Tratto dal romanzo LASCIAMI ENTRARE, pubblicato dalla Damster edizioni e disponibile nei maggiori store online.

Intanto Anna continuava a parlare e parlare. Continuava a rendermi partecipe della sua vita. Di tutte le cose importantissime della sua esistenza.
“Sai amore” faceva con voce affannata, continuando a camminare al mio fianco “Nel treno non ne potevo proprio più. Cielo! Nel mio vagone ci stava una stronzetta che non ha chiuso la bocca neanche un istante. Continuava a parlare delle sue esperienze di volontariato, raccontandole al tipo accanto a lei. Un fusto di due metri vestito come una sorta di Giamaicano.
Per Dio, avrei voluto dirle… senti, stronzetta, guarda che anche io faccio volontariato con i bambini disabili, ma non vado mica a dirlo in giro come te solo per farmi bella”.
E io annuivo con la testa, sorridendo, e dicendo cose del tipo “non ci pensare amore” o ancora altre stronzate come “hai ragione tesoro, proprio ragione!”. Ma in verità avrei solo voluto mettere un tappo in bocca a quella stronza, o magari darle una botta in testa e infilarla in un qualsiasi cazzo di treno.
Già, avrei dovuto mandare a cagare quella puttana logorroica. In fondo avevo una donna di gomma a mia disposizione. Una super bambola pronta a esaudire ogni mio desiderio.
A che mi serviva quella saccente puttana al mio fianco?
Ma passando davanti alla troia negra che la vendeva sulla strada prima del mio vicolo, la realtà mi colpì in faccia come se mi avessero lanciato addosso una medusa.
Sofia non esisteva!
No, presto quel gioco sarebbe finito. Presto non avrei più avuto modo di ricattarla, e sarei tornato alla mia vita. Al mio ubriacarmi da solo, masturbandomi e andando a puttane di tanto in tanto, attendendo di vedere Anna per piantarglielo dentro. E lei sarebbe tornata alla sua di vita. Al suo lavoro, ai suoi corteggiatori e alle cene in famiglia.
Io e Sofia avremo dimenticato tutto, o forse nessuno dei due avrebbe mai dimenticato niente. Ma avremo finto di farlo! Avremmo fatto finta di farlo per tirare avanti, chi per una ragione chi per un’altra. E mentre Anna continuava a raccontarmi le sue stronzate, mentre io pensavo alle mie stronzate, voltammo assieme nel mio vicolo, dirigendoci verso il mio palazzo.
Cristo, eccola!
Era lei, era Sofia. Lì davanti al suo palazzo, passeggiando come se niente fosse, mano nella mano con un coglione biondo.
E il coglione continuava a parlare e parlare, proprio come Anna, mentre lei se ne stava in silenzio, camminando con lui, proprio come me con Anna.
I nostri volti si sfiorarono. I nostri volti si toccarono.
Lei sorrise. Fece un sorriso amaro, forse di sfida, continuando a camminare assieme a quel biondino. E io la seguii con lo sguardo fino a che non uscì da quel vicolo, sparendo per sempre dalla mia vista, e chissà, forse dalla mia vita.
“Ma mi stai ascoltando?” fece Anna.
Io mi voltai di scatto verso di lei, sorridendo. Sorridendo da bravo fidanzatino.
“Ehm, sì sì. Certo! Vieni, saliamo su” le dissi. E insieme entrammo nel mio palazzo. Ci ficcammo nell’ascensore assieme al trolley e arrivammo fino al mio piano.
Quando entrammo in casa lei sorrise con aria compiaciuta.
“Oh, che bel profumo di lavanda” esclamò, con aria soddisfatta.
Io la cinsi per i fianchi, continuando ad avanzare in quel buco, con il suo trolley a seguito.
Cazzo, per fortuna avevo avuto il tempo di rassettare casa alla meglio.
Avevo gettato i piatti sporchi direttamente nella mondezza, assieme alle bottiglie vuote e tutto il resto, per poi piazzare le buste in un ripostiglio soppalcato dove lei non sarebbe mai andata.
Avevo anche dato una lavata veloce al pavimento, e passato uno schifoso deodorante alla lavanda, fregato da Sofia.
Ovviamente avevo nascosto anche l’hard disk con dentro i porno.
Sì, tutto era perfetto. Quello era il nostro nido d’amore, e noi eravamo Mike Shea e Annie Packert che si erano finalmente ritrovati, dopo aver passato una vita come Elmo Barnett e Ally Chandler.
Poi andammo nella mia camera da letto. O meglio, in quella che una volta era la mia camera da letto.
Le bottiglie vuote erano sparite, e così i pacchetti di sigarette vuoti.
Sul letto ci stavano lenzuola e una coperta, e quello schifoso tanfo di lavanda era impregnato in tutta la stanza.
Ficcai il suo trolley sul letto.
“Eccoci qua. Casa dolce casa” dissi.
Lei sorrise. Sorrise e si avvicinò a me.
Mi abbracciò.
“Quanto ti amo tesoro mio” disse prendendo a baciarmi. Baciandomi prima lentamente, poi sempre più intensamente.
E le mie labbra risposero subito alla cosa. Le mie mani presero a scivolare sotto ai suoi vestiti, e il mio cazzo si fece duro come una roccia.
Ma non era ancora il momento di scopare. No, non era ancora il momento di fare “l’amore”. Ci stavano ancora tante formalità da rispettare.
Così lei lasciò la presa, dandomi un ultimo tenero bacio sulle labbra.
Si tolse di dosso il giubbotto e lo poggiò sul letto.
“Oh Dio, non vedo l’ora di ficcarmi sotto alla doccia” prese a dire, aprendo la sua valigia e rovistandoci dentro.
Io mi allontani di qualche passo. Mi misi contro la finestra e mi accesi una sigaretta, stando lì fermo a fissarla. A fissare quel suo bel corpicino. A fissarla con la sola voglia di scaraventarla su quel letto e piantarglielo dentro.
Già, se fosse stata Sofia, ora già lei avrei sbattