Non ce ne fotteva un cazzo.
Le mura erano nuovissime: gialle, blu e nere. Decine di persone annoiate se ne stavano ferme dietro a una linea gialla. E nell’aria echeggiava una stupida musichetta proveniente da uno dei monitor LCD appesi ai muri.
Io ed Elisa ci fermammo davanti al binario. Proprio sopra alla linea gialla che metteva in guardia aspiranti suicidi, o li invitava al folle gesto.
Noi non avevamo però intenzione di gettarci sotto a un treno. No, stavamo bene! Stranamente stavamo bene in quel momento.
Rimanemmo lì fermi. Fissandoci dritto negli occhi. Perdendoci nella luce emanata dai nostri occhi.
Quella ridicola musichetta continuò a echeggiare attorno a noi. Degli sguardi si posarono sui nostri corpi. Ma noi rimanemmo lì fermi. Vicini. L’uno con le mani sul corpo dell’altro e i volti quasi uniti.
Le mie labbra si avvicinarono alle sue. Le sue labbra si avvicinarono alle mie. E in un attimo si sfiorarono. Cominciarono a baciarsi. Intensamente. Ardentemente. Forse come mai fatto prima da quando c’eravamo conosciuti.
No, quello non era un addio. Ma una speranza! Quella speranza che non conoscevo da anni. Quella speranza persa crescendo. Quella speranza che fluiva in me, assaporando le sue labbra. Gustando la sua essenza. Entrando sempre di più in quel mondo meraviglioso chiamato Elisa. Una speranza che quella storia non sarebbe finita. Un qualcosa di duraturo e intenso come quel bacio. Quell’appassionato bacio! Le sue labbra che si muovevano contro le mie, assaporandole, avvolgendole, mordendole. Muovendosi allo stesso ritmo delle mie. Assieme! Unite. Fuse. Mentre noi, altrettanto uniti, a occhi chiusi, lasciavamo che le nostre mani parlassero per noi, costellando di tenerezza i nostri corpi. Le nostre anime che si erano incontrate per caso. Forse spinte da un selvaggio e atavico desiderio. Portate lì, in quel mondo fatato dove tutto era di colpo sparito. Dove non restavamo che noi. Il sapore di quel bacio. Il suo profumo. La tenerezza delle sue labbra. Le sue piccole mani attorno al mio corpo. Il tocco della sua lingua. Il suo respiro. La sua morbidezza. La sua dolcezza. Il suo sorriso.
Dio, era tutto un sogno. Eppure era vero! Lei era vera, ed era davanti a me. Stretta a me. Unita a me. Mentre le sue labbra continuavano a muoversi sulle mie. E le sue lacrime, invisibili, fluivano assieme alle mie.
Quell’addio o arrivederci sempre più prossimo sembrava ora così lontano, al cospetto di quei baci. Di quel sapore. Di quel nostro divoraci. Di quella parola che entrambi conoscevamo e provavamo, ma che ancora non avevamo il coraggio di dirci, feriti com’eravamo dalla vita. Quella vita che lentamente stava riaffiorando in noi, insegnandoci, come fossimo due infanti, il significato della parola speranza. E forse di una parola ancora più grande. Quella sola parola che, baciandoci, avremmo voluto dire.
No, un attimo! Respiri profondi. Respiri profondi. Respiri profondi. Fai entrare e uscire l’aria. Ragiona! Cosa stai dicendo? Cosa credi di provare?
Eppure, lì in piedi, davanti a quel binario, fissandola mi sentivo felice. Come se fossi innanzi alla vera bellezza. Al volto di Dio. All’incanto del paradiso.
Poi, ecco un fischio da lontano. Delle luci emergere dalla galleria della metro. Un grosso rumore. Una ventata. I nostri occhi che s’intrecciarono ancora, e i nostri sorrisi che brillarono tra decine e decine di volti spenti, gommosi. insensibili.
Ci prendemmo per la mano, e sorridendo lasciammo quel binario. Ancora impregnati di quella dolcezza vissuta pochi istanti fa. Sempre più uniti. Consapevoli di ciò che stavamo vivendo, anche se nessuno dei due aveva ancora il coraggio di dirlo. E forse, nessuno di noi l’avrebbe mai detto.
Ma intanto fuggimmo da lì, portando in noi quella bellezza. Sentendola ancora pulsare viva e possente in noi.

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Tratto dal romanzo “Affamata d’amore”. Romanzo partecipante al concorso nazionale Eroxè Contex 2015. Pubblicato dalla Damster edizioni e disponibile nei maggiori store online.

Cristo, ma era tutto vero? Io ero lì, a camminare mano nella mano assieme a lei, pensando a cose simili.
No, non poteva essere. Ero impazzito! Ecco cosa.
E camminando, ecco di nuovo le mie solite paure. Il terrore che cominciò a muoversi in me, quasi soffocandomi. Facendomi sudare freddo. Accelerando i battiti del mio cuore e facendo diventare molli le mie gambe.
Sì, era tutta un’illusione. Doveva esserlo!
Lei nel tempo avrebbe mostrato la sua vera faccia. Sarebbe diventata polemica su tutto. Mi avrebbe cagato il cazzo anche solo per aver lasciato la tavoletta del cesso alzata.
La passione sarebbe sfumata. Non avremmo più cercato un posto dove scopare, ma avremmo camminato in silenzio, proprio come i deficienti attorno a noi, discutendo al massimo del gelato appena mangiato, del traffico a Napoli, oppure lamentandoci del tempo.
Poi, la sera, una volta a casa: io stanco per il lavoro, lei stanca per il troppo volontariato, avremmo avuto come sola compagnia la voce di Paolo Bonolis, Fabrizio Frizzi, Carlo Conti o Gerry Scotti. E ci saremmo lamentati di non essere come loro. Di non avere i loro soldi. Di non avere la loro fama. Di non avere una vita interessante.
Io avrei smesso di scrivere. Lei avrebbe letto solo cazzate commerciali. Avremmo dimenticato i nostri sogni, le nostre pazzie, e non avremmo più giocato con il mondo. Saremmo diventati il gioco di qualche altro folle. Di qualche folle che avrebbe preso il nostro posto, illudendosi di poter far perdurare in eterno quell’idillio. Quella folle grazia che il tempo e il mondo non ci avrebbero mai concesso.
E io mi sarei ritrovato a essere il fallito di sempre. Quello sbagliato. Quello non adatto alla vita.
Avrei fatto un lavoro di merda solo per mantenere lei e la mia casa. Lei avrebbe lasciato i suoi sogni, accontentandosi di fare la cassiera o la barista, e sfogando la propria repressione in qualche attività di volontariato. Di certo, lamentandosi con qualche collega di quell’inutile uomo che aveva sposato. Oppure, con qualche stronzo incontrato mentre avrebbe cercato di salvare il mondo, o anche solo il proprio ego. Un coglione che l’avrebbe consolata, piantandoglielo dentro, per poi lasciarla tornare alla sua banale vita assieme all’uomo mediocre che aveva sposato.
Sì, succedeva sempre così! Da sempre. In ogni parte del mondo. Benché nei libri di storia non c’era traccia di quella cruda realtà.
Napoleone, Mussolini, Hitler, Gandhi, Einstein, Lincoln, Alessandro Magno, Giulio Cesare, Attila e Cavallo Pazzo. Tutti uomini che, a conti fatti, erano solo dei coglioni cornificati dalle proprie donne. Dei patetici babbei che non avevano voce in capitolo innanzi le urla di qualche dispotica donna.
E io avrei fatto la stessa fine?
Certo che sì! E senza neanche la loro gloria. Senza neanche entrare nei libri di storia. Accontentandomi di una sconosciuta pur di non sentirmi solo.
Eppure, quella sconosciuta, stavolta sembrava davvero diversa dalle altre, mentre stava lì, camminando con me, tenendomi la mano e deridendo quanto vedeva.

Il battito del cuore si calmò. Smisi di sudare e tremare, e sorrisi, voltandomi verso di lei e fissandola.
No, non sapevo cosa sarebbe successo. Non sapevo niente!
Magari lei era davvero pazza. Forse era davvero come la vedevo in quel momento. Oppure si sarebbe rivelata un’arpia capace di strapparmi il cuore dal petto.
Ma sapevo solo che stavo bene! Felice di camminare al suo fianco. Perso nel suo profumo. Nel suo sorriso. In quel suo modo di vedere il mondo.

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Tratto dal romanzo Affamata d’amore. Pubblicato dalla Damster edizioni, e disponibile nei maggiori store online.

Rimase lì ferma. Seduta. Guardandosi attorno come se stesse ispezionando quel mio mondo. Forse cercando di vedermi. Di entrarmi dentro. Di toccarmi.
Li girò verso di me.
<< Ora capisco perché scrivi quel che scrivi >> mi disse. E ancora un attimo di silenzio. Il sangue che ribolliva nelle mie vene. I miei tendini che esplodevano. Il mio sguardo fisso contro di lei.
Stava dicendo la verità? Lo capiva per davvero?
No, no, no. Cazzate sentite mille volte!
Lei non capiva un cazzo! Lei non aveva mai vissuto nel mio mondo. Lei neanche lo conosceva il mio mondo.
Infiniti silenzi. Nomi mai pronunciati. Secoli per strada, lasciato a se stesso. E poi urla, litigi, gelidi silenzi. E ancora anni senza amici. Da solo in una stanza. Tu e l’alcool! Non altro che tu e i tuoi pensieri. E poi via a doversi spaccare la schiena per tirare avanti. Per mantenere se stessi e coloro che ti avevano ferito. Vedendo la propria vita svanire. I propri sogni, le proprie illusioni.
No, lei non capiva un cazzo! Non capiva niente di me. O almeno era quello che avevo deciso.
Ma io capivo qualcosa di lei? La vedevo? La vedevo per davvero, mentre se ne stava lì seduta sul mio letto, fissando il vuoto e persa nei suoi pensieri?
Ancora una volta non ebbi risposta! Non sapevo un cazzo di niente. Non ero un guru o un santone. Non ero uno scrittore famoso capace di dispensare consigli, o un artista profondo desideroso di insegnare la sapienza al mondo intero.
Non ero nessuno! E non sapevo niente. Se non di sentirmi attratto da lei. Da quello scricciolo che se ne stava seduto sul mio letto.
Dio, gettati a terra. Gettati a terra sulle tue ginocchia. Contorciti! Stringi le tue stesse braccia. Urla. Disperati. Stracciati i pochi capelli che ti rimangono. Cerca una via di fuga. Una via di fuga. Una via di fuga. Una via di fuga.
E invece resti lì. Fissando il vuoto. Confuso. Senza neanche sentirti padrone delle tue azioni.
Ma sapevo cosa volevo! Pur senza sapere il perché.
Così mi avvicinai a lei. Feci qualche passo in modo impacciato. E con altrettanto imbarazzo mi misi a sedere accanto a lei. Fianco a fianco. Sentendo quasi la sua pelle toccare la mia.

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AFFAMATA D’AMORE, il mio nuovo romanzo pubblicato dalla Damster edizioni. Disponibile da domani in formato digitale sui maggiori store online. Romanzo partecipante al concorso nazionale Eroxè Contex 2015

Una storia che prende vita tra i vicoli di una Napoli priva di eroi. La storia di un uomo e una donna. Un uomo e una donna induriti dalla vita. Ormai incapaci di fidarsi del mondo. Perennemente nascosti dietro spesse mura di metallo per essere al sicuro da un mondo che li ha feriti. Rinchiusi nei propri mondi dove nessuno ha davvero accesso. Dove nessuno può davvero vederli. Dove nessuno può toccarli.
Eppure, incontrandosi le roccaforti delle loro difese verranno scosse da un violento terremoto. Da un qualcosa di ormai dimenticato. Qualcosa capace di far battere i loro cuori risvegliando desideri da tempo assopiti.
Un incontro che farà risvegliare le loro più profonde paure. Quelle paure da cui son sempre fuggiti. Ferite mai sanate. Ferite capaci di immobilizzarli, impedendo loro di vivere per davvero.
Ecco, la voglia di fuggire. Di lasciar perdere. Di perdersi!
Eppure, qualcosa in loro li porterà a lottare contro se stessi. Una lotta contro le proprie paure. Contro la paura di soffrire ancora. La paura di illudersi ancora una volta. Lottare contro la paura di amare. Lottare, per sperare ancora. Per credere che la speranza non sia solo un’illusione. Per credere che l’amore non sia solo un dolore.
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Due piccoli estratti di Viola come un livido, romanzo terzo classificato all’Eroxè Contex 2014. Premiato al Book Festival di Modena. Pubblicato dalla Damster edizioni, e disponibile in versione cartacea nelle migliori librerie nazionali, nonché in formato digitale su tutti gli store online.

Ci mettemmo a sedere. Lei su una sdraio e io su un’altra. Uno
affianco all’altra.
Lei era silenziosa. Era pensierosa. E fissava il vuoto davanti a
sé come se stesse avendo una visione. Come se stesse fissando la morte di qualcuno. Forse la nostra!
Io restai lì in silenzio a osservarla. Accanto a lei. Dando un sorso
alla mia birra da tre euro e cinquanta e accendendo una paglia.
Lanciai del fumo in aria. Il fumo volò verso il cielo azzurro avvolto
da un paio di nuvole grigie che annunciavano un temporale,
mentre Viola, o Alessandra, continuava a fissare il vuoto.
Già, probabilmente il bel tempo si stava guastando per lasciar
spazio a un lungo temporale. Il cielo da azzurro diventava sempre più plumbeo. Il rumore del mare era sempre più intenso, e la schiuma delle onde si riversava sulla spiaggia mentre i pochi superstiti di quell’estate ormai finita si apprestavano a tornare a casa.
Viola continuava a guardare davanti a sé. Come ipnotizzata.
Come rapita da un qualcosa capace di devastarle l’anima.
Non le chiesi di cosa si trattasse. Era fin troppo chiaro. L’inverno
stava venendo per spodestare l’estate. Le grigie nubi avrebbero
portato via i raggi del sole, e chissà, forse le lacrime di Viola avrebbero fatto sparire quel suo dolce sorriso da bambina.
L’estate era finita!
Ma forse non era ancora tempo di morire. Sì, tra l’estate e l’inverno vi è sempre l’autunno, che forse è la peggiore delle stagioni. Un’illusione tra la vita e la morte. Quell’ultimo respiro di vita a cui si aggrappa un moribondo prima di lasciare il mondo.
Inutile speranza che alimentava solo le illusioni.
Mi ci aggrappai!
La volevo ancora. Volevo lei, senza sapere il perché.
Diedi un ultimo tiro alla sigaretta e la gettai per terra, lasciandola
lì sulla sabbia a consumarsi lentamente, forse come ogni sogno al mondo.
Ancora un sorso alla bottiglia. Il sapore del malto, la schiuma
della birra.
Forse era il mio modo di piangere, e quel silenzio era il suo. Ma
appena posai la bottiglia conficcandola nella sabbia, l’abbracciai,
ed ecco il sole tornò sul suo dolce viso.
Era l’autunno! L’ultimo barlume di un cielo sereno che si aggrappava a se stesso per non cedere il passo al gelo.
Viola si aggrappava a me, forse io a lei.
Entrambi volevamo ancora del tempo. Entrambi volevamo ancora
sognare. Sognare, di essere noi soli lì al mondo. Noi, lontani
da tutto, su quelle sdraio, abbracciati a baciarci e magari pronti a
scopare di nuovo.
Le nuvole presero a diradarsi lentamente. Viola alzò lo sguardo
e sorrise, tenendo il mio volto tra le sue piccole mani.
Mi fissò, mi fissò attentamente.
Cosa stava cercando? Cosa vedeva nei miei occhi? E cosa, cosa
si stava mai chiedendo?
Presto sarebbe tutto finito, ecco quanto! Sapeva che io sarei andato via e lei restata lì. Sapeva che quel momento di grazia non
sarebbe mai più tornato.
Ma lo aveva previsto?
No!
Né io né lei credevamo che una semplice scopata ci avrebbe portato a tanto. E invece stavamo lì, fissandoci, consapevoli di un addio sempre più prossimo, guardandoci come a voler scolpire in noi il volto dell’altro, nell’illusione che il ricordo di noi e dei nostri
giorni avrebbe lenito la mancanza.
Chissà, magari eravamo solo ingenui.
Sì, succede spesso quando due idioti sognatori finiscono a letto.
Se uno dei due non lo è, non succede niente. Ma quando entrambi sono dei patetici ingenui, ecco che il gioco diventa pericoloso.
Ci si convince di volersi, di amarsi, addirittura. E magari
appena io fossi andato via, Viola avrebbe chiamato qualche altro
suo amico per farsi sbattere.
Magari lo avrei fatto io. Magari avremmo resistito uno o due giorni prima di farci fottere da un’altra persona, così da tradire la nostra
illusione.
Non lo sapevamo! La sola cosa certa per noi era la consapevolezza che domani alle otto del mattino non sarei più stato lì con lei. E quel che sarebbe venuto dopo era solo un mistero. Un mistero che ci faceva star male creando in noi dubbi, reminiscenze di dolori e delusioni, paure contro cui combattere e speranze a cui aggrapparsi.
«A cosa pensi?» le chiesi, sapendo che non avrei avuto risposta.
Lei sorrise e continuò a fissarmi.
«A niente!» mi rispose continuando a sorridere, per poi darmi un
dolce bacio.
Io le strinsi i capelli tra le mani continuando a baciarla, sentendo
le sue morbide labbra unite alle mie. La sua dolce lingua attorcigliarsi alla mia.
Cominciammo a stringerci e strusciarci.
Le mani sul corpo, le labbra unite, il sapore dei nostri baci.
Niente parole! Solo voglia di noi. Voglia di stare insieme. Voglia
di averci. E ben presto il mio corpo si trovò accanto al suo. Lì steso sulla stessa sdraio. Continuando a stringerla e baciarla, mentre la mia mano prese a insinuarsi lentamente nelle mutandine.
Lei fece un gemito e prese a baciarmi più forte. Io mi guardai
attorno. Mitch dal suo bar ci guardava con aria arrapata.
Così tolsi la mano dalle mutandine di Viola e ripresi a baciarla
dolcemente. Le accarezzai i capelli e lei prese a guardarmi con aria seria, ancora lì stesa su quella sdraio.
Io continuai ad accarezzarla sorridendole, anche se non capivo
cosa stava accadendo. Anche se il suo dolore sembrava uscire da
ogni poro della sua pelle per entrare nella mia sino a soffocarmi
anima e mente.
Già, eccola finalmente Violasan!
Lei, un’anima in pena, uno spettro diviso tra due mondi.
Nessuno l’aveva mai vista forse. Probabilmente ero il primo
uomo sulla Luna. Ero Alexander Fleming e la sua cazzo di muffa. Ero Edmund Hillary su di una cazzo di montagna. Ero John Davis
con il culo tra i ghiacci dell’Antartide. Ero… ero… non lo sapevo!
Non sapevo più chi fossi o quel che volevo. Non sapevo più
niente!
Sapevo solo di voler stare con lei. Con quella Violasan che molti
avevano chiavato e nessuno vista per davvero. Con quell’anima in
un corpo che come una spugna ingoiava tutto in cerca forse d’amore, forse di pace, o magari in cerca di silenzio.
Non le dissi niente. Non c’era niente da dire.
No, la strinsi solamente a me. Mi adagiai su di lei e presi a stringerla, mentre lei continuava ad accarezzarmi i capelli, probabilmente tenendo ancora gli occhi aperti e puntati verso il vuoto. Il vuoto che inghiottiva le nostre anime alla deriva di noi stessi.
Restammo così qualche istante, poi alzai lentamente la testa dal
suo petto e presi ad accarezzarle i capelli, guardandola.
«Dove sei, piccola?» le chiesi.
Lei restò qualche istante in silenzio, fissandomi. Poi prese a sorridere. Mi strinse il volto e mi diede un forte bacio a stampo sulle labbra.
«Sei bello!» disse baciandomi.
Io sorrisi.
«Bella tu» le dissi continuando ad accarezzarla.
Già, eravamo fottuti! Entrambi vittime di un’illusione che ci
avrebbe presto divorato. Di una speranza che ci avrebbe spezzato
le ossa infrangendosi innanzi a noi come un pezzo di ghiaccio gettato contro un muro.
Ma eravamo ancora lì, ancora insieme, e così decidemmo di non
pensarci. Di continuare a illuderci fino a quando ci fosse stato concesso.
Continuai a stringerla baciandola lentamente, lì in quell’angolo
deserto di spiaggia, con le onde come sola musica del nostro sogno folle.
«Qui è dove siamo venuti la prima volta» le dissi.
Lei si guardò attorno sorridendo, poi tornò a guardarmi, lì stretta
tra le mie braccia.
«Davvero?» fece con la sua aria da bambina.
Io scossi le spalle.
«Credo di sì» le risposi.
«Che scemo!» fece lei sorridendo e stringendomi forte. «Voglio
stare qui con te» mi disse lì, stretta a me, con il volto sulla mia
spalla e gli occhi chiusi, come se stesse fissando chissà quale sogno lì, nella sua anima.
«Anch’io» le risposi stringendola più forte.
Ma quanto, quanto tempo volevamo rimanere lì abbracciati?
Per sempre?
Già, per sempre!
In fondo noi già stavamo insieme per sempre. Quel nostro abbraccio era il per sempre. Quell’istante, quel momento sarebbe
stato per sempre. Anche se noi volevamo prolungarlo all’infinito.
Vivere ogni nostro giorno nella grazia di quell’abbraccio. Nella
bellezza dei nostri corpi stretti lì in quella spiaggia deserta.
Ci sarebbe stato concesso?
Sì, entrambi ce lo chiedevamo. Entrambi eravamo terrorizzati da
quel che sarebbe successo domani, quando io sarei andato via, e lei sarebbe rimasta lì, lontana seicento chilometri da me.
Ma restammo comunque abbracciati.
Forse era il solo modo per fuggire dalla realtà. Il solo modo per
illudere quel mondo che ci stava stretto. Quel mondo in cui avremmo voluto restare abbracciati così, senza far niente, solo baciandoci, volendoci, e magari poi scopare fino alla fine dei secoli.
Ma neanche il tempo di poche ore riuscimmo a beffare.

