VIOLA COME UN LIVIDO. Romanzo edito dalla Damster edizioni. Terzo classificato all’Eroxè Contex 2014. Disponibile in cartaceo nelle grandi librerie, e in digitale su tutti gli store online.

Dannato viaggio! Dannato sonno. Dannata stanchezza.
E pensare che da piccoli eravamo cresciuti con le auto che volavano in cielo tipo Blade Runner. Con i replicanti, i cyborg, e qualche fottuto sbirro di ferro a tipo Robocop.
E invece la solita merda!
Un corpo stanco. Un corpo che aveva bisogno di nutrimento, di
riposo, di cagare, di bere, di pisciare.
Solo una truffa!
Ci avevano ingannanti tutti. Ci avevano fatto crescere. Ci avevano
pasciuti come maialini, per poi gettarci in un grosso forno.
In culo ai nostri sogni!
Nel duemila e tredici la gente moriva ancora di cancro. La gente
moriva ancora di cirrosi. La gente moriva ancora di AIDS. La gente moriva ancora!
La gente moriva… ancora.
Noi eravamo ancora vivi però. Eravamo stupidi, illusi, forse immaturi, ma ancora vivi. E con il peso della vita nei nostri corpi ci
dirigemmo verso casa sua, ridendo a ogni passo. Baciandoci, e
toccandoci cazzo e fica di tanto in tanto.
Lei si fermava a ogni incrocio facendo passare tutti.
Sorrideva, mentre le auto le passavano davanti. Fottendosene di
lei, di me, o di quell’auto guidata solo da due persone lì a Senigallia.
Io sorridevo fissandola. Accarezzandole in capelli e guardando
la scena.
Era buffa! La scena stessa era buffa. Lei ferma lì, fissando la
strada e sorridendo, mentre tutte le auto continuavano a passarle
davanti.
Manco i parcheggi sapeva fare. O qualsiasi manovra comportasse
il voltarsi o il non guardare davanti.
A me la cosa faceva ridere. La rendeva buffa. Piccola. Tenera.
La rendeva quasi speciale. Anche se con ogni probabilità, almeno
la metà delle donne al volante non sapevano né parcheggiare né
andare in retromarcia.
Ma la cosa mi piaceva comunque. La cosa la faceva somigliare a
una bambina. E lo era! Anche se pochi minuti prima teneva il mio
cazzo in bocca, e aveva ingoiato un bel po’ di calda e densa sborra.
Piccole contraddizioni. Sfumature, avrebbero detto gli amanti
d’arte moderna. Io non sapevo come chiamare tutto ciò. Sapevo
solo che era bella, e che mi piaceva stare con lei. Mi piaceva il suo ridere di tutto. Il suo non prendere niente sul serio. Il suo essere un po’ troia e un po’ bambina allo stesso tempo.
Era pericolosa, lo sapevo. Ma intanto ci stavo bene. E un perdente come me di certo non pensava a cose come il futuro, il mutuo, la rata sull’auto, le cure odontoiatriche.
Non pensavo a niente. Volevo solo vederla ridere. Solo stare con
lei. Solo sentire il suo profumo. E immerso nel suo profumo, nelle
sue risate, raggiungemmo la sua casa, mentre di tanto in tanto continuava a smanettarmi il cazzo dai jeans. Quei jeans nuovi! Quei jeans puliti. Quei jeans che mi avrebbero reso accettabile per i suoi e per il mondo intero.
Parcheggiò l’auto, Viola. La parcheggiò in un posto dove avrebbe
parcheggiato anche un cieco. In uno di quei posti in cui bastava
andare dritto, sterzare appena a destra o a sinistra dentro le strisce, ed ecco fatto!
Sarei dovuto scappare. Sì, sarebbe stata la cosa migliore. Ma
ormai ero lì. Lontano da casa. Lontano da ogni treno. Lontano da
ogni autobus.
Così scesi con lei dall’auto. Lasciai lì la mia roba e mi misi in
strada con lei. Stringendole la mano con la destra, e mantenendo i dolci con la sinistra.
Che bravo ragazzo! Proprio come quello delle pubblicità in tv. Lì, pulito e con i dolci in mano.
Cazzo, se non avessi avuto la barba lunghissima, i capelli sfatti,
la giacca di pelle e i tatuaggi, sarei passato magari per un banchiere.
Beh, in fondo se non fossi stato me sarei stato perfetto. Ma purtroppo ero me. E mi accingevo ad affrontare il giudizio divino
avanzando con la piccola Violasan verso la sua casa.
Andammo avanti mentre il sole ormai era calato su di noi.
Era buio, ma non troppo in fondo.
Le luci delle case erano le sole cose che illuminavano le strade,
assieme ai fari delle auto che passavano di tanto in tanto. Per il resto niente lampioni. A stento qualche piccolo lampioncino nei cortili delle villette che circondavano quella strada deserta. Una strada piena di alberi. Una tipica strada di campagna. La tipica strada di una cittadina silenziosa. Una cittadina noiosa. Una cittadina come tante, in fondo.
Ma Viola era diversa! Lei camminava come fosse uno spettro lì
per quelle strade, e forse io ero la sua faccenda in sospeso, ciò che non le permetteva di raggiungere la luce dove avrebbe trovato i suoi cari.
Sarebbe stato romantico. Ma la verità era di certo diversa. La
verità era che io non ero altro che uno dei tanti. O forse ero l’uomo della sua vita. Magari solo un’illusione.
Chi poteva saperlo!
Anche se per un attimo fu bello pensare a un grande amore tipo
quello dei film. Ma non ci stavano le telecamere su di noi, anche
se lei era fissata che ovunque andassimo ci fosse qualche cazzo di telecamera a circuito chiuso pronta a spiarci.
Chissà, magari era vero. Magari quella piccola cittadina era un
set cinematografico, e le nostre vite facevano scompisciare dalle
risate qualche ciccione annoiato, o magari commuovere qualche
casalinga repressa.
Beh, di certo vedendoci sul set fuori dal cimitero qualcuno si era
tirato una sega. Ma non era affar mio! Anch’io l’avrei fatto al posto
dell’ipotetico tipo. Il mio solo affare in quel momento doveva
essere il fare buona impressione sui genitori della piccola Viola.
E cazzo se l’avrei fatta!
Avevo il jeans nuovo, dunque ero a posto.
Certo, la barba lunga non mi avrebbe fatto guadagnare punti, ma
potevo sempre dire di essere un artista concettuale in cerca di se
stesso. Magari di essere appena tornato dal Tibet o dal cammino
di Santiago. O, meglio ancora, di esser appena tornato da un ritiro
spirituale ad Assisi dove avevo pregato e digiunato ben sette giorni per le intenzioni di Papa Francesco I.
Che dire, mentre raggiungevo la casa di Alessandra sperai che i
suoi non mi avrebbero chiesto niente sulla barba. Non per niente, non è che non mi andasse di raccontar loro palle, solo che sparare tutte quelle cazzate sarebbe stato di certo una noia
mortale.
Ma intanto raggiungemmo casa sua. Era una sorta di villetta su
due piani. Lei stava al primo, sopra di lei una vecchia rompi cazzo
e impicciona.
Lei la odiava! Mi aveva detto che quella troia portava spia sempre alla madre quando lei si chiudeva in stanza a farsi pompare dal suo ragazzo.
Non era per niente una bella cosa. Ma la gente lo fa spesso.
La gente ti guarda persino nelle buste della spesa alle casse del
supermercato.
Comunque, quando entrammo in casa, in quella casa dalle mura gialle, non ci accolse la voce di nessun gioviale presentatore televisivo. No, solo il cinguettio di quattro pappagallini chiusi in una gabbia.
Tre azzurri e uno bianco.
Quello bianco era femmina. Era la Puffetta della situazione.
Quella sbattuta un po’ da tutti. E una volta salita la piccola scalinata che separava la porta d’ingresso da un’altra ancora, la piccola Violasan si mise a giocare proprio con quella bianca.
Empatia, forse. Magari anche lei si sentiva come una Puffetta
lì in quel cesso di posto. La sola donna in mezzo a una marea di
uomini. Lì costretta a soddisfare le loro voglie.
Boh, magari la Puffetta bianca non gliela dava manco a quei tre
coglioncelli piumati, e magari anche la piccola Violasan chiavava
meno di quanto dicesse. E intanto la piccola Viola se ne stava lì
a far dondolare la piccola Puffetta bianca su di un’altalena rossa.
«Guarda, guarda come è contenta» disse con la sua voce da bambina. Anche se a me non sembrava affatto contenta quella palla di piume bianche.
Sembrava piuttosto rassegnata.
Già, in fondo era in gabbia. In gabbia come Viola lì a Senigallia.
In gabbia come me nel mondo intero. In gabbia come il mondo
intero nelle proprie illusioni.
Ma la lasciammo alle sue illusioni la piccola Puffetta bianca. La
lasciammo nella sua gabbia, mentre noi avanzammo oltre la porta
di casa, pronti a entrare in un’altra gabbia.
Alessandra lasciò la porta di casa aperta senza manco curarsene.
Chissà, magari lì a Senigallia di ladri non ce ne erano. O magari
ero finito in una fottuta comunità di Amish.
Comunque fosse, io la chiusi. Per sicurezza!
Non mi andava di trovarmi un gruppo di terroristi Armeni davanti
mentre facevo conoscenza con i genitori di Viola. O ancora
peggio un esercito di testimoni di Geova.
Non era il caso. La porta ci avrebbe protetto, a meno che non
fosse scoppiata la terza guerra mondiale o alle tele avessero annunciato che erano finiti i cereali al cioccolato.
In tal caso non avremmo avuto scampo!
Ma per fortuna alla tele ci stava solo un telecronista sportivo che
annunciava quella che a sua detta sarebbe stata una partita di calcio memorabile, proprio come le altre mille da lui commentate.
Io avanzai ancora dietro Viola, mentre il telecronista tutto gasato
annunciava la sua cazzo di partita di calcio, e la porta chiusa ci
difendeva da un eventuale attacco di lucertole mutanti.
Avanzai con lei e ci fermammo a pochi passi dalla porta (quella
che ci avrebbe protetto dalle lucertole mutanti), quando ecco, l’intera comunità Amish venne a farmi visita.
La madre e il padre di Violasan uscirono da una stanza alla nostra
sinistra. Una stanza senza porta. Una stanza che era la cucina
(ma lo avrei capito dopo). Intanto restai lì fermo, prendendo a
sorridere nel vederli, proprio come un bravo ragazzo. Mentre loro
sorridevano a loro volta nel vedermi, proprio come una brava favmiglia. Proprio simili alla famiglia Robinson. Tranne per il colore
della pelle.
Chissà, magari anche la loro irruenta gioia era falsa come la mia.
Magari anche loro si sentivano in imbarazzo. Magari anche loro
non avrebbero voluto trovarsi in quella situazione.
Già, con ogni probabilità avevano lanciato in aria tremende urla
prima di accettare di farmi venire, giusto per far contenta la loro
bambina. E magari ogni giorno invece di sorridere si scannavano
a vicenda per cose come il lavoro, le bollette, il cibo, o anche solo
che programma guardare alla tele.
Era normale, più che comprensibile. Anch’io non sorridevo mai
alla gente. Anch’io stavo incazzato tutto il giorno.
Eppure sorridevo!
Sorridevo fissando la mamma di Viola lì davanti a me. Una
donna bassa e grassoccia dalla faccia buona. E suo padre. Un uomo alto e con un po’ di pancetta, e l’espressione di colui che aveva preso un sacco d’inculate nella sua esistenza.
Ma dimenticammo tutto in quel momento. Dimenticammo
i problemi, le inculate, le divergenze sui programmi televisivi e
prendemmo a diventare tutti felici. Dei veri uomini felici! Proprio
come quelli che si vedono delle fiction della Disney.
E tutti e tre entrammo bene nella parte. Anzi, tutti e quattro.
Anche Viola era nel gioco. Anche Alessandra era candidata
all’Oscar. E ce la cavammo tutti bene a dire il vero.
«Buonasera» feci io sorridendo.
E stretta di mano al padre. Di quelle forti! Per far vedere di essere uno con le palle. Un uomo tutto lavoro e famiglia.
Ma prima di lui ovviamente salutai sua moglie. Un bacio a destra, un bacio a sinistra. Un sorriso.
Che bravo ragazzo!
E il cane che abbaia. Un piccolo meticcio bianco e nero. Di quelli
che abbaiano sempre. Non cattivi! Forse stupidi. Forse troppo
furbi da sapere che a furia di abbaiare alla fine avrebbero avuto
quel che cazzo gli pareva.
E il cane continuò ad abbaiare.
«Ranf Ranf Ranf Ranf» urlava quella bestia in miniatura.
E ancora «Grrr Grr Grr Grrr.»
Non la finiva più!
Poi ecco la voce del padrone.
«Bella, sta calma o torni in camera» disse il padre di Alessandra.
E Bella, niente! Continuava ad abbaiare mentre io stavo lì davanti a lei ridendomela. Non per la situazione, ma solo perché non si può fare altro quando stai in casa di sconosciuti.
Già, forse Bella stava facendo la sola cosa giusta in mezzo a
quella farsa. Urlava! Urlava la sua voglia che io mi togliessi dal
cazzo.
Le andò male, purtroppo.
Le misero il guinzaglio e continuammo la nostra farsa, mentre il
padre di Alessandra continuava a tenerla, e lei a urlare i suoi scomposti “Ranf Ranf Ranf Grrr Grrr Grrr.”
Così potemmo continuare.
Il viaggio! Bisogna sempre chiedere com’è andato un viaggio. Bisogna capire se è andato male o bene. E tanto, anche se fosse andato male, chiederlo non avrebbe fatto cambiare le cose.
Ma un bel “Mi dispiace! Siediti, sarai stanco”, avrebbe fatto sentire meglio i padroni di casa.
Purtroppo per i genitori di Viola io dissi che il viaggio era andato
bene, così da toglier loro l’occasione di dimostrarmi la loro bontà.
Ma si rifecero subito.
Entrammo nel soggiorno. Un soggiorno con mobili di legno.
Mobili in stile classico pieni di vecchi libri, statuette di porcellana
e d’argento, e quadri appesi al muro.
Alessandra fu abbastanza furba da uscire di scena andandosene
al cesso. Io restai lì. Sorridendo. Sorridendo avvolto dal sorriso di
due sconosciuti.
