Tratto dal romanzo Viola come un livido.

Era da apprezzare! Non molte donne me lo avrebbero lasciato
fare. Molte donne vedevano come un affronto alla propria femminilità sentirsi scopare la bocca da un grosso cazzo. Mentre a lei sembrava piacere. O magari era solo abituata a farlo. Forse era semplicemente abituata a dover svuotare le palle alla gente.
Non lo sapevo, e neanche me ne importava a dire il vero.
Non ero lì per giudicarla. Non ero lì per decidere se fosse buona o cattiva. Per essere il suo maestro zen.
No, ero lì per scoparla. Per stare con lei. Con lei un’ora, un giorno, due; forse un anno, forse niente.
Forse neanche stavo lì. Forse era solo un sogno. O magari erano tornate le visioni. Magari ero il Medium di Violasan ed ero in un suo sogno. Magari non esistevo neanche, o forse era lei a non esistere.
Forse, nessuno dei due esisteva per davvero. Forse tutto quel
momento era solo un’illusione. Solo un sogno di qualche alieno in viaggio verso Plutone. O magari un brutto dopo sbornia di qualche ubriacone sotto la stazione di Napoli.
Non lo sapevo, e manco volevo chiedermelo. Volevo solo sentire le sue labbra sul mio cazzo. Solo sentire il profumo della sua pelle sotto al mio naso.
Era la sola cosa che contasse per davvero. Il solo modo per disintossicarmi e cadere poi in un’altra dipendenza.
Passaggio da una droga ad un’altra, l’avrebbero chiamato gli
eroinomani. Il passare dal crack all’eroina. Un passaggio! Stessa merda, solo roba diversa.
Io ero un eroinomane alla sua prima pera. Ero il tossico esperto. Ero quello che si stava disintossicando.
Avevo passato tutti gli stadi del tossicodipendente mille e più
volte. Avevo cominciato, avevo rubato per farmi, ero andato a disintossicarmi e poi ero morto.
Le dolci volontarie del SERT mi guardavano con occhi teneri.
Occhi misericordiosi. Occhi pieni d’amore come quelli della vergine Maria.
La sera sarebbero andate a tirare pompini ai loro Nicola, Antonio, Peppe o Tiziano. Sarebbero andate a creare in loro altre dipendenze, per sentirsi così utili. Utili a loro. Utili a placare i loro bisogni.
Già, la gente ha sempre bisogno di essere utile. Fanno la fila
fuori le mense dei poveri per dare una mano. Fanno a gara a chi
deve aiutare la vecchina di turno ad attraversare la strada. Si contendono il momento di far passare davanti loro qualche poveraccio alla cassa di un supermercato, o anche solo di scrivere la più bella cazzata sui diritti dei palestinesi o delle foche su qualche cazzo di social network.
La gente ha sempre bisogno di sentirsi buona. Di sentirsi utile.
Tutti indispensabili al genere umano. Tutti con il loro momento
di gloria. Il loro trono su cui sedersi. I loro bambini da accudire.
Io ero dunque il bambino di Violasan. Avevo bisogno di lei. Lei era la mia mammina. Lei era la partita di droga data dallo spacciatore al suo cliente.
Cazzo, m’imbottiva di merda le vene e la ringraziavo. Me ne
stavo lì a farla fare, a farmi drogare, a crearmi una dipendenza
dalla sua pelle, dalla sua bocca, dal suo profumo, dalla sua fica. E mentre lo faceva la ringraziavo anche. Mentre lo faceva io gioivo anche.

 

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