*********
Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando e stringendolaa me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire, dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva. La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme m’indeboliva e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai, stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio. Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata!
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia, senza farle domande.
Ci mettemmo a sedere. Lei su una sdraio e io su un’altra. Uno
affianco all’altra.
Lei era silenziosa. Era pensierosa. E fissava il vuoto davanti a
sé come se stesse avendo una visione. Come se stesse fissando la morte di qualcuno. Forse la nostra!
Io restai lì in silenzio a osservarla. Accanto a lei. Dando un sorso
alla mia birra da tre euro e cinquanta e accendendo una paglia.
Lanciai del fumo in aria. Il fumo volò verso il cielo azzurro avvolto
da un paio di nuvole grigie che annunciavano un temporale,
mentre Viola, o Alessandra, continuava a fissare il vuoto.
Già, probabilmente il bel tempo si stava guastando per lasciar
spazio a un lungo temporale. Il cielo da azzurro diventava sempre più plumbeo. Il rumore del mare era sempre più intenso, e la schiuma delle onde si riversava sulla spiaggia mentre i pochi superstiti di quell’estate ormai finita si apprestavano a tornare a casa.
Viola continuava a guardare davanti a sé. Come ipnotizzata.
Come rapita da un qualcosa capace di devastarle l’anima.
Non le chiesi di cosa si trattasse. Era fin troppo chiaro. L’inverno
stava venendo per spodestare l’estate. Le grigie nubi avrebbero
portato via i raggi del sole, e chissà, forse le lacrime di Viola avrebbero fatto sparire quel suo dolce sorriso da bambina.
L’estate era finita!
Ma forse non era ancora tempo di morire. Sì, tra l’estate e l’inverno vi è sempre l’autunno, che forse è la peggiore delle stagioni. Un’illusione tra la vita e la morte. Quell’ultimo respiro di vita a cui si aggrappa un moribondo prima di lasciare il mondo.
Inutile speranza che alimentava solo le illusioni.
Mi ci aggrappai!
La volevo ancora. Volevo lei, senza sapere il perché.
Diedi un ultimo tiro alla sigaretta e la gettai per terra, lasciandola
lì sulla sabbia a consumarsi lentamente, forse come ogni sogno al mondo.
Ancora un sorso alla bottiglia. Il sapore del malto, la schiuma
della birra.
Forse era il mio modo di piangere, e quel silenzio era il suo. Ma
appena posai la bottiglia conficcandola nella sabbia, l’abbracciai,
ed ecco il sole tornò sul suo dolce viso.
Era l’autunno! L’ultimo barlume di un cielo sereno che si aggrappava a se stesso per non cedere il passo al gelo.
Viola si aggrappava a me, forse io a lei.
Entrambi volevamo ancora del tempo. Entrambi volevamo ancora
sognare. Sognare, di essere noi soli lì al mondo. Noi, lontani
da tutto, su quelle sdraio, abbracciati a baciarci e magari pronti a
scopare di nuovo.
Le nuvole presero a diradarsi lentamente. Viola alzò lo sguardo
e sorrise, tenendo il mio volto tra le sue piccole mani.
Mi fissò, mi fissò attentamente.
Cosa stava cercando? Cosa vedeva nei miei occhi? E cosa, cosa
si stava mai chiedendo?
Presto sarebbe tutto finito, ecco quanto! Sapeva che io sarei andato via e lei restata lì. Sapeva che quel momento di grazia non
sarebbe mai più tornato.
Ma lo aveva previsto?
No!
Né io né lei credevamo che una semplice scopata ci avrebbe portato a tanto. E invece stavamo lì, fissandoci, consapevoli di un addio sempre più prossimo, guardandoci come a voler scolpire in noi il volto dell’altro, nell’illusione che il ricordo di noi e dei nostri
giorni avrebbe lenito la mancanza.
Chissà, magari eravamo solo ingenui.
Sì, succede spesso quando due idioti sognatori finiscono a letto.
Se uno dei due non lo è, non succede niente. Ma quando entrambi sono dei patetici ingenui, ecco che il gioco diventa pericoloso.
Ci si convince di volersi, di amarsi, addirittura. E magari
appena io fossi andato via, Viola avrebbe chiamato qualche altro
suo amico per farsi sbattere.
Magari lo avrei fatto io. Magari avremmo resistito uno o due giorni prima di farci fottere da un’altra persona, così da tradire la nostra
illusione.
Non lo sapevamo! La sola cosa certa per noi era la consapevolezza che domani alle otto del mattino non sarei più stato lì con lei. E quel che sarebbe venuto dopo era solo un mistero. Un mistero che ci faceva star male creando in noi dubbi, reminiscenze di dolori e delusioni, paure contro cui combattere e speranze a cui aggrapparsi.
«A cosa pensi?» le chiesi, sapendo che non avrei avuto risposta.
Lei sorrise e continuò a fissarmi.
«A niente!» mi rispose continuando a sorridere, per poi darmi un
dolce bacio.
Io le strinsi i capelli tra le mani continuando a baciarla, sentendo
le sue morbide labbra unite alle mie. La sua dolce lingua attorcigliarsi alla mia.
Cominciammo a stringerci e strusciarci.
Le mani sul corpo, le labbra unite, il sapore dei nostri baci.
Niente parole! Solo voglia di noi. Voglia di stare insieme. Voglia
di averci. E ben presto il mio corpo si trovò accanto al suo. Lì steso sulla stessa sdraio. Continuando a stringerla e baciarla, mentre la mia mano prese a insinuarsi lentamente nelle mutandine.
Lei fece un gemito e prese a baciarmi più forte. Io mi guardai
attorno. Mitch dal suo bar ci guardava con aria arrapata.
Così tolsi la mano dalle mutandine di Viola e ripresi a baciarla
dolcemente. Le accarezzai i capelli e lei prese a guardarmi con aria seria, ancora lì stesa su quella sdraio.
Io continuai ad accarezzarla sorridendole, anche se non capivo
cosa stava accadendo. Anche se il suo dolore sembrava uscire da
ogni poro della sua pelle per entrare nella mia sino a soffocarmi
anima e mente.
Già, eccola finalmente Violasan!
Lei, un’anima in pena, uno spettro diviso tra due mondi.
Nessuno l’aveva mai vista forse. Probabilmente ero il primo
uomo sulla Luna. Ero Alexander Fleming e la sua cazzo di muffa. Ero Edmund Hillary su di una cazzo di montagna. Ero John Davis
con il culo tra i ghiacci dell’Antartide. Ero… ero… non lo sapevo!
Non sapevo più chi fossi o quel che volevo. Non sapevo più
niente!
Sapevo solo di voler stare con lei. Con quella Violasan che molti
avevano chiavato e nessuno vista per davvero. Con quell’anima in
un corpo che come una spugna ingoiava tutto in cerca forse d’amore, forse di pace, o magari in cerca di silenzio.
Non le dissi niente. Non c’era niente da dire.
No, la strinsi solamente a me. Mi adagiai su di lei e presi a stringerla, mentre lei continuava ad accarezzarmi i capelli, probabilmente tenendo ancora gli occhi aperti e puntati verso il vuoto. Il vuoto che inghiottiva le nostre anime alla deriva di noi stessi.
Restammo così qualche istante, poi alzai lentamente la testa dal
suo petto e presi ad accarezzarle i capelli, guardandola.
«Dove sei, piccola?» le chiesi.
Lei restò qualche istante in silenzio, fissandomi. Poi prese a sorridere. Mi strinse il volto e mi diede un forte bacio a stampo sulle labbra.
«Sei bello!» disse baciandomi.
Io sorrisi.
«Bella tu» le dissi continuando ad accarezzarla.
Già, eravamo fottuti! Entrambi vittime di un’illusione che ci
avrebbe presto divorato. Di una speranza che ci avrebbe spezzato
le ossa infrangendosi innanzi a noi come un pezzo di ghiaccio gettato contro un muro.
Ma eravamo ancora lì, ancora insieme, e così decidemmo di non
pensarci. Di continuare a illuderci fino a quando ci fosse stato concesso.
Continuai a stringerla baciandola lentamente, lì in quell’angolo
deserto di spiaggia, con le onde come sola musica del nostro sogno folle.
«Qui è dove siamo venuti la prima volta» le dissi.
Lei si guardò attorno sorridendo, poi tornò a guardarmi, lì stretta
tra le mie braccia.
«Davvero?» fece con la sua aria da bambina.
Io scossi le spalle.
«Credo di sì» le risposi.
«Che scemo!» fece lei sorridendo e stringendomi forte. «Voglio
stare qui con te» mi disse lì, stretta a me, con il volto sulla mia
spalla e gli occhi chiusi, come se stesse fissando chissà quale sogno lì, nella sua anima.
«Anch’io» le risposi stringendola più forte.
Ma quanto, quanto tempo volevamo rimanere lì abbracciati?
Per sempre?
Già, per sempre!
In fondo noi già stavamo insieme per sempre. Quel nostro abbraccio era il per sempre. Quell’istante, quel momento sarebbe
stato per sempre. Anche se noi volevamo prolungarlo all’infinito.
Vivere ogni nostro giorno nella grazia di quell’abbraccio. Nella
bellezza dei nostri corpi stretti lì in quella spiaggia deserta.
Ci sarebbe stato concesso?
Sì, entrambi ce lo chiedevamo. Entrambi eravamo terrorizzati da
quel che sarebbe successo domani, quando io sarei andato via, e lei sarebbe rimasta lì, lontana seicento chilometri da me.
Ma restammo comunque abbracciati.
Forse era il solo modo per fuggire dalla realtà. Il solo modo per
illudere quel mondo che ci stava stretto. Quel mondo in cui avremmo voluto restare abbracciati così, senza far niente, solo baciandoci, volendoci, e magari poi scopare fino alla fine dei secoli.
Ma neanche il tempo di poche ore riuscimmo a beffare.

*********
Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando e stringendolaa me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire, dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva. La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme m’indeboliva e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai, stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio. Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata!
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia, senza farle domande.

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Tratto dal romanzo “Fottiti”. Pubblicato dalla Damster edizioni, e disponibile sui maggiori store online.