Il cane continuò a urlare, e io restai lì immobile. Seduto su di una
sedia di legno a sorridere.
Che cazzo dire? In fondo io ero lì per Violasan, mica per loro.
Eppure dovevo dire qualcosa. Loro dovevano dire qualcosa. Tutti
e tre sapevamo di dover dire qualcosa. Tutti e tre sudavamo freddo, in attesa di chi avrebbe detto qualcosa.
Era mezzogiorno di fuoco! E fu la madre di Alessandra a sparare
il primo colpo.
Mi beccò dritto in faccia! Anche il cane lo notò, continuando con
i suoi “Ranf Ranf”.
«Allora, come ti sembra Senigallia?» mi chiese, sfoderando così
la domanda numero due.
«Oh, una cittadina molto tranquilla!» risposi io, pensando che
più che tranquilla fosse noiosa, e pronto ad accogliere la domanda numero tre.
Il padre stava per avanzare, ma la madre di Viola riuscì a precederlo.
Fu più veloce.
BANG BANG
Dritto in petto!
E il cane ancora “Ranf Ranf Grrr Grrr.”
«Buona, Bella!» fece il padre di Ale dandole uno strattone con il
guinzaglio.
«E dove siete andati di bello?» mi chiese ancora il grembo che
aveva messo al mondo la piccola Viola.
«Beh, alla Rocca. Alla rocca e in centro» le risposi sorridendo, e
ricordando che Alessandra mi aveva detto di dire così ai suoi. Di
dirgli che eravamo andati a visitare la Rocca e il centro storico.
Certo, mica potevo dirle “beh, sa signora, siamo andati al cimitero
a chiavare, io e sua figlia. E mi creda signora, deve proprio essere
fiera della sua bambina. Come lo succhia lei di certo lo succhiano
in poche. Pensi che ha bevuto fino all’ultima goccia della mia sborra. Un talento naturale sua figlia!”
No, non era il caso. Anche se la scena era divertente. Non ilsorridere, sia chiaro, ma lo star lì davanti a loro. Sorridendo e parlando come in un romanzo dell’ottocento, mentre manco mezz’ora prima glielo avevo sbattuto in corpo alla loro bambina, e le ero anche venuto dritto in gola.
Chissà, magari avrei anche potuto dirlo. In fondo avevo il jeans
nuovo. Ne avevo passate tante per quel coso, e avevo speso anche venticinque euro; o meglio, ventiquattro euro e novanta.
Cazzo, doveva pure contare qualcosa! Magari quando la piccola
Viola sarebbe tornata dal cesso l’avrei sbattuta sul divano davanti
ai loro occhi. E sempre davanti i loro occhi lo avrei tirato fuori
dai miei jeans nuovi da ventiquattro euro e novanta e glielo avrei
piantato dentro, cominciando a scoparla proprio davanti a loro,
mentre avrebbero continuato a sorridere chiedendomi come fosse
Senigallia.
Beh, purtroppo quando la piccola Alessandra tornò non la gettai
sul divano ficcandoglielo dentro. No, eravamo alla domanda
numero otto. Avevamo passato quella sul paragone tra il tempo
di Napoli e quello di Senigallia. Quella su come ci fossimo conosciuti io e Alessandra (ovviamente mentii! Non dissi che l’avevo conosciuta nei panni di Violasan). La domanda sui piatti migliori di Napoli, con contro domanda sul se mi piacesse questo piatto o quell’altro fatto a Senigallia.
Poi quella sul mio lavoro. Ancora la domanda sulla situazione
rifiuti a Napoli. La domanda su cosa avessero detto i miei del mio
viaggio (con relativo elenco dei miei familiari, e ovviamente un
meccanico dispiacere sentendo che il mio vecchio era crepato). E
dopo la rassegna dei familiari, l’immancabile domanda «E i tuoi
cosa fanno?» In questo caso rivolto solo alla mia vecchia, ovviamente.
Chissà, magari esiste un elenco di domande stupide da fare a uno
sconosciuto quando ci si trova con lui nel proprio salotto, in totale
imbarazzo. E forse ci sta anche un elenco di risposte standard.
Cose del tipo “Oh, a Napoli la miglior pizzeria è Di Matteo.
Come? Beh, certo, sono sicuro che la carne di Senigallia è davvero buona. Beh sì, a Napoli fa ancora caldo, ma a dire il vero pensavo che qui facesse più freddo”.
Insomma, frasi fatte giusto per passare il tempo. Frasi inutili,
frasi che annoiano chi le dice e chi le ascolta. Frasi che potrebbero anche non essere dette.
Già, in fondo a che cazzo serviva parlare? Cioè, io ero lì per
lei, per Alessandra. Io lo sapevo e loro lo sapevano. Dunque avrei
potuto starmene benissimo in silenzio aspettando che uscisse dal
cesso.
Sono sicuro che sarebbero stati meglio anche i suoi genitori. Più rilassati! Senza essere costretti a intrattenere il loro ospite fingendo di essere interessati alle mie stronzate, o di fottersene per davvero di che tempo facesse a Napoli.
Magari avrebbero anche potuto scannarsi come tutti i santi giorni.
E invece erano costretti a star lì a sorridermi.
È orrendo sorridere per forza! Credo non esista cosa peggiore
al mondo. Il dover fingere di essere per forza felice. Proprio come
alle cene natalizie, alle feste di lavoro o alle riunioni dei cattolici
o dei buddisti.
Tutti felici. Tutti sorridenti. Niente spazio alla rabbia. Niente spazio
all’odio. Tutti felici di conoscere gente. Tutti felici di parlare
con la gente. Tutti felici di ascoltare la gente. Tutti consapevoli di
rompersi le palle, e di non vedere l’ora che quella farsa finisca, per tornare normali; di cattivo umore! Magari lamentosi e arrabbiati.
Vabbe’, presto sarebbe finita, o almeno per quella sera.
Eravamo alla domanda numero nove. E di solito in una conversazione con due genitori sconosciuti non si va mai oltre la quattordici.
Io ero pronto! Ormai avevo raggiunto il punto di non ritorno.
Non poteva che andare sempre peggio, e non poteva non finire,
proprio come ogni cosa non voluta nella vita.
Alessandra entrò nel soggiorno e si mise a sedere accanto a me.
Lì davanti un grosso tavolo di legno scuro.
«Allora, di che parlavate?» chiese sorridendo.
Io cercai di trattenermi dal baciarla (ero un amico, non potevo). Il cane abbaiò ancora. Poi si calmò.
Ci riuscì!
«Beh, niente. Si parlava del mio lavoro» le risposi.
«Uff, che pizza!» fece lei. Poi si guardò attorno. Rivolse i suoi
occhi verso la mamma. «E la Silvia?» le chiese.
«Sta per arrivare» le rispose la madre, che magari in altre occasioni l’avrebbe fatto freddamente, e non sorridendo come allora. Sorridendo, per dimostrare al mondo intero di essere un’ottima moglie, un’ottima madre, un’ottima conversatrice. Proprio come facevamo tutti lì dentro.
Poi eccola. Domanda numero nove!
«Cenate qui?» chiese la madre.
«Andiamo dal Cinese» rispose Alessandra.
Io la guardai e sorrisi, sperando di non dover mangiare per davvero quella merda orientale. Quell’insieme di verdure tritate. Pasta fritta, riso fritto, gelato fritto, gatti fritti, camerieri fritti, cambiali fritte.
Ma cercai di non pensarci.
Mi limitai a sorridere proprio come un bravo ragazzo. Come un
moccioso frungoloso in qualche cazzo di film Americano andato a
casa di Mary Jhane detta “fica d’oro” per portarla al ballo di fine
anno.
Mary Jhane ormai era mia! Mi toccava solo sorridere ai suoi.
Solo continuare a fare il bravo ragazzo, il Forrest Gump della situazione, per guadagnarmi il diritto a restare lì e scopare con la
piccola Alessandra. Con la piccola Mary Jhane detta “fica d’oro”
Cazzo, e pensare che avevo speso ben ventiquattro euro e novanta per quei fottuti jeans. E manco bastavano.
Se quella tipa, Alessandra, non mi fosse piaciuta per davvero,
con il cazzo che ci sarei andato in quel fottuto posto.
Di certo non mi sarei fatto seicento chilometri per una scopata.
Ma non si trattava di amore!
No, non ero così coglione da innamorarmi a prima vista (in tal
caso a primo colpo di tastiera). Era qualcosa di diverso. Un qualcosa di folle in lei che mi attirava. Qualcosa di atipico. Qualcosa di etereo.
Ma intanto, mentre il discorso continuava sul fatto se fosse meglio
mangiare cinese o restare a casa, ecco che la porta di casa
prese ad aprirsi di colpo.
Non erano testimoni di Geova, e manco lucertole giganti. Era
solo una ragazza sui trenta. Alta circa quanto me e Alessandra. Magra circa quanto me e Alessandra. Uguale a tutto il genere umano, compresi me e Alessandra.
La tipa mi guardò stupita. Sapeva che dovevo venire. Sapeva chi
ero. Sapeva che ero l’amico di Alessandra, dunque quello che se
la stava chiavando. E dunque non era sorpresa! O almeno non era sorpresa che io fossi lì.
Sapeva che avrebbe dovuto dividere la casa con un potenziale
Charles Manson o Jack lo squartatore. Che magari di notte, mentre tutti dormivano, avrei svaligiato la casa, violentato il cane, e me la sarei svignata dopo aver dato fuoco alla casa con loro dentro.
Un bel rischio! Succedevano per davvero certe cose. Soprattutto
la parte della violenza al cane.
Ma il cane forse capì la cosa.
«Arf Arf Arf Ranf Ranf Grrr Grrr» prese di nuovo a fare. Poi si
avvicinò alla tipa appena entrata e le fece le feste, girandosi verso
di me e ringhiando di tanto in tanto.
«Oh, buona Bella! Se non ti calmi ti porto in stanza» disse la
tipa.
Bella si calmò. O almeno capii che non era aria.
Così Bella se ne andò da sola in quella cazzo di stanza. Chissà
dove.
Io pensai che forse lì dentro ci stavano tutti i supplizianti con i
loro strumenti di tortura, e che magari quella cagna ora gli stava
pisciando addosso. E intanto la tipa si avvicinò. Mi porse la mano.
Io mi alzai e gliela strinsi, proprio come un cadetto della marina.
«Piacere, Silvia» disse lei.
«Salve, Marco» feci io, cercando di fingermi un bravo ragazzo e
una persona affidabile. E la tipa, quella che era la sorella di Alessandra, prese a stringermi la mano sorridendomi.
Mi fissò a lungo. Mi scrutò a lungo. I suoi occhi cercarono di radiografare la mia anima. Io ero sotto la risonanza magnetica delle secolari premure delle sorelle maggiori che impedivano alle sorelle minori di dare la fica a destra e manca.
Mi esaminò per bene! E quando ebbe finito mi lasciò la mano,
continuando a sorridermi.
Avevo superato l’esame? Di certo no! Di certo aveva capito che
io e sua sorella avevamo già scopato.
Poco male! Almeno se ne andò
Un sorriso in meno. Ma ecco che i sorrisi ripresero nuovamente.
Tutti attorno a me. Tutti per me
«Sicuri di non voler restare qui a mangiare?» mi chiese la madre
di Alessandra.
«Ehm, grazie signora. Veramente grazie! Ma sa, io e sua figlia
abbiamo scommesso quale ristorante cinese sia migliore. Se quello di Napoli, o quello qui a Senigallia» le dissi.
Di quante balle può disporre un uomo pur di non morire! Pur di
togliersi da una situazione del cazzo.
Comunque funzionò. La madre si bevve la storia sulla disputa tra
i ristoranti cinesi campani e marchigiani. Suo padre fissò lo schermo della tv. I giocatori stavano scendendo in campo.
Giocava il Napoli!
«Tu tifi per il Napoli immagino?» mi chiese.
«Beh, veramente a me non piace il calcio» gli risposi.
Lui rimase un attimo stupefatto.
Cazzo, avevo sbagliato! Non dovevo dire quella cosa. Dovevo
dire di amare il calcio. E dovevo dire di morire per il Napoli.
Sì, tutti i bravi ragazzi amano il calcio. E se sono napoletani,
ucciderebbero per la loro squadra del cuore.
Forse a quelle parole il padre di Alessandra avrebbe voluto ammazzarmi. Stringermi la gola con le sue mani. Stringerla fino a che non sarei diventato viola. Fino a che gli occhi mi fossero usciti
dalle orbite e sarei finito per terra privo di sensi, con la schiuma
bianca alla bocca.
Ma si trattenne. Ero un ospite, e così si trattenne.
Magari se un giorno per chissà quale inspiegabile motivo io e
sua figlia fossimo finiti insieme, lui si sarebbe ricordato fino alla
morte di quella cosa.
Avrebbe voluto crescere i miei figli per tenerli lontani da me, e
insegnarli ad amare il calcio. Durante le cene di Natale avrebbe detto cose del tipo “No, a mio genero non piace il calcio”. E lo avrebbe detto con disgusto, etichettandomi come un handicappato. E sul letto di morte di certo l’ultima cosa che mi avrebbe detto sarebbe stata “Bastardo di un figlio di una puttana! Mia figlia, la mia bambina, nelle mani di uno che non ama il calcio. Che Dio ti stramaledica!”.
Sarebbe andata così. O almeno se fossimo finiti insieme io e Alessandra.
Per ora avevo solo voglia di stringerla, baciarla, scoparla. Insomma, stare con lei! E ce l’avevamo quasi fatta, quando ecco
entrare di nuovo in scena la sorella con il suo fidanzato decennale. Uno che si chiamava Marco, come me. Uno che sorrideva sempre.
Chissà, magari a furia di dover fare il bravo fidanzato gli era
venuta una paresi alla bocca.
Succedeva a tutti! Forse sarebbe successo anche a me. E intanto
quella troia di Bella continuava a giocare con il tipo con la paresi
alla mascella.
Almeno si era calmata. Una cosa buona! Ma le cose buone non
durano mai, proprio come quelle cattive. Solo le cose statiche rimangono per sempre. Solo la noia e la monotonia restano per sempre, come due vecchi che si sopportano da decenni.
Silvia si avvicinò a noi. E così di nuovo convenevoli. Di nuovo
sorrisi. Di nuovo il copione.
Raccontammo tutto daccapo.
“C’eravamo conosciuti su una chat già da mesi (bugia! Sia per la
chat che per i mesi). Una di quelle chat dove la gente cerca l’amore, e non certo dove si va a tirare le seghe.
A Napoli faceva più caldo che a Senigallia, ma io mi aspettavo
che a Senigallia facesse più freddo. E sì, a Napoli la miglior pizza
è quella di Di Matteo, ma di certo la carne di Senigallia è migliore
di quella di Napoli. E lavoravo in un call center. Certo, non amavo
il mio lavoro, ma con la crisi che c’è, sai com’è! E come? Tra i
quadri appesi alcuni sono di Alessandra? E quali? Devo indovinare? Mhh. Ecco! Quello e quello”, dissi, senza farmi scoprire di averli già visti in quella video chat, tra la ricerca di un Medium e un ditalino vario.
Poi ecco il tempo presente. Il fendente definitivo.
«Non restate a cena?»
E parliamo ancora del cinese. Parliamo ancora della fasulla scommessa inventata per stare solo.
Poi, ecco
finalmente la pace!
I saluti. Il cane mi ringhia contro, ma in maniera più calma, indecisa se sbranarmi o scoparmi.
Salutiamo!
«Non torniamo tardi, mamma» fece Alessandra, da brava bambina, uscendo con me fuori di casa.
Così uscimmo fuori. I pappagalli erano sempre lì, e Puffetta sulla
sua bella altalena.
Alessandra le fece fare un giro. Io mi misi una cicca in bocca e
l’accesi.
Lanciai del fumo in aria, Puffetta fece un altro giro della morte,
rimanendo impassibile su quella cazzo di altalena.
Viola sorrise. Strizzò gli occhi, mi guardò, e assieme scendemmo
le scale, togliendoci da quel posto, mettendoci per strada, smettendo di sorridere per finta, cominciando a farlo per davvero: finalmente!

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Tratto dal romanzo LASCIAMI ENTRARE. Edito dalla Damster edizioni, e disponibile in tutti gli store online.

Erano le cinque del pomeriggio. Cristo, ero sveglio da sole due ore e mezza, e già ero in quel posto del cazzo. Già ero tra quella gente del cazzo.
Avevo dovuto bere due grossi bicchieri di caffè e mangiare un intero panino per riprendermi dal dopo sbornia. Per non mostrare ai miei coraggiosi amici di battaglia di essermi ubriacato fino all’alba.
Rino sembrava più stanco del solito. Aveva fatto il turno dalle otto alle tre e mezza, e quando faceva quel turno era sempre stanco morto tutto il giorno, e con addosso una tremenda voglia di bere.
Un tipo di nome Beniamino, un tipo alto, magro e con la faccia butterata, stava parlando di quando tutto era cominciato. Di quando aveva bevuto il primo bicchiere di whisky.
A sua detta aveva otto anni la prima volta, e a detta sua fu quello il momento cruciale. Quando decise di imitare suo padre Ciro, un forte e robusto manovale.
A detta del nostro Cristo Marcello, quel tipo di nome Beniamino; Benny, per tutti, era vittima di un padre padrone. Il tipico uomo tutto muscoli che trattava sua madre come una sgualdrina, mangiava troppi salumi di notte, e guardava film porno mentre la famiglia dormiva.
Secondo me Benny era solo uno stronzo. Uno più sfigato persino di me. Il che era tutto dire!
Già, i nomi che aveva scritto nella sua lista di alcolizzato erano: Clark Kent, Wonder Woman, la sua vicina Mina De rosa (una mega fica dalla quinta di seno e la quarantadue di vita), Maria De Filippi e Gerry Scotti. Mentre ciò che lo aiutava a non bere era pensare a un assorbente sporco, all’orecchio di Nicky Lauda, a un tappo di sughero, un dito sporco di merda e Capitan Uncino.
Per Marcello il nostro Benny era sempre uno vittima di un trauma paterno, per me era solo e sempre uno stronzo, e anche per Rino.
Poi però toccò a Rino. Solo che Rino era stanco. Rino ne aveva le palle piene. Rino quella mattina aveva litigato di brutto con Mirella.
Ma Rino fu costretto comunque ad alzarsi. Rino fu costretto a mostrare al mondo quanto fosse buono. Quanto volesse cambiare. Quanto volesse diventare un uomo migliore proprio come Mark Zuckerberg od Osama Bin Laden.
Ed eccolo l’eroe!
Gesù sorrideva, fiero della sua creatura. Gli amici lo guardavano, desiderosi di condividere con lui il dolore e la redenzione.
Io lo guardai con addosso la sola voglia di bere. Con la sola voglia di togliermi da quel posto, e non sentire più le stronzate di nessuno di quei coglioni.
Rino prese però a darsi da fare con il suo show, e lo fece in modo veramente toccante.
Cazzo, quello stronzo scoppiò a piangere come una mammoletta.
Era disarmante vedere un bestione di centoventi chili piangere come una piccola mocciosetta.
E quello continuava! Continuava a frignare, asciugandosi di tanto in tanto le lacrime con la manica del suo giubbotto di pelle marrone. Probabilmente pelle sintetica.
Poi sembrò calmarsi. Tutti lo guardarono con le lacrime agli occhi, compreso Gesù Cristo.
“Vuoi leggerci cosa hai scritto, caro Rino?” gli chiese Cristo.
Rino annuì, facendo ancora un singhiozzo.
Si nettò con la manica del giubbino ancora un po’ di moccio che gli usciva dal suo enorme naso a patata. Prese dalla tasca del suo giubbetto di finta pelle un foglio stropicciato. Lo strinse con la sua enorme mano e abbassò il viso.
“Tom Hanks, Steve Martin, Whoopi Goldberg, Ricky Martin e le tartine con maionese e prosciutto” disse Rino, riferendosi alla lista dei cattivi.
Poi passò a quella dei buoni.
“Dracula: ma quello interpretato da Gary Oldman. Mister X di Tana delle tigri. Ron Jeremy, Pinocchio, e il Gatto e la Volpe” fece, terminando la lista dei nomi che gli facevano passare la voglia di bere.
Poi si ficcò quel foglio nella tasca del suo giubbotto, proprio come l’aveva cacciato.
Alzò un attimo lo sguardo verso Marcello.
“Beh, non so se il Gatto e la Volpe si possano considerare come una sola persona” disse.
“Ti ringrazio, Rino. Grazie di cuore!” fece Gesù Cristo.
Rino tornò a sedersi, io finsi di tossire per nascondere le risate, mentre qualcuno versò qualche lacrima.
Secondo Cristo i nomi di Rino rappresentavano il suo sentirsi fragile innanzi i grandi potenti del mondo, e in empatia con la gente reputata cattiva. Io avevo capito solo che a  quel figlio di puttana girava storto di brutto, e che voleva solo togliersi al più presto da quel posto, per andare a farsi qualche birra alla faccia di quella stronza di Mirella.
E così fu. Non ci volle molto. Solo qualche altra lacrima. Solo qualche altra confessione. Solo qualche altro nome.
Uno scelse come esempi positivi persino Nelson Mandela e Alda Merini, mentre un altro ficcò tra i cattivi la piccola e bianca foca Sibert, e Ray dei Gostbuster.
Per fortuna quando si fecero le sei mancavano ancora tre persone alla lista, e io ero tra quelli.
Poco male!
Ancora una volta mi risparmiai di vomitare stronzate davanti a quei coglioni, e di leggere la mia letterina a Babbo Natale.
Tanto sapevo che non avrei ricevuto doni. Dunque inutile restare sveglio ad aspettare il miracolo.
No, restai lì ad aspettare le ultime confessioni. Poi i sorrisi di Cristo. I suoi consigli. Le sue diagnosi sulla vita e sulla morte.
Dopo tutto ciò andai via con Rino.
Lui mi diede un passaggio con la sua Fiat Punto. Un’auto che aveva preso sotto consiglio di Mirella. Per portarla a fare passeggiate al mare e tutto il resto.
Per fortuna Anna viveva lontano da me ed era automunita, pensai, continuando ad attraversare quella città. E Cristo! Quella città era orrenda a quell’ora.
La gente tornava da lavoro. Tutti erano pieni di fretta. Tutti si ammassavano davanti alle fermate degli autobus o formavano enormi file di palle di metallo per strada.
Erano ansiosi, frenetici, cattivi.
Anche loro erano sotto una dipendenza. Anche loro non potevano fare a meno di qualcosa. Di cose come il successo, il denaro, il piacere, la gente, le cose.
Tutti vivevano per le proprie droghe. Tutti lavoravano per le proprie droghe. Tutti erano infelici per quelle droghe sempre insufficienti.
E ancora altra gente che fissava le vetrine dei negozi. Altri seduti ai tavolini dei ristoranti, ficcandosi cibo in gola, senza dire un cazzo di niente.
Poi una manifestazione ci passò davanti.
“Palestina libera” stava scritto su degli striscioni. Dei pezzi di stoffa mantenuti da dei ragazzini a stento ventenni. Dei mocciosi che giocavano a fare i Che Guevara della situazione, parlando di grandi rivoluzioni da compiere e misteri Buddisti da svelare, e tutto senza dover pagare una sola lira per il tetto e il cibo, o  anche solo per il diritto a continuare a respirare.
Rino continuò a spingere la sua auto in mezzo a quell’orda di facce, mentre la bronchite cronica da fumo mi causava fitte tremende al petto, e la sinusite mi faceva sentire come se stessi con la testa ficcata in un secchio pieno d’acqua.
Normale amministrazione, pensai, quasi svenendo. E Rino continuava a parlare, a parlare e parlare, mentre quei volti mi si scagliavano contro, quasi soffocandomi.
“Cioè, quello si presenta in quel bar con una birra nella destra e una mano nella sinistra. Una mano umana, cazzo! E sai che dice? Per Dio, quello  blatera una cosa del tipo -Ehi, Rino, guarda cosa stavo per calpestare- disse, mostrandomi quella cazzo di mano. E chissà dove l’aveva presa quella roba! Ahahahaha”.
Io abbozzai un sorriso e gettai la cicca dal finestrino dell’auto.
Rino parcheggiò. Mise il freno a mano, tolse le chiavi dal quadro e si voltò verso di me.
“Andiamo” disse.
Io non dissi niente. Scesi dall’auto, proprio come lui. E lui chiuse l’auto, per poi attraversare con me quella piazza piena di gente. Quella piazza poco lontana dalla stazione. Quella piazza dove s’incrociavano giovani in carriera, disoccupati cronici, puttane da marciapiede, zingari che rovistavano nell’immondizia, barboni che dormivano per terra, ubriaconi che bevevano per strada e negri che vendevano merda taroccata su delle bancarelle.
Un mondo simile a un cocktail a lungo scecherato, ma dove gli ingredienti non potevano mai mischiarsi del tutto. Mai e poi mai!
E io da che parte stavo? Quale uniforme portavo?
Ero un Nordista o un Sudista? Combattevo per L’Unione Sovietica o per gli Stati Uniti?
No, ero solo un disertore, e lo sapevo bene.
Non ero parte di quel mondo, anche se quel mondo mi teneva stretto a sé con i suoi piaceri.
Alcool, un altro piacere! Forse solo una fuga. Forse solo il suicidio di un vigliacco.
Ma non ci pensai!

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Tratto dal romanzo FOTTITI. Edito dalla Damster edizioni, e disponibile su tutti gli store online.

Andai avanti, bevendo il mio vino, e probabilmente sotto gli occhi incuriositi di chissà quante vecchie, chissà quanti avvocati, chissà quanti impiegati statali lì dietro le belle e robuste porte di noce.
Andai avanti. Passai davanti ai nomi stampati sulle cassette della posta: Il dottor De Rosa, l’oculista Di Vincenzo, la dietologa Irace, il ragioniere Bifulco, il dentista Errichiello, il signore Esposito, la signora De Simone e la vedova Improta in Aruta.
Tutti avevano un nome. Tutti avevano un titolo. Tutti erano qualcosa.
Io invece non avevo nessun nome. Il mio nome, Marco Gargiulo, non era scritto da nessuna parte. E la cosa mi andava bene. Mi andava più che bene.
Dunque continuai ad avanzare, fottendomene dei nomi, dei titoli regali o di ogni altra stronzata al mondo.
Arrivai al centro dell’androne, proprio dove stava l’ascensore. Uno stimabile ascensore d’epoca.
Bah, per me era solo vecchio! Ma comunque fosse, fare quattro piani a piedi con una schiena spezzata e i polmoni marci, beh, non era proprio il caso.
Così lo aprii, pronto a far sì che quel vecchio coso portasse il mio vecchio corpo verso la mia vecchia casa.
Non lo avessi mai fatto!
Cazzo, sgranai gli occhi di colpo, lì davanti a quel coso, mantenendo la porta aperta e fissando lì dentro.
“Cristo! Ma sei vera?” dissi. Dissi… guardando una tipa lì dentro. Una ragazza mezza nuda lì stesa in quel coso. Una ragazza mezza nuda, dalla pelle scura, lunghi riccioli scuri e un corpo piccolo e sodo da paura.
E la tipa portava addosso solo una minigonna sgualcita e un reggiseno rosso che s’intravedeva da un giubbetto di pelle nera. Un giubbetto sporco di terreno, e chissà cos’altro. Forse sborra! Magari piscio. E lei se ne stava lì stesa, rannicchiata, guardandomi a stento.
Forse era terrorizzata. Forse sotto shock.  O forse semplicemente non gliene fotteva un cazzo. Ma da come stava conciata, qualcuno di certo l’aveva fottuta con il proprio cazzo, invece.
Cristo, magari avrei dovuto prendere esempio e fare lo stesso.
Sì, in fondo la tipa era davvero bona. Una porcellina scura e soda, dalla pelle profumata e  piccoli piedini ficcati in degli stivaletti dal tacco da dodici.
Una vera scopata!
Eppure la sua aria non me lo fece venire duro, anzi, era come una bestia a lungo pestata e ormai rassegnata.
Già, magari avrei potuto ficcarglielo dentro e quella sarebbe rimasta lì ferma. Ferma a fissare il vuoto mentre glielo pompavo dentro. Fissando il vuoto con aria impassibile. Senza provare niente. Senza sentire niente. Senza essere più niente.
Poi ecco che il suo sguardo cambiò. Cambiò appena un po’.