Già, entrambi sapevamo tutto. Entrambi sapevamo la verità delle cose. Ed entrambi volevamo fottercene!
Entrambi volevamo fottercene, almeno per un momento. Illuderci che tutto fosse possibile. Illuderci che tutto fosse vero.
Ed eccola di nuovo fare uno dei suoi scatti, finendo la sua birra, e gettandola per terra.
Mi prese per mano velocemente.
«Andiamo» disse, con aria pimpante.
«Cazzo, aspetta!» feci io, dando un ultimo sorso alla mia birra, e lasciandola cadere al suolo, ormai vuota.
La bottiglia s’infranse. Un cane abbaiò. Uno sbirro davanti una camionetta ci guardò, e un tipo dalla lunga barba nera prese a dire a una ventenne vestita come Marlyn Manson che il solo modo per salvare il Medio Oriente fosse un cambiamento radicale della mentalità capitalistica.
Io non sapevo se il tipo avesse ragione, e neanche me ne fotteva a dire il vero. Continuai solo a seguire il mio piccolo tesoro lì in mezzo a quella gente. Tra quella folla, avvolti dalle luci dei palazzi e degli infinti bar e ristoranti pieni di gente. Lì tra palazzi fatti con vecchie pietre. Lì su una strada fatta da vecchie pietre.
Continuammo a correre. Il fiato mi mancava. Il cuore batteva forte, e la testa era stretta come da una ragnatela di metallo.
Troppe sigarette, avrebbe detto mia madre, avrebbe detto mio padre. Ma io non ricordavo neanche i loro nomi. Non ricordavo il nome del mio primo gatto, del mio primo cane, del mio primo amore, della prima fica scopata.
Non ricordavo un cazzo!
Ero semplicemente lì per strada con lei, con il petto che bruciava, il cuore che pompava velocemente sangue nel mio marcio corpo, e il cervello stretto da una morsa, senza ricordare niente. Senza riuscire a pensare a niente con lucidità se non a lei. A lei che mi stava portando lontano dal mio mondo. Fuori dal mio inferno, per scaraventarmi in chissà quale altro inferno.
Già, sentivo solo i battiti del mio cuore forti come cannonate. Magari sarei morto. Forse avrei dovuto fermarmi e mollare un cazzotto dritto in faccia a quella troia finché fossi stato in tempo per farlo.
Eppure continuai!
Continuai a seguirla, mentre le facce della gente giravano attorno a me come pareti gommose pronte a stringermi. Pronte a soffocarmi.
Poi ecco che ci fermammo. Ci fermammo in un vicolo pieno di altra brava gente intenta a bere birra e cocktail fuori a bar dall’insegne luminose.
Noi restammo in silenzio. In silenzio, appoggiati al muretto di quel vicolo. Un muretto accanto a un qualsiasi bar. Un qualsiasi bar sovrastato da una qualsiasi insegna lucente.
Blue Moon, echeggiava su di noi, silenziosamente, illuminando in nostri volti con luci verdi e blu: con grosse lettere al neon verdi e blu.
Io guardai lei, mentre il mio cuore batteva così forte quasi come se volesse uscire dal mio petto. Lei fece una smorfia. Tirò fuori la lingua, continuando a fissarmi con aria sorridente.
«Scemo» disse. Io ripresi fiato, lei anche. Un tipo poco distante da noi, un tipo grande e grosso e con la testa piena di rasta, disse a un altro tipo basso e magro e vestito come Jim Morrison che il vero problema del genere umano stava nel desiderio di possesso. E il suo amichetto annui d’accordo con il suo nuovo maestro zen delle mie palle.
Monia poi schizzò di nuovo. Stavolta senza trascinarmi con lei. Senza prendermi per la mano.
La vidi entrare in quel locale. In quel posto sovrastato dall’insegna luminosa con su scritto Blue Moon. E per un attimo ebbi voglia di lasciarla lì. Di non seguirla. Di lasciarla da sola in quel fottuto posto.
Fottuta pazza! Pensai, accendendo un’altra cicca.
Che si fottesse!
Quella troia portava guai. Quella troia mi avrebbe fatto finire in una cazzo di galera, oppure sbudellato da un gruppo di negri arrapati.
Dovevo liberarmene. Lasciar perdere quella stronza psicopatica e tornarmene alla mia porca vita. Alla mia vita di merda. Alla mia vita noiosa. Alla mia vita silenziosa.
Ma lei ormai mi era entrata dentro. Lei ormai mi aveva fottuto con il suo profumo, con il suo culo, con la sua fica, con il suo fare da pazza, con il suo fare come se non gliene fottesse un cazzo di niente del mondo intero.
Così la seguii. La seguii in quel posto. In quel posto pieno di luci al neon. Pieno di brava gente che parlava delle solite cose, bevendo birra e cocktail, mentre della musica reggae rimbombava in quel grosso locale.
Mi guardai attorno. Cercai di vederla, lì tra decine e decine di facce. Forse un centinaio di facce.
Niente! Solo giovani coglioni intenti a parlare delle loro merdate, cercando di risultare affascinanti a qualsiasi cosa servisse per chiavare, o anche solo innalzare il loro ridicolo ego.
Poi vidi un barista sui cinquanta. Un uomo tutto simile a Burt Reynolds, intento a versare merda alcolica a delle merde lì davanti al banco.
Lei era lì!
Il suo volto spiccava come una stella in una notte buia. Lei era la sola stella in quella notte buia, e io non riuscivo a resisterle. Non riuscivo a star lontano da lei, anche se sapevo bene che presto sarebbe stata lei ad allontanarsi da me. Sapevo bene che presto quel desiderio di lei sarebbe stata la mia nuova condanna. L’ennesima condanna della mia schifosa esistenza.
Ma non riuscivo a fare altrimenti. Non riuscivo a starle distante, e così m’avvicinai a lei, a passo lento, cercando di non sfiorare nemmeno quella schifosa gente. Cercando di non sentire neanche minimamente il loro nauseante e gelido corpo contro al mio.
Non funzionò, purtroppo, ma almeno raggiunsi lei. E mentre Burt Reynolds serviva altra birra ad altri froci, lei si voltò verso di me, fissandomi con quei suoi grossi occhioni verdi e sorridendo.
Mi porse una birra, un’altra Tennent’s. Io l’afferrai e non dissi un cazzo di niente.
Lei diede un sorso alla sua, io diedi un sorso alla mia. Il fumo volava nell’aria formando una densa nebbia tra le luci al neon verdi, gialle, rosse e viola. La musica continuava a suonare, gli stronzi continuavano a dire le loro cazzate. Io diedi un altro tiro alla mia cicca e poi un sorso alla birra. Lei mi sorrise ancora. Mi sorrise, allungando una mano verso il mio cazzo.
Lo strinse forte. Così forte come a volermelo stracciare dai calzoni.
Burt fissò la scena, facendo cadere un po’ di birra sul banco. Ma il tipo a cui la stava versando non se ne fregò più di tanto.
No, lui era intento a guardare lo show offerto dalla piccola Monia. Sì, proprio come tutti lì dentro. Proprio come tutti, compresi quelli che facevano finta di non guardare. Compresi quelli che si fingevano disgustati, mentre parlavano di stronzate buddiste con qualche troietta. Con qualche stronzetta a cui volevano sbatterlo dentro.
E lei se ne stava lì calma, stringendo il cazzo sotto gli occhi di tutti mentre sorseggiava tranquillamente la sua birra.
«Sei una vacca senza pudore» le dissi sorridendo.
Lei sorrise a sua volta. Sorrise mantenendomi il cazzo, quando ecco qualcosa rovinare la nostra romantica serata. Il nostro immenso idillio d’amore.
Un tipo simile a una palla di lardo. Un tipo vestito identico a Che Guevara, solo con una faccia molto più da stronzo.
E il caro e dolce Chè si avvicinò alla mia Monia. Le arrivò alle spalle, mentre lei ancora mi stringeva il cazzo.
Avvicinò la sua lardosa faccia al suo orecchio sinistro.
«Ehi, porcona!» le sussurrò. «Non vorresti fare una cosa a tre? Ho un cazzo che il tuo amichetto se lo sogna» disse. E Monia sorrise. Burt continuò a versare birra. Io mi alzai di scatto, raggiungendo lo stronzo.
Balzai verso di lui e lo presi per la gola. Burt prese a cagarsi sotto, e così il mio amichetto Chè e tutti gli altri lì dentro.
Ma io non avevo paura. No, anche se il tipo era più grosso di me. Molto più grosso di me!
Beh, avrei dovuto.
Avrei dovuto frignare e farmela sotto davanti a quel ciccione. Invece ero di colpo diventato mister duro. Ero di colpo diventato John Mcclane. Ero diventato Hulk Hogan, Mike Iron Tyson, Jules Winnfield, Merle Dyxon.
Ero il più duro di tutti i duri. Ero mister spacca culi. Super bomba atomica TnT.
Ero pronto a cagare merda infuocata e sputare saette. Ero pronto a devastare quel posto. Pronto a spaccare la testa di quel frocio. E tutto per Monia! Solo per lei. Solo per la mia donna.
Già, la mia donna!
Di colpo Monia era diventata la mia donna, e io il suo uomo. Il suo eroico Zorro. E il piccolo Chè lo aveva capito. Sì, lui se ne stava lì cagandosi sotto, mentre io gli stringevo la gola con la mia mano. Mentre io gli stringevo la gola, fissandolo.
«Allora mister capellone, vuoi crearmi qualche problema?» gli urlai contro.
Burt restò lì fermo, probabilmente pronto a tirar fuori la sua trentotto. E il resto della gente anche, di certo già pronta a parlar male della bestia violenta appena vista. Quella bestia che non rispecchiava i concetti buddisti o taoisti da loro professati.
Chè mi guardò cagandosi sotto.
«N… no» fece tremando, come se fosse un moccioso mille volte più piccoletto di me.
Io strinsi la presa. Monia guardò la scena, sorridendo.
«Come? Non ho sentito bene, palle mosce» dissi. E il Chè prese a piangere come una checca.
«N… non, n… non voglio creare nessun problema» fece il mio amichetto, frignando come un frocio.
Burt si calmò. Riprese a versare birra, capendo che quel frocio non avrebbe creato nessun problema, e che io non l’avrei sbudellato nel suo bel locale, facendo così piovere un mucchio di sbirri pronti a fottergli la licenza per gli alcolici.
Strinsi ancora la gola del mio amichetto, portandolo verso me. Faccia a faccia a me.
«Dunque palla di merda. Posso chiamarti palla di merda, vero?» gli dissi. Lui annuì piangendo. Io sorrisi. «Bene, palla di merda. Dunque tu non volevi offendere la mia donna, dico bene?»
Lui annuì un’altra volta. Io strinsi la presa con più forza.
«Okay!» feci lasciando la presa. Lui si tirò indietro, mantenendosi la gola.
«Ora togliti dal cazzo» dissi, tornandomene al mio posto. E il mio amichetto Chè corse via da quel posto frignando come una troia. Pronto ad andare dai suoi amichetti per raccontar loro come un bruto l’aveva molestato. I suoi amichetti pacifisti a cui avrebbe tralasciato di raccontare il fatto che lui voleva piantarlo dentro a Monia. La mia ragazza! La mia ragazza, lì di fronte a me, che continuava a bere la sua birra con aria incazzata.
Io diedi un sorso alla mia. Lei poggiò la sua sul bancone. La poggiò con forza!
«Non sei mica mio padre» mi disse con aria incazzata.
Io mandai giù la mia birra e accesi un’altra cicca.
«Fottiti!» le dissi. Lei sorrise. Sorrise con aria malefica.
«Io non sono di nessuno. Fottiti tu!» fece, gettandomi in faccia della birra dalla sua bottiglia.
Restai fermo. Lì fermo con la birra che mi colava dal viso.
Burt mi guardò. I coglioni lì dentro mi guardarono. Il mondo intero mi guardò.
Rabbia. Odio. Voglia di uccidere. Voglia di distruggere.
Senso d’impotenza, l’avrebbero definito gli psicologi.
Tu volevi fare il pittore, i tuoi genitori ti avevano costretto a studiare ingegneria.
La stessa sensazione provata a un qualsiasi cazzo di semaforo. Lì fermo con la tua auto davanti al rosso, vedendo uno sbirro passare comunque, fottendosene di te, lì costretto ad aspettare.
Impotenza! Voglia di ucciderla. Voglia di sbranarla, e non poterlo farlo!
Dover restare lì. Lì buono. Bravo cittadino modello che non vuole finire in prigione. Bravo cittadino modello che vorrebbe far saltare in aria il mondo intero, ma si vede bene dal farlo. E lei alzò il suo culo da quello sgabello. Io rimasi lì, vedendola allontanarsi da me. Allontanarsi da me tra il fumo dipinto di verde e giallo. Lontana da me, in mezzo a quelle dune di facce molli. Quelle dune di gente di sabbia. Quelle dune di gente inutile.
La vidi allontanarsi fino alla porta del cesso.
Aspettai un po’. Forse un secondo. Forse cinque. Forse minuti. Forse mesi.
Burt era tornato a essere tranquillo. Io diedi un sorso alla mia birra, poi alzai il culo dalla sedia, gettando quella cicca sul pavimento.
Avanzai nel deserto. Lì tra dune che mi stringevano. Lì tra dune che mi soffocavano.
Alcune dune si scansarono al mio passaggio.
Sì, io ero mister cattivo! L’uomo nero da evitare.
Ma la cosa mi andava più che bene. E mister duro avanzò nel buio della notte. Nel buio del mondo. Nel buio della vita.
Arrivai alla porta del cesso. Una insignificante porta di plastica bianca piena di scarabocchi. Scritte e disegni di cazzo. Croci sataniche e numeri di telefono.
Cazzate!
Niente che potesse interessarmi.
Aprii quell’insignificante porta. L’aprii, ficcandomi in quel lurido cesso. In quel cesso fetido di piscio. In una piccola camera fatta di mattonelle bianche.
Lì dentro c’era un lavello contro a un muro. Uno specchio rotto, e molte scritte sul muro del tipo “offro cazzo a gay serio, io attivo e peloso. Chiamare il 3388622995”.
Le solite stronzate. Le solite schifezze, ma di lei nessuna traccia. Della mia nuova fidanzata nessuna traccia. E di fronte a me un’altra porta. Un’altra porta di plastica bianca piena di scritte. Un’altra porta bianca piena di annunci telefonici di sodomiti, mezzi froci o finte donne. E io la guardai sapendo che lì dietro stava lei. Forse pisciando. Forse morta con le vene tagliate.
L’aprii lentamente, come a non voler assistere a chissà quale orrore. Come a non voler vedere il suo sangue folle sgorgare dai suoi piccoli polsi.
Cazzo! Nel vederla i miei occhi si spalancarono di colpo.
Eccola! La mia donna. La mia ragazza. Il mio amore. La mia piccola Monia.
Lei era lì in ginocchio, con le tette di fuori che sballottavano. Che sballottavano mentre smanettava un cazzo con la sinistra e uno con la destra, tenendone un altro in bocca. Succhiandolo per bene!
Io restai lì fermo. Impietrito, mentre lei se ne stava lì con le ginocchia nel piscio. Lì in ginocchio, con tre coglioni che se ne stavano fermi davanti a lei a cazzo dritto, facendole sballottolare i coglioni contro.
E la vidi! Cazzo se la vidi.
Quei tre stavano lì davanti a lei. Lei prendeva un cazzo in bocca. Lo succhiava bene fino alle palle, mentre smanettava gli altri due velocemente.
Poi eccone un altro!
Se ne sfilava uno dalla gola per infilarsene un altro in bocca, prendendo in mano quello appena tirato fuori.
E succhiava, succhiava e succhiava.
Ne prendeva uno in bocca, e poi subito un altro, mentre quei tre se ne stavano lì impalati, contenti di ficcarlo in bocca a quella graziosa sconosciuta. Contenti di passare una serata diversa, tra un dialogo sulla salvezza della Palestina e un modo per elevare la propria anima.
Infine la sorpresa. L’ultimo supplizio dell’inferno.
Lei si girò verso di me. Si voltò verso di me, guardandomi. Guardandomi, mentre un cazzo le entrava e usciva dalla bocca.
Mi sembrò quasi di vederla sorridere mentre mi fissava con quel grosso cazzo in bocca e smanettandone altri due.
Era atroce!
Sì, la mia donna con un cazzo in bocca. La mia donna con tre cazzi in bocca.
Un trauma che avrebbe compromesso la mia intera vita sessuale, avrebbero detto gli psicologi.
Mi voltai di colpo. Mi voltai, piazzandomi contro al muro. Restando lì in silenzio, sentendo solo il rumore del suo ciucciare i cazzi, e il mio cuore che batteva velocemente nel petto, quasi a squarciarlo.
No, no, no. Non poteva essere!
Era un incubo. Qualcuno mi aveva ipnotizzato facendomi precipitare in un incubo. Ero in una fottutissima Silent Hill, in una cazzo di Racoon City.
Non poteva essere vero. No, nessuna donna avrebbe mai fatto tanto a un uomo, pensai, bevendo selvaggiamente la mia birra, come a voler soffocare polmoni e cuore con quello schifo alcolico.
Ma ecco la memoria tornare. Ecco il passato riaffiorare nel mio cervello.
Parti rimosse per non soffrire, avrebbero detto gli psicologi.
Eccole! Ecco le mie donne. Tantissime donne che mi avevano detto cose del tipo “Mi vendicherò! Ti farò vedere come mi scopo un altro davanti ai tuoi occhi”.
Sì, tante l’avevano detto. Solo che lei aveva avuto il coraggio di farlo. A lei non fotteva niente di essere giudicata. Lei era pazza! Lei non era nel mondo.
Avvolto in quel pensiero, presente in quell’orrore, trovai il coraggio di voltarmi ancora. Di voltarmi e guardarla. Di fissare il mio stesso incubo. Di guardare negli occhi la mia paura.
Uno di loro, uno dei cazzi che teneva in mano, prese a spruzzarle fiotti di sborra dritti in faccia.
Il tipo alzò lo sguardo godendo, venendole in faccia. La sborra colava sul suo viso mentre lei continuava a succhiare l’altro cazzo.
Ecco, altro colpo!
Lo stronzo alzò lo sguardo digrignando i denti, e lei prese a ingoiare tutto. A bere tutto fino all’ultima goccia. A sentire quella sborra colarle sin dentro la gola.
Poi lo tirò fuori. Il terzo fece un gemito. Lei se lo avvicinò al viso, aprendo la bocca, sentendo altra sborra calda e bianca arrivarle sulla lingua e sul naso.
I tre restarono lì fermi, ansimando, mentre lei continuava a smanettare i loro cazzi.
Io la guardai, immobile, bevendo la mia birra, vedendo quel suo viso pieno di sborra. Quel mio amore dissacrato.
Uscii dal cesso. Presi un’altra birra dal mio amico Burt e uscii dal bar. Forse uscii dal mondo.
Ecco, ero nella notte, da solo! Da solo in mezzo a quel merdoso mondo. Da solo in mezzo a centinaia di facce sorridenti. In mezzo a facce buone. Facce profonde. Facce simili alle insignificanti facce che probabilmente stavano ancora lì nel cesso con la piccola Monia.
Puttana! Pensai attraversando quella gente. Attraversandola, mentre bevevo la mia birra. Attraversandola con in corpo la sola voglia di ammazzare a randellate ogni singolo coglione lì per strada.
Già, gelosia! Ecco cosa avevo in corpo. Ero geloso di Monia. Geloso di averla vista con altri. Geloso di averla vista succhiare altri cazzi. Geloso che lei non fosse solo mia.
Che stronzo! Lei non era mia, e io non ero suo.
A stento conoscevo il suo nome e lei il mio.
Eravamo due sconosciuti. Due sconosciuti e non altro. Non eravamo né una coppia né due individui che si stavano frequentando. Non eravamo di certo né Brad Pitt e Angelina Jolie, tanto meno Romeo e Giulietta.
Eravamo solo due sconosciuti che avevano scopato, né più né meno.
Eppure in me sentivo forte la rabbia verso di lei, verso quei tre, verso il mondo intero.
Sì, avevo voglia di girare per le strade con un fottuto lancia fiamme. Volevo mordere alla gola ogni stronzo lì in mezzo. Fottere a sangue il culo di ogni troietta sorridente. Sbudellare le dolci mammine e sbranare i loro mocciosi ficcati nelle carrozzine.
Ecco, ero puro male. Ero l’occhio di Sauron che gettava fuoco su ogni stronzo. Ero la vendetta di Dart Fener contro Ian Solo.
Sì, ero Ted Bundy, David Berkowitz, Dean Corll e Juan Vallejo Corona. Ero Aileen Wuornos, Waltraud Wagner, Erzsébet Báthory, Leonarda Cianciulli, Vera Renczi, Amelia Dyer, Belle Gunness, Mary Cotton.
Ero la nuova apocalisse che si abbatteva sull’intero mondo. Ero il settimo sigillo appena aperto. Ero la vendetta del Diavolo su Dio. Ero Terminator che veniva a fare il culo a tutti i fottuti esseri umani.
Ero… ero… ero, solo un stronzo!
Sì, un inutile e patetico stronzo.
Non potevo fare un cazzo! Non potevo cancellare quella sborra sul suo viso, né uccidere lei e l’intero genere umano.
Potevo solo star male. Solo camminare nella notte, ubriacandomi e covando in me i più brutali e devastanti sentimenti.
Svoltai in un vicolo stretto e buio con la sola voglia di ubriacarmi, sapendo che non avrei potuto fare altro quella notte. Sapendo che, in ogni notte della mia vita, non avrei potuto fare altro per dar sfogo alla mia rabbia.
Ed ecco senso di vuoto. Respiro affannato. Fitte nelle guance, attorno agli occhi e nella fronte.
Senso di soffocamento. Battiti accelerati. Atroci fitte al petto.
Un attacco di panico, avrebbero detto gli psicologi. Paura di affrontare una situazione che sfugge al proprio controllo.
Ma io sentivo tutto vivo e intenso nel mio corpo. Sentivo quella ragnatela di fili metallici all’interno della mia faccia. Sentivo quelle pugnalate al petto, quegli spilli nel braccio sinistro, quella grossa mano che mi stringeva la gola fino a soffocarmi.
Stavo morendo. Stavo impazzendo. E accelerai il passo. Accelerai il passo ficcandomi in quel vicolo buio. In un vicolo privo di negozi. Privo di insegne luminose. In un vicolo dove tutte le finestre dei palazzi erano buie. Dove tutta la gente dormiva nei propri letti, o forse era per strada a ridersela, come tutta quell’altra gente fuori da quello schifoso vicolo.
Io non avevo niente da sorridere invece.
No, me ne stavo appoggiato a un’auto fumando la mia cicca e tossendo. Bevendo la mia birra e fissando il vuoto.
Poi ecco dei passi. Passi di tacchi. Passi familiari.
Era lei!
Sì, la vidi venire verso di me, con aria sorridente, e senza più sborra sul bel faccino.
La sentii avvicinarsi sempre di più. Vidi quel suo sorriso avvicinarsi sempre di più a me. Entrarmi sempre più dentro. Raggiungere le mie membra, il mio cuore, il mio cervello, la mia anima.
Ero fottuto! E cosa voleva ora da me? Voleva il mio perdono? Voleva essere capita, amata, accettata?
Cosa?
Perché dopo quanto aveva fatto, dopo aver succhiato tre grossi cazzi proprio davanti ai miei occhi, ora veniva da me? Veniva da me, con quella sua aria innocente. Sorridendo, come una bimba che aveva fatto cadere al suolo un vaso prezioso. Magari il ricordo di famiglia lasciato da qualche stracazzo di bisnonna.
E io cosa avrei fatto? L’avrei perdonata? L’avrei stretta? L’avrei amata?
Forse, forse sì! Ma nel farlo l’avrei odiata. Nel farlo, non avrei dimenticato. Nel farlo, avrei desiderato di ucciderla anche solo guardandola. Avrei desiderato di strapparle le labbra a ogni bacio dato. Avrei desiderato sbudellarla a mani nude ogni volta che l’avrei avuta, ogni volta che avrei cercato di accoltellarle l’anima a colpi di cazzo.
Ed eccola, lì davanti a me, a due centimetri da me. Faccia a faccia. Lì a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Lì a sorridermi come se niente fosse successo.
Io diedi un altro sorso alla mia birra. Poi un altro ancora.
Restai lì immobile appoggiato a un’auto, alzando e abbassando la bottiglia di continuo.
Rabbia, odio, vendetta.
Il suo volto era quello di un coniglietto pasquale da sbranare. Quello di un folletto di Babbo Natale da spellare.
Era tutti i regali di Natale ricevuti e mai desiderati. Era l’uovo di Pasqua sbagliato; quello fondente, e non con cioccolato al latte.
Lei era lo zaino da scuola di sottomarca. Il grembiulino economico indossato il primo giorno di scuola, lì in una classe piena di mocciosi con addosso un bel grembiulino della Standa, e io in un angolo con la vergogna sul volto. La rabbia sul volto.
Emarginazione, derisione, umiliazione.
Voglia di uccidere tutti quei merdosi mocciosi. Voglia di uccidere quella vecchia troia di una maestra. Voglia di uccidere quella puttana di mia madre che mi aveva ficcato in quella situazione.
E lei era i bambini. Lei era la maestra. Lei era quella puttana di mia madre.
Un senso di rabbia e odio a lungo represso avrebbero detto gli psicologi.
Mia madre era dura con me e io la odiavo per questo. E odiavo mio padre sempre assente per lavoro. Odiavo mia sorella che derideva la mia stupidità
Giocattoli di seconda mano. Vestiti di seconda mano. Affetto di seconda mano.
Odio, rabbia. Devono morire tutti! Devono morire tutti! E intanto sorrisi fasulli. Buoni voti per far contento papà, e andare in chiesa la domenica per fare felice la mamma.