Si girò verso di me e mi fissò. Mi fissò come se io fossi niente; e in fondo lo ero! In fondo ero davvero niente.
Allargò le cosce e alzò la gonna, mostrandomi un bel pezzo di fica.
Una fica scura. Una fica carnosa. Una fica morbida. Una fica di certo calda. Una fica a stento coperta da una mutandina rosa.
Io restai lì qualche istante a fissare quella paradiso. Quell’’ammasso di carne non diverso da altri miliardi di ammassi di carne per i quali miliardi di uomini si sarebbero dannati.
E io ero diverso? Ero forse il Dalai Lama o un cazzo di Martin Lutero?
No, io desideravo quella fica! Desideravo ogni fica attaccata a qualche bel pezzo di donna. E assieme a me probabilmente anche il Dalai Lama, Martin Lutero, Padre Pio, Osho, Topolino, e ogni altro uomo o ratto al mondo.
E quel pezzo di fica era lì davanti a me. Lì, spalancata, aperta, invitante.
Era come la luce del sole che richiama un sub durante l’emersione. Era la luce del sole che accoglie il ritorno alla superficie di un minatore. Era la luce del sole che irradia di gioia gli occhi di un uomo rimasto a lungo cieco.
Era bellissima! Era la verità, la via, la vita. Era tutto! La sola cosa buona al mondo. La sola cosa per la quale valesse la pena lottare al mondo. La sola faccia del mondo. E io la volevo! Io volevo infilare la mia vita in quella verità. Volevo immergermi nei raggi di quel caldo sole. Volevo morire in essa per poi rinascere. Volevo averla. Volevo scoparla. Volevo fotterla. Volevo chiavarla.
Ma il mio cazzo ancora una volta non era d’accordo alla cosa.
No, quel figlio di puttana se ne restava lì moscio. Lì nei miei calzoni, moscio davanti a quel sole per il quale miliardi di uomini avrebbero ucciso.
Già, il niente!  Il nulla. Il vuoto. Il silenzio totale.
Lei restò lì a fissarmi. In silenzio. Senza espressione. Senza muovere un solo muscolo del suo bel viso.
Poi ecco il miracolo!
Le sue labbra carnose presero a muoversi lentamente.
“Se vuoi fai pure” mi disse, allargando ancor di più le cosce.
Io alzai lo sguardo verso i suoi grossi occhi verdi.
Erano belli! Belli ma tristi. Forse del tutto spenti.
Beh, in fondo non me ne fotteva più di tanto di quei cazzo di occhi. Fosse stata anche cieca, l’avrei trovata comunque bona a quella tipa.
Così abbassai di nuovo lo sguardo verso la sola cosa di cui m’importasse. Abbassai di nuovo lo sguardo verso la sua fica, mentre lei girò la testa contro la parete di finto legno di quel vecchio aggeggio.
Cristo, ero fottuto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Maledetto frocio! Fottuto eunuco!
No, no, no. Malattie sessuali! Gente che si fotte i pinguini. Gente che si fotte i cammelli. Gente che si fotte i cadaveri. Gente che si fotte le automobili.
Ero malato, né più né meno. Non ero frocio né eunuco, ero solo malato!
Avevo bisogno di sesso violento. Avevo bisogno di far male. Avevo bisogno di sbranare, devastare, smembrare, uccidere. E non potevo farlo con una preda inerme!
No, come un enorme serpente non potevo sbranare un topolino già morto. Avevo bisogno di vedere il terrore negli occhi della mia preda. Lo spavento, poi la rassegnazione. L’umiliazione.
Avevo bisogno di assistere al trionfo della mia forza su di un’altra creatura. Di gioire della mia vendetta sul genere umano. Della mia fame che tutto devastava.
Sì, ero fottuto!
Volevo chiavare ma non potevo. Volevo quel corpo ma non potevo.
Il cazzo restava moscio, e lei lì, stesa in quel coso, con la fica ancora aperta.
Poi chiuse il sipario. Chiuse la fica, e il sole sparì.
Io diedi un sorso al mio vino e mi tastai il cazzo, nella speranza di una qualche risurrezione.
Niente! Gesù Cristo dormiva. Lazzaro non sarebbe mai più risorto.
Così accesi un’altra cicca. Diedi un tiro e andai verso di lei, indeciso se ucciderla o pisciarle addosso.
Non feci nulla di ciò.  No, sembrava un topolino bagnato, lì stesa in quel coso. Uno di quei cagnolini randagi che s’incontrano per strada e che non si può non portare a casa.
Cristo, che cazzo mi stava succedendo? Perché non approfittavo della cosa per fottermi quella troia?
Troppe seghe! Troppe, troppe seghe, pensai abbassando lo sguardo. E poi fu lei a rialzarlo, tornando a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Con quella sua aria assente, come se non le fottesse più un cazzo di niente della vita.
“Allora, vuoi fare o no?” mi chiese ancora.
Io alzai lo sguardo, come risvegliato da chissà quale trance.
La guardai. La guardai dritto negli occhi.
“Fare cosa?” le dissi.
Lei sorrise. Sorrise in maniera cinica. Forse amara. Ma di certo rise di me!
Trovò  la forza di rialzarsi. Si mise in piedi lentamente, come una vecchia decrepita. Come un pugile dopo un knockout.
Barcollò un po’, poi si poggiò a una delle pareti di quel coso. A una di quelle pareti di finto legno.
Alzò ancora lo sguardo verso di me. Il suo sguardo inesistente. Il suo sguardo assente.
Allungò la mano. Io capì, e le passai la bottiglia.
Lei l’afferrò. Diede un sorso. Un buon sorso!
Poi abbassò la bottiglia.  Mi fissò. Sorrise. Sorrise per qualche secondo prima di rialzare la bottiglia e darle un altro sorso.
Mi ripassò il vino e io lo afferrai. Lo afferrai e diedi un sorso a mia volta. Poi misi giù, diedi una strippata alla cicca continuando a fissarla.
“Ti hanno violentata?” le chiesi senza il minimo ritegno.
Lei scosse le spalle e fece una smorfia d’indifferenza.
Io non dissi altro. Abbassai lo sguardo. Guardai le mie vecchie scarpe qualche istante, poi lo rialzai tornando a lei.
Cazzo, ero come rapito!
Non sapevo perché.  Cioè, di donne ne avevo viste, e forse anche più belle di lei. Ma lei, quella sconosciuta, aveva qualcosa di diverso.
Era come se non se ne fottesse di niente, forse neanche della propria vita. Mentre le donne normalmente hanno a cuore sempre un sacco di cose. Cose come la propria bellezza, la propria intelligenza, la propria cultura, la propria bravura nel nuoto o la capacità di cucinare un ottimo risotto alla Milanese.
Le donne vogliono sempre dimostrare al mondo di valere qualcosa. Di saper fare qualcosa. Di essere qualcosa.
Chissà, magari era solo sotto shock a causa dello stupro, pensai, rimanendo lì a fissarla come ipnotizzato, mentre continuavo a lavorarmi il mio rosso. E fu lei a rompere quel mio stato di trance.
Sì, lasciò quel muro di finto legno e si rimise in piedi del tutto.
Si diede un’aggiustata alla gonna, poi si coprì le tonde e sode bocce con il suo giubbotto di pelle nera.
Tornò a fissarmi. Io restai in silenzio qualche istante. Giusto un paio di secondi, continuando a fissarla.