E ancora odio, rabbia, voglia di uccidere, voglia di sbranare.
Sadismo allo stato puro!
Sangue e budella nella mia mente. Cadaveri in ogni lembo della mia anima. E lei era la causa, lei era il movente. Lei era la vittima sacrificale. Lei era il boia da punire. E lei stava davanti a me. Lì, sorridente, deridendo la mia miseria. Deridendo la mia vergogna. Deridendo il mio ennesimo fallimento.
Esplosi!
Le atomiche esplodevano in ogni dove.
«Togliti quel cazzo di sorriso dalla bocca, troia!» le urlai contro, scaraventando la mia cazzo di bottiglia contro di lei.
Trauma cranico con frattura occipitale. Tempo medio di morte: dai tre minuti alle due ore, salvo coma farmacologico.
Sì, sarebbe stato bello! Ma quella bottiglia volò oltre di lei, sfracellandosi contro un muro. E un gatto guizzò fuori da un cassonetto uscendo da quel cazzo di vicolo. Un cane abbaiò con forza da chissà dove. Della gente sorrise. Lei si voltò a guardare quei pezzi di vetro a terra, lì vicino al muro. Io gettai la cicca a terra, e con gli occhi iniettati di sangue mi scagliai contro di lei.
«Ora te lo tolgo io quel sorriso del cazzo dalla faccia, schifosa puttana» presi a gridare, afferrandola per la gola e trascinandola contro un auto.
Ed ecco lì la mia preda. La mia vittima sacrificale. Il mio piccolo Isacco pronto a essere scannato.
Eccola lì, stesa sul cofano di un auto, con la faccia sul cofano di una Fiat Punto del duemila e otto, o forse del duemila e sette.
Lì, immobile, inerme, con la mia mano che le spiaccicava la faccia contro il cofano dell’auto. Le tette sul cofano dell’auto, e quel piccolo e sodo culo proprio contro al mio cazzo.
Le alzai di colpo quel  vestito da troia e le spostai le mutandine rosa. Quelle mutandine rosa di chissà quale altra troia.
«Ti faccio vedere io come si trattano le troie come te, lurida schifosa» dissi, continuando a mantenerla per la testa e tirando fuori il mio cazzo.
E lo tirai fuori. Lo tirai fuori grosso e duro. Pronto a chiavarla. Pronto a sfondarla. Pronto a punirla.
Sì, era svanita ormai l’impotenza. Il mio cuore pulsava sangue rabbioso in tutte le mie vene, gonfiando il mio cazzo d’infernale rabbia.
«Preparati  troia» gridai, poggiandoglielo tra le chiappe. E mollai il collo un attimo. Giusto un attimo. Giusto il tempo di appoggiarle bene il cazzo contro il buco del culo.
Lei cercò di liberarsi.
«Che cazzo fai?» urlò, quasi piangendo.
Io le schiacciai di nuovo la testa contro quel fottuto cofano di metallo. Fece un boato! Un suono sordo e metallico.
«Dai troia. Che ti piace in culo!» urlai, continuando a tenerla ferma, e spingendole il cazzo contro al culo. Contro al buco del culo.
Lei prese a digrignare i denti. Come a voler urlare. Come a voler piangere.
Io presi a spingere più forte. Ridendo con aria malefica. Con la bava alla bocca.
«Ora lo sentirai tutto, puttana!»
Lei lanciò un grido in quel vicolo. Lanciò un grido in quella strana notte. In quella notte come tante. Come tante notti passate. Come tante notti future.
«Zitta troia!» urlai, spingendolo più forte. «Lo senti, vero? Dillo che lo senti tutto, vacca.»
E ancora un colpo. Il mio cazzo dentro al suo culo. Lei che stringeva i pugni lì su quel cofano. Lì, sentendo il mio cazzo entrarle su per il culo. Sentendo già la cappella del tutto dentro. Sentendo quel pezzo di carne che le apriva il culo, e senza poter fare un cazzo di niente per liberarsene.
Ed ecco ancora un colpo secco. Un colpo secco come una coltellata.
Lei urlò. Io lasciai la presa e le strinsi le chiappe. Le strinsi le chiappe come a volergliele stracciare via dal corpo. Le strinsi le chiappe, mentre la tenevo inchiodata a quel pezzo di ferro. Inchiodata a quell’auto con il mio cazzo.
E via con la prima spinta. Un colpo forte! Così forte come a volerle raggiungere lo stomaco con il cazzo.
Lei si ficcò un pugno in bocca. Strinse i denti dal dolore. Strinse i denti, sentendo quell’affare muoversi con colpi forti e secchi lì nel suo piccolo culetto.
E ancora un colpo. Un colpo forte. Un colpo secco.
Il suo culo bagnato di sangue. La sua carne contro la mia. Le mie mani che stringevano le sue chiappe.
«Prendilo! Prendilo tutto, troia» urlai, cominciando a sbatterglielo dentro con più forza. Sempre più velocemente. Sempre più velocemente.
E lei continuava a mordersi il pugno. Continuava a starsene lì stesa su quel cofano in balia del mio cazzo, in balia del mio odio. E ogni colpo del mio cazzo era una pugnalata contro di lei. Era una pugnalata contro il mondo. Una pugnalata contro ogni donna.
Sì, la vendetta era completa. Lei era sottomessa a me. Lei era sottomessa al mio cazzo.
E continuavo a punirla con le tavole della legge: la mia legge! La sola legge che per me fosse giusta. La sola legge capace di donarmi la liberazione.
Poi ancora le sue chiappe tra le mie mani. Botte di cazzo nel suo culo. Botte di cazzo sempre più veloci, mentre la mia bava le colava sulle chiappe, e la pelle sanguinolenta del suo buco del culo mi stringeva il cazzo.
Un gatto fuggì da quel vicolo. Una luce si accese da una finestra, probabilmente di un qualche cesso, e le risate della gente fuori da quel vicolo continuavano a invadere la notte. Le risate della gente fuori da quel nostro mondo.
Lei strinse ancora i pugni. Io diedi un colpo più forte. Un colpo così forte che sentii il sangue uscire dal suo culo fino a coprirle le chiappe.
«Troia!» urlai, alzando lo sguardo al cielo, proprio come quei tre stronzi nel cesso.
Ed eccola la sborra!
Ecco la liberazione. Il fuoco purificante della Geenna.
Sì, la mia sborra sprizzava dal mio cazzo. Sprizzava copiosa e densa. Calda e potente, fino a riempire il suo culetto.
E io mi sentivo finalmente forte. Finalmente libero. Finalmente onnipotente.
Ma non durò molto!
No, abbassai lo sguardo e la fissai. La guardai, lì, stesa su quel coso. Ormai inerme. Ormai rassegnata. Ormai fredda. Ormai spenta.
Non ci stava più niente da violentare in quel corpo. Non ci stava più niente da uccidere in quel corpo. Non ci stava neanche più quel corpo.
Lo tirai fuori. Glielo sfilai dal culo lentamente, vedendo la mia sborra mista a sangue scorrere dalle sue chiappe.
Glielo sfilai dal cuore lentamente, senza sentire più nessuna pulsazione. Senza sentire più niente di vivo lì in quel vicolo buio.
Me lo rimisi dentro, senza dire niente, senza fare un cazzo. Solo restando fermo contro un’auto. Davanti a lei. Fissando quel suo culo aperto che grondava sborra e sangue.
Lei restò qualche istante così. La luna entrava appena in quel vicolo, illuminando le sue chiappe.
Sembrava un cadavere!
Sì, un cadavere lasciato lì a decomporsi.
Poi si mosse. Da prima mosse le mani, ancora strette. Poi si alzò lentamente. Molto lentamente.
Si rimise in piedi, barcollando. Si rimise in piedi come se niente fosse successo. Come se niente fosse cambiato.
Prese un fazzoletto dalla sua borsetta e se lo passò tra le chiappe.
Gettò quell’affare sporco di sborra e sangue per terra. Una blatta ci passò vicino, come per annusarlo. Poi guizzò via nella notte. Lei si risistemò. Aggiustò le mutandine e abbassò il vestito. E lentamente venne verso di me.
Si avvicinò a me, lentamente, con le gambe ancora aperte.
Mi fu faccia a faccia. Io accesi una cicca, non provando il minimo risentimento. Non sentendo più niente nel mio corpo, neanche odio!
Lei tirò fuori due birre dalla borsetta. Due birre e un apribottiglie.
Le stappò. Tenne una per sé e passò un’altra a me.
Io l’afferrai. L’afferrai, guardando lei.
Diedi un sorso alla mia birra. Lei uno alla sua. La luna non sembrava più illuminare quel posto. La luna era sparita da quel vicolo. La luna era sparita dal mondo.
Eravamo solo noi lì. Solo noi al mondo. E lei continuava a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Ora senza più sorridere. Solo con una gelida espressione di morte sul volto. Come se con il mio cazzo non avessi rotto solo il suo culo, ma anche la sua anima. Come se con quel mio cazzo non avessi violentato solo il suo culo, ma anche quell’ultimo barlume di umanità nel suo corpo adibito a contenitore di cazzi.
Poi si voltò di colpo, facendo due passi in avanti.
«Andiamo a casa» mi disse, senza neanche voltarsi. E io non risposi. Io restai lì a bere la mia birra in silenzio, per poi muovermi da quel rottame, prendendo a seguirla.
Già, avevo vinto!
Avevo sfondato le sue difese. Avevo piegato la sua baldanza. E lei era la mia schiava. Era la mia puttana. Era la mia troietta sfondata.
Ero il suo padrone. Ero il suo paparino. Il suo sovrano. Il suo unico imperatore.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Un senso di sadismo nato dal rifiuto di ogni donna, che aveva portato in me il desiderio di possedere analmente la mia compagna. Di sentirmi il suo unico padrone. Di umiliarla e sottometterla.
Vedi anche gli articoli sull’eiaculazione precoce e sugli uomini con scarsi risultati in fatto di donne durante l’adolescenza. Troverai il nome di Peter Nirsch. Quello di Harold F. Shipman. Il nome di Sweeney Todd e quello di Pedro Alonso López.
E io ero uno di loro! Ero un potenziale serial killer. Un futuro sterminatori di nazioni. Un uomo che avrebbe strappato dal grembo delle loro madri i bambini all’ottavo mese.
Eppure quella vendetta non mi aveva donato alcuna pace.
No, ero solo vuoto. Mi sentivo vuoto, inutile, senza più nessuna missione spaziale da compiere.
Vedevo la mia preda, la donna che mi aveva umiliato, lì davanti a me, lì a camminare gelida come un cadavere.
Cosa avevo conquistato? Quale mondo avevo trovato?
Niente! Il vuoto, solo questo provavo.
E ancora un passo. Ancora un sorso di birra.
Che ore erano? Dove ci trovavamo?
Niente! Il tempo era scomparso. Il mondo era scomparso. Ci stavamo solo noi. Ancora una volta, solo noi. E usciti da quel vicolo, attraversato quel mondo di gente sorridente, ci trovammo di nuovo a Piazza Garibaldi, in quella schifosa Piazza poco distante da casa mia.
Cos’era successo? Quanto avevamo camminato in silenzio? Quanto avevamo bevuto in quel tempo.
Io alzai lo sguardo verso un grosso tabellone elettronico su di un palazzo. Un palazzo in fondo a uno spiazzale dove un tempo tenevano un mercato.
Era mezzanotte passata!
Sì, alcune giovani coppie andavano in discoteca, standosene in auto nuove di zecca in silenzio, lasciando che le autoradio parlassero per loro. E altra gente tornava a casa dopo una serata al cinema, oppure al ristorante.
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia prese a suonare chissà dove.
Lei mi guardò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.
E la verità era lì, proprio davanti a me. La verità era nel suo sguardo gelido che mi fissava. La verità era in quel suo sguardo gelido che mi penetrava.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Eravamo nudi. Entrambi eravamo stanchi. Entrambi odiavamo l’altro. Entrambi eravamo colpevoli dello stesso peccato. Entrambi vittime dello stesso peccato.
Sì, ti odio! E io la guardai. Distrutto, dilaniato, stanco.
«Hai ragione, anch’io ti odio» le dissi. E stavolta fu lei a non rispondere.
No, non disse niente.
Entrambi avevamo svelato il più Sacro dei misteri. Entrambi avevamo capito di amarci, e che dunque presto o tardi ci saremo odiati.
Stavamo solo anticipando i tempi.
Ti odio!
Solo un bisogno di non essere soli. Solo piacere della pelle, di qualche emozione. Poi infine la noia nel sentirsi anche solo al telefono. La nausea nel guardarsi. La voglia di sbranarsi a vicenda.
Ecco, eravamo già sposati. Eravamo già una famiglia perfetta. Io e lei per sempre insieme.
Uniti dall’amore. Uniti dall’odio.

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Tratto dal romanzo “Lasciami entrare”. Romanzo pubblicato dalla Damster edizioni, disponibile in formato digitale sui maggiori store online.

Erano ormai le otto quando arrivai da lei, e avevo già fatto fuori tre birre.
Sofia aveva preparato la cena. Aveva preparato bistecche con patate al forno.
Io quando vidi quella scena ebbi voglia di prenderla per i capelli e gettarla su quella cazzo di tavola, facendo cadere a terra tutta quella merda.
“Schifosa puttana, per chi mi hai preso, per il tuo fidanzatino?” le avrei urlato. Ma invece mi misi a sedere con lei, davanti a quella tavola apparecchiata, mangiando bistecche cotte al sangue e patate al forno, proprio come una cazzo di famiglia Robinson.
Cristo, ci mancava solo il televisore acceso e un merdoso cane che scodinzolava ai nostri piedi, e saremmo stati davvero la famiglia perfetta. Un bellissimo quadretto familiare.
Per fortuna non ci stavano cagnolini lì dentro, e di certo non le avrei permesso di accendere quel cazzo di megaschermo.
Restammo semplicemente lì seduti a mangiare, in silenzio, senza dirci niente, e forse questo ci rendeva ancor di più una famiglia. Una famiglia vera! Una famiglia distrutta. Una famiglia fatta di persone che si odiano a vicenda, pur restando sotto lo stesso tetto.
Ma non so perché fui proprio io a rompere quel prezioso silenzio.
Mandai giù l’ultimo boccone di patate, poi diedi un sorso a un bicchiere di vino rosso.
Fissai il piatto lì davanti a me. Quel piatto con dentro solo due grosse ossa delle mie bistecche e qualche pezzetto di rosmarino.
Alzai lo sguardo verso Sofia, intenta ancora a finire la sua bistecca.
Se ne ficcò in bocca un pezzetto. Un pezzettino minuscolo infilzato su di una forchetta.
“Rino è morto!” le dissi, senza la minima cura, senza sapere neanche perché glielo stavo dicendo.
Lei alzò lo sguardo, fissandomi, mentre masticava quel suo piccolo boccone.
Abbassò lo sguardo verso il piatto.
“Ah sì, e chi è?” fece, con aria disinteressata, tagliando ancora un piccolo pezzettino da quella bistecca, ormai quasi finita.
Alzò la forchetta verso la bocca.
“E’ l’uomo che portai qui” le dissi. Lei fermò la forchetta a mezz’aria, quasi nella sua bocca.
Mise giù le mani. Mise giù la forchetta e il coltello, senza poggiarli sul piatto. Lasciandoli sospesi nel vuoto.
“E dovrebbe importarmene?” disse con aria fredda, fissandomi come se le avessi annunciato la morte di una formica.
Poi alzò la mano destra e si ficcò la carne in bocca.
Prese a masticarla nervosamente, tagliando velocemente un altro pezzo di carne.
Io svuotai il bicchiere e me ne riempii subito un altro.
“Hai ragione. In fondo non interessa neanche a me” le dissi.
Poi altro silenzio. Io lì a bere il mio vino, lei a finire la sua carne e le sue patate.
Quand’ebbe finito poggiò le posate su quel che rimaneva nel piatto. Afferrò un bicchiere di vino e mandò giù tutto, in un solo sorso.
Poggiò il bicchiere sul tavolo. Io diedi un sorso al mio.
Poggiò la schiena contro allo schienale della sedia e mise le braccia conserte, prendendo fissarmi con la sua aria gelida.
“E sentiamo, come è morto quel porco?”.
“Si è tagliato i polsi. Almeno questo è quello che mi hanno detto” le risposi.
Lei restò qualche istante ferma, annuendo con la testa, senza dire niente. Poi si alzò di scatto dalla sedia e prese il mio e il suo piatto dalla tavola.
Andò verso il lavello e li gettò dentro senza la minima cura.
“Un porco in meno sulla faccia della terra” disse, avvicinandosi di nuovo alla tavola e prendendo a sparecchiare.
Io tirai via la bottiglia di vino per non fargliela portare via. Lei ficcò tutto nel lavello, io mandai giù del vino dalla bottiglia.
L’abbassai, standomene lì seduto a guardarla mentre puliva nevroticamente quei piatti nel lavello.
“Allora dovrei morire anch’io” dissi tra me e me, sorridendo.
“Infatti!” fece lei, strofinando con forza la padella in cui aveva cotto la mia cena.
Mi accesi una cicca e mi alzai lentamente da quella sedia, mantenendo in mano il mio vino.
Avanzai verso di lei di un passo. Di un solo passo.
“Ieri notte non sembravi dello stesso parere”.
Lei strofinò con più forza quegli schifosi piatti ficcati nel lavello, facendo schizzare la schiuma bianca sul suo pigiama rosa.
“Ieri notte ero stanca e confusa. Non altro!”.
Poi lasciò i piatti di scatto, facendo un grosso frastuono lì in quel lavello.
Afferrò uno straccio e si voltò verso di me, fissandomi, mentre si asciugava le mani.
“Dunque domani andrai al funerale di quello schifoso?” mi disse.
Io abbassai lo sguardo per un secondo. Poi lo alzai e mollai un sorso al vino, senza dirle niente.
Lei sorrise. Sorrise con aria incazzata, continuando a fissarmi e a pulirsi le mani con quel cazzo di straccio.
“Coglione!” urlò, gettandomi quell’affare contro.
Lo schivai, e andò a finire contro un piccolo elefantino di porcellana ficcato su di una mensola accanto al televisore al plasma.
L’elefantino cadde a terra frantumandosi in mille pezzi, lasciando lì sopra solo i suoi piccoli figlioletti. Ormai orfani.
Io guardai per qualche istante quei cocci di porcellana sparsi per terra, attorno a quel sudario lanciato da Sofia.
Mi voltai verso di lei.
“Si può sapere che cazzo ti prende?”.
Lei sorrise ancora. Sorrise ancora, con il volto gelido e gli occhi colmi di rabbia.
“E sentiamo, la tua bella l’andrai a prendere prima o dopo il funerale di quello stronzo?”.
Io rimasi di stucco. Imbambolato come un coglione. Lì davanti a lei senza sapere che cazzo stesse succedendo.
“Arriverò all’una. Non vedo l’ora di abbracciarti amore mio” riprese lei facendo una smorfia ironica sul viso.
Io diedi un’altra strippata alla mia paglia, avvicinandomi a lei di qualche passo, brandendo per il collo la mia bottiglia proprio come se fosse una cazzo di arma.
“Hai… hai letto i messaggi nel mio telefono?” le dissi con aria incazzata e al tempo stesso stupita.
Lei abbassò lo sguardo forse per un secondo, forse per cinque secondi.
Poi lo alzò di colpo, riprendendomi a fissare con tutto l’odio che aveva in corpo.
“Sì, li ho letti! Okay? Ti dà fastidio la cosa? O dà fastidio alla tua bella?”.
“Puttana!” urlai, mollandole una sonora sberla. E la sua faccia si girò di colpo verso destra, mentre la mia mano continuava a stare ferma nell’aria.
L’abbassai prendendo la cicca che tenevo in bocca. Alzai la sinistra, e diedi ancora un sorso la mio vino.
Lei mosse lentamente la testa, portandola verso di me.
Riprese a fissarmi, a fissarmi con odio. I suoi occhi erano nei miei, i miei occhi nei suoi, e attorno a noi solo silenzio.
Poi uno sputo. Uno sputo dritto in faccia.
“Mi fai schifo tu e la tua troia” mi gridò contro, mentre la sua saliva mi colava sul volto.
E cosa provò Gengis Khan prima di fiondarsi contro i Tanguti?
Rabbia! Imponente, devastante, insormontabile rabbia.
Alzai la mia sinistra con forza, pronto a scagliare la mia spada contro Jianlong Ma.
“Schifosa puttana!” urlai, scaraventando contro di lei la mia furia. Scaraventando contro di lei la bottiglia di vino.
Lei si scansò velocemente, proprio come un ratto, e la bottiglia si fracassò in mille pezzi alle sue spalle, colpendo la credenza sopra al lavello.
I pezzi di vetro volarono ovunque, come se qualcuno avesse sparato un colpo di un fucile a canne mozze contro un enorme statua di ghiaccio.
Poi un urlo!
Sofia cadde per terra, in ginocchio, mantenendosi il viso tra le mani e piangendo.
Io gettai a terra la mia cicca e mi fiondai su di lei.
Mi misi in ginocchio e strinsi le sue mani tra le mie, mentre ancora le teneva poggiate contro al viso.
“Ehi, ehi, fammi vedere! Dai che non è niente” le dissi con tono caldo e rassicurante, proprio come se fossi suo zio. Proprio come se fossi suo padre. Proprio come se fossi suo marito.
Lei smise di singhiozzare lentamente, lì in ginocchio, con le mie mani sulle sue.
Le abbassò lentamente, ancora strette alle mie.
I capelli le coprivano il volto, mentre io me ne stavo lì, per terra, in ginocchio, tenendole le mani e attendendo una sua parola.
E lei alzò lo sguardo. I riccioli si allontanarono dal suo bel volto, mostrandolo intatto, senza il minimo graffio.
Tirò via di colpo le sue mani dalle mie.
“Mi fai schifo!” gridò, dandomi una sberla e sputandomi ancora una volta in faccia.
Poi si alzò di scatto. Io feci altrettanto, inseguendola fuori da quella stanza.
“Dove credi di andare lurida cagna?” urlai inseguendola.
“Vai da quella troia e togliti dal cazzo” gridò, senza voltarsi, correndo scalza fino al bagno.
Provò a barricarsi lì dentro, cercando di chiudermi la porta in faccia.
Io la bloccai con le mani e presi a spingere con forza.
“Ti ho detto di andartene. Vattene da quella puttana!” continuava a strillare lei, cercando di chiudere la porta.
Ma io spingevo sempre più forte. Sempre più forte. Tanto che riuscii a spalancare la porta, facendo cadere Sofia per terra.
Entrai lì dentro, avvicinandomi a lei con aria incazzata, con la sola voglia di tapparle quella cazzo di bocca.
Lei prese ad andare all’indietro come un gambero, strisciando il suo bel culetto piazzato per terra, continuando a fissarmi.
“Cosa vuoi fare, scoparmi? Vuoi mettermelo in bocca o in culo? Cosa? Vuoi frustarmi e farmi sbattere da un tuo amico? Cosa? Cosa che non mi hai già fatto?” gridò in maniera isterica.
Io la tirai per i capelli e l’alzai da terra, mentre lei ancora si dimenava e urlava come un agnello pronto a finire al macello.
La trascinai fino alla tazza del cesso e le infilai la testa dentro. Gliela infilai del tutto, spingendogliela con forza lì dentro come a volerla far sprofondare fino alle fogne.
Tirai lo scarico mentre le tenevo la testa ferma lì dentro. Sentii le sue urla soffocate dall’acqua che le entrava in gola. La sua foga tra le mie dita. Il suo terrore, mentre probabilmente la sola cosa che riusciva a pensare in quel momento era che l’avrei uccisa.
Sì, era inerme. Era in mio potere. Era la sola cosa che aveva mai dato un senso alla mia vita. La sola e unica cosa che mi aveva mai fatto sentire vivo, proprio come la gente che faceva di tutto per primeggiare su qualcuno.