“Senti, io dovrei salire al quarto piano se non ti spiace” le dissi, senza manco rendermi conto di averlo detto per davvero.
Ma in fondo era la cosa più giusta da dire. La cosa più vera da dire.
Sì, di chiavarla avevo capito che non c’era verso, o almeno in quel momento. Almeno in quella situazione. Così non mi restava che tornarmene a casa. E quel desiderio in me fu così forte da strapparmi dalle labbra quella stessa verità.
Complesso di Edipo, lo avrebbero definito alcuni psicologi.
Avrebbero detto che da piccolo di certo, magari tra i dieci e i dodici anni, avevo spiato mia madre mentre faceva sesso con il mio vecchio, provando eccitazione e gelosia allo stesso tempo.
Ciò mi avrebbe portato a odiare il mio vecchio e provare una sorta di timore nei confronti di mia madre. Timore che avrebbe poi portato la mia giovane indole a ripiegare o nell’omosessualità, o in un indole da duro.
Gli psicologi avrebbero detto che di cero avevo scelto la via del “duro”, costruendo un personaggio rude e insensibile per camuffare la mia dolcezza. Per punire me stesso per il fatto di amare mia madre.
Beh, per fortuna la tipa non sembrava essere una psicologa. E la tipa sorrise! Sorrise e uscì lentamente dall’ascensore. Da quell’ascensore vecchio, spacciatao come antico dai nobili condomini di quell’antico e vecchio palazzo pieno di vecchi.
“Prego, signore delle mie palle” fece la tipa, improvvisando una sorta d’inchino verso la porta di quel coso.
Io la guardai a stento. Gettai a terra la mia cicca e avanzai verso quel coso, fino ad entravi.
Poi mi voltai verso di lei. La guardai. Guardai le sue bocce appena nascoste da quel giubbetto di pelle nera. Guardai i suoi lunghi riccioli neri scendere su di esso.
Lei alzò di nuovo il capo, e io guardai i suoi strani occhi verdi.
Stetti un attimo in silenzio. Poi diedi un sorso al vino e abbassai la bottiglia.
“Non volevo sembrare scortese” dissi, giusto per dire qualcosa.
“Beh, non me ne fotte un cazzo” fece lei.
E ancora silenzio. Ancora un momento d’imbarazzo.
Il vento scorreva forte sui monti dell’Alaska. Obama faceva un discorso alle nazioni uniti, e la sera stessa lo avrebbe piantato dentro alla sua bella e dolce Michelle.
Un Leone moriva in Africa. Qualche ragazzina si commuoveva guardando alla tele i bombardamenti in Palestina. Un barbone moriva per strada, in silenzio, nell’indifferenza più totale. E noi eravamo lì, faccia a faccia, senza sapere cosa dire. Senza voler dire niente, probabilmente.
Fu di nuovo lei a rompere il ghiaccio.
Si sa, le donne sono più brave in certe cose.
“Vai a morire ammazzato anche tu” disse lei, voltandosi di colpo, e facendo per andarsene. E io restai lì fermo dentro quel cazzo di coso. Lì fermo a guardarla mentre andava via. A guardare quel culo sodo stretto da quella minigonna nera. Quel culo spinto in su e in giù a ogni passo. Quel culo pronto a sparire per sempre.
“Cazzo, e che Cristo!” urlai, agitando la mano verso di lei. E lei si girò di colpo. Si girò verso di me, fissandomi con aria scocciata.
“Come? Che cazzo vorresti ora? Sentiamo!” .
“Uhm niente! È solo che… solo che…”.
“Solo cosa?”.
“Beh, è che non mi sembri proprio in grande forma” dissi.
Lei restò ferma qualche istante. Lì ferma a un metro da me, fissandomi con aria assente, senza dire un cazzo di niente.
Poi ecco appena un abbozzo di sorriso sul suo viso. E ancora un po’. Un po’ ancora. Fino a che la tipa scoppiò in una volgare e irruenta risata.
“Ah ah ah ah” prese a fare quella stronza, ad alta voce “Questa è bella! Ecco che abbiamo uno sensibile in questo mondo di merda”.
E dopo quella sparata la tipa si calmò. Restò lì a fissarmi, continuando a sorridermi. A sorridermi come a volermi prendere per il culo.
“Allora, sei uno di quelli sensibili?” riprese.
Io scossi le spalle e mi ficcai un’altra cicca in bocca.
“Uhm, forse!”.
“Capisco!” disse lei. Poi si guardò attorno. Guardò gli stracci che aveva addosso. Guardò i suoi stivaletti sporchi di fango.
Infine tornò a me.
“Senti, non è che dove stai avresti dell’acqua per lavarmi?”.
Ecco, mi aveva fottuto di nuovo!
La sua risata. Il suo fare strafottente. Il suo prendermi per il culo, stava per farmelo tornare duro. E invece ecco di nuovo il piccolo cagnolino bagnato lì davanti a me. Il piccolo Fido desideroso di una casa.
Sindrome da crocerossina, l’avrebbero definita alcuni psicologi.
La voglia di occuparsi di qualcuno per sopperire ai mali commessi. Un bisogno di sacrificarsi all’altro che sfocia spesso nella pura ossessione.
Vedi anche i serial killer. Vedi anche i genocidi. Vedi anche gli omicidi in famiglia.
Moventi nati da un amore traviato. Da un bisogno di rendere la persona amata il proprio cucciolo di cui prendersi cura. E nel momento in cui il cucciolo raggiunge l’età adulta e il possesso su di esso viene a mancare, ecco che l’amore svela tutta la sua sadica essenza.
Forse per questo fu inventata la bomba atomica, anche se non me ne fotteva più di tanto a dire il vero.
No, non ero in terapia né ci stavano atomiche nella mia tracolla.
La mia sola arma era il mio cazzo, e non ne voleva sapere di venir su duro.
Preda del mio malessere. Vittima della mia stessa perversione.
Dunque ero incapace di compiere ogni azione, se non compulsiva. Cose piccole! Come toccarsi le orecchie più volte. Entrare e uscire da una stanza di continuo, e solo concludendo il tutto con numerazioni pari. O ancora rigirare tre volte di fila lo spazzolino da denti prima di rimetterlo al proprio posto, o  accendere e spegnere il televisore quattro volte, prima di sintonizzare su di un canale.
Azioni compulsive! Istinti per non pervenire alla propria paranoia. E la mia paranoia era lì davanti a me. Immobile, bella, soda, indifesa.
Ero la vittima del mio stesso bisogno. Del bisogno di sesso. Del bisogno di azzannare. Del bisogno di mordere. Del bisogno di lacerare. E lei era la preda sacrificale per appagare il mio bisogno. La preda sacrificale che rendeva vano ogni sadico sacrificio, restando lì immobile a farsi accoltellare.
Ero inerme. Non potevo ucciderla. Non potevo sbranarla. Ma ormai, così vicino a lei, non mi sentivo di lasciarla andare via.
Chissà, magari sarei guarito. O a lei sarebbe tornata la voglia di vivere.

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Forse dovevo aspettare. Sì, solo aspettare! Aspettare che lei tornasse a essere una vittima. Che lei tornasse a essere appetitosa. Che lei tornasse a farmi drizzare di nuovo il cazzo.