Lasciai la presa. Lasciai la presa, allontanandomi lentamente da lei.
Mi misi a sedere per terra, con le spalle contro al muro, fissandola lì in ginocchio, con la testa dentro a quel cesso.
La tirò fuori lentamente, tossendo e sputando acqua mista a piscio.
Restò con le braccia su quel cesso per qualche istante, continuando a tossire, mentre i suoi riccioli bagnati quasi le coprivano il volto.
Poi si tirò su lentamente. Tirò indietro i capelli bagnati, e barcollando venne verso di me, fissandomi, come se non avesse più niente dentro. Come se non fosse altro che un corpo. Un corpo chiuso lì con me in quell’inferno.
Si mise a sedere accanto a me. Lì accanto a me, con le spalle al muro, mentre io fissavo il vuoto.
Guardò il vuoto con me, restando in silenzio, mentre sentii la sua mano scivolare sulla mia. La sua piccola mano stringere la mia.
Io mi voltai verso di lei. Lei girò la testa verso di me.
Affondai la mia mano tra i suoi capelli bagnati.
Avvicinai le labbra per baciarla, ma lei si scansò, si scansò di colpo, continuando a fissarmi con quei suoi occhi senza vita.
Lasciò la mia mano e allungò la sua verso il mio viso, dandomi una carezza, una tenera carezza.
“Scopami!” mi chiese “Trattami come una puttana”.
Io restai lì fermo a fissarla. Lì fermo a guardarla. Lì fermo a fissare il suo viso avvolto in quei riccioli bagnati.
Ed ecco uno schiaffo!
Mi diede un altro schiaffo, proprio in pieno viso.
“Ti ho detto di scoparmi!” urlò, e io l’afferrai velocemente per il collo, proprio come un falco con uno scoiattolo.
La gettai al suolo, stando steso su di lei, soffocandola con le mie mani.
“Io ti ammazzo, puttana!” gridai, strozzandola. E vidi i suoi occhi fissarmi mentre la strangolavo. Il suo ghigno beffardo, la sua espressione come morta.
Lasciai di colpo la presa. Lei tossì, ansimando.
Le diedi una sberla, poi un’altra, e un’altra ancora.
La sua testa si mosse a destra e a sinistra, poi tornò a fissarmi, mentre del sangue le colava dal naso ricoprendole le labbra.
Mi gettai su di lei, cominciando a baciare quelle labbra insanguinate. Sentendo il sapore delle sue labbra, della sua lingua, del suo sangue. E continuando a baciarla le sfilai la maglietta. Lei sfilò la mia. Strinsi le sue tette carnose, quei suoi seni rigogliosi, quei suoi seni succosi, mentre le mie labbra continuavano a muoversi sulle sue. Mentre le mie labbra continuavano a mangiare le sue.
Le mie mani scesero sempre più giù, insinuandosi nel pantalone del pigiama, e poi oltre le mutandine.
Strinsi la sua fica nella mano. La strinsi forte, e lei lanciò un gemito soffocato dalle mie labbra.
Le entrai con due dita dentro. Lei prese a stringermi più forte sia con le braccia che con le cosce, muovendosi sotto di me, chiedendomi di chiavarla. Sputandomi quella preghiera dritta in bocca, senza togliere le sue labbra dalle mie.
Io mi chinai sul suo petto. Presi a baciarle i grossi seni, a leccarle i capezzoli, e poi giù verso l’ombelico, continuando a baciarla, trasportato dai suoi gemiti.
Arrivai alle gambe e le sfilai i pantaloni assieme alle mutandine di pizzo rosa.
Restai lì tra le sue cosce, leccandole la fica. Baciandola, mordendola, infilandole la lingua dentro, mentre lei muoveva le cosce e gemeva contro al soffitto.
Poi lei allungò le mani verso il mio capo, tirandomi su.
La lasciai fare. Mi misi su di lei, baciandola, ficcandole la lingua in bocca e accarezzandola, mentre lei mi stringeva forte a sé.
“Voglio che mi scopi! Voglio essere la tua troia questa notte”.
E di colpo la situazione si ribaltò.
Sofia mi strinse con forza e mi mise sotto di lei, mettendosi su di me.
Prese a baciarmi il petto voracemente, mordendolo, come a volermi strappare la pelle.
Arrivò sempre più in giù, sempre più in giù, fino a sbottonarmi i calzoni.
Lì abbassò del tutto, assieme a le mutande. Li portò giù. Tolse di colpo le scarpe dai miei piedi e mi sfilò quel coso di dosso.
Tornò su di me velocemente come una vipera contro la sua preda, stringendo il mio cazzo duro nella sua piccola manina.
Prese a smanettarlo, fissandolo. Guardando la cappella turgida guizzare fuori dalla pelle rugosa del mio cazzo.
Si chinò lentamente, avvicinando le labbra, fino a pigliarlo in bocca.
Cominciò a succhiarlo. Cominciò a succhiarlo velocemente. Cominciò a succhiarlo con ingordigia, come a volermi tirare via il sangue da tutto il corpo, a cominciare dal cazzo.
Io affondai le mie mani nei suoi riccioli ancora bagnati, mentre lei muoveva la testa su e giù. Mentre il cazzo le entrava e usciva dalla bocca. Mentre lo succhiava. Mentre lo leccava.
Poi se lo tolse di bocca. Mi fissò. Io vidi la notte nei suoi occhi. Vidi il marmo di mille lapidi in quei suoi occhi.
Mi tirò su con forza, stendendosi, e piazzandomi su di lei.
Io mi feci strada tra le sue cosce, continuando a baciarla, continuando a leccarla.
Le spinsi il cazzo contro alla fica, sentendola calda e bagnata contro la mia cappella.
Lei lanciò in aria un gemito mentre la baciavo sul collo e sul viso.
“Mettilo dentro! Entra in me con il tuo cazzo” disse gemendo.
E io lo spinsi contro alla sua fica. Sentii le pareti calde e morbide della sua fica aprirsi attorno al mio cazzo. Avvolgere il mio cazzo!
E lentamente entrò, entrò sempre di più, mentre cominciai a spingerglielo dentro, cominciai a spingerglielo con forza in corpo, stretto tra le sue braccia. E a ogni colpo lei urlava. A ogni colpo di cazzo nel suo corpo lei mi baciava. Lei mi mordeva il collo. Lei gridava di essere la mia puttana. E io continuavo a sbatterglielo dentro. La pompavo con forza. Il mio cazzo si muoveva in lei, mentre io mi muovevo su di lei, avvinghiato dalle sue cosce.
E continuai a spingerglielo dentro.
Continuai a sbatterla lì su quel pavimento, come a volerla trapassare. Come a volerle bucare la fica, fino a inchiodarla al pavimento.
Lei mi stringeva forte, ansimando, gemendo, godendo.
I nostri due corpi si muovevano all’unisono. Erano nello stesso ritmo. Erano nello stesso delirio.
Eravamo un unico pezzo di carne sudata. Della carne tastata, morsa, scopata. E io sentivo ancora il sapore del suo sangue sulle mie labbra. Sentivo il sapore della sua vita in me. Sentivo la sua vita tra le mie mani, mentre le rapivo la vita con il mio cazzo. Mentre il mio cazzo entrava in lei, e forse lei cercava di entrare in me. Mentre il piacere e il dolore avevano perso ogni senso, e quei colpi diventavano sempre più intesi. Quei morsi sempre più profondi.
Poi la strinsi forte, assestando un ultimo colpo in lei. Un colpo deciso, come se l’avessi trafitta con un lancia, e qualcuno a sua volta avesse trafitto me alle spalle, lasciandomi lì a digrignare i denti verso il vuoto, affondando la mia lama dentro di lei. Sentendo la mia vita scorrere in lei. La mia sborra calda e schifosa scorrere in lei.
Mi accasciai sul suo corpo, sudato e ansimante, proprio come lei.
Sofia prese ad accarezzarmi il capo, mentre i battiti dei nostri cuori si toccavano. Così forti come a voler uscire dal petto, mischiandosi in un unico battito.
Poi mi alzai lentamente, ancora ansimando.
Le diedi una carezza e baciai ancora una volta quelle sue labbra. Quella labbra dal sapore di sangue.
Uscii da lei. Uscii dal suo corpo, dal suo dolore, dal suo sguardo triste che ancora mi fissava.
Mi alzai barcollando, mettendomi in piedi e uscendo da quel cesso.
Andai in cucina e presi sigarette e vino. Stappai la bottiglia e mi accessi una paglia, tornando poi nel cesso dalla mia nipotina.
Lei se ne stava seduta per terra, con le spalle contro al muro, le braccia attorno alle ginocchia e la testa alzata.
La raggiunsi e mi misi a sedere al suo fianco.
Diedi un sorso alla sua bottiglia e gliela passai, ma lei non si mosse. Lei non disse niente. Lei restò lì ferma, nuda, immobile a fissare il vuoto. Mentre io continuavo a bere il mio vino e a fumare la mia sigaretta, lì accanto a lei, senza sapere cosa dire, senza sapere cosa fare.
Restammo per quasi un’ora così. Lì stesi per terra, nudi, senza dirci niente.
Sul pavimento ci stavano quattro mozziconi di sigaretta, e la bottiglia era ormai quasi mezza vuota.
Mi alzai da lì e poggiai la bottiglia sul lavello.
Presi a vestirmi, mettendomi tutto addosso tranne le scarpe.
Abbassai lo sguardo verso Sofia. Stava dormendo!
Era così strano vederla dormire lì, nuda, su quel pavimento.
Sembrava quasi un bruco o qualche altro insetto.
Sembrava così indifesa. Così vulnerabile.
Mi venne quasi da sorridere vedendola così.
Avevo piegato le difese del regno D’Inghilterra. Avevo abbattuto il muro di Berlino. Avevo preso le coste della Normandia. Avevo costruito un nuovo impero sulla Luna.
L’avevo vinta. L’avevo piegata. L’avevo fatta sparire per sempre.
E ora, ora cosa restava? Che altro potevo mai portar via a quella piccola stronzetta?
Lasciai perdere e la presi in braccio. La tirai su, con le sigarette che quasi mi uscivano dalla tasca dei jeans, e riuscendo anche ad afferrare la mia bottiglia.
Lei fece una sorta di smorfia, brontolando e stringendosi a me.
Io feci forza sulle gambe tirandola ancora più su.
“Dai, andiamo a dormire piccola” le dissi, e lei mi strinse forte. Mi strinse forte, mentre la portavo nella sua camera. Al sicuro nel suo lettino.
La stesi lì, nel suo letto, rimboccandole le coperte.
Restai seduto accanto a lei bevendo e fumando. Fissandola, senza riuscire a pensare a niente di concreto.
Solo frammenti  di quei giorni. Solo ricordi confusi che penetravano come lame il mio cervello. E finita la bottiglia la poggiai per terra, mettendomi a letto assieme a lei.
Sofia si rigirò brontolando, proprio come una bambina. Io mi girai sul lato, faccia a faccia a lei, accarezzandole i capelli.
Le strinsi la sua piccola manina e sorrisi. Sorrisi, senza sapere il perché.
Lei mosse le labbra come se stesse masticando qualcosa, quasi sbavando sul cuscino.
“Quella tro… troia. Vai pure da quella troia!” sussurrò, continuando a dormire. E io restai lì con lei, accarezzandola, sapendo che domani l’avrei abbandonata. Che domani avrei lasciato quella troia, per andare da un’altra troia.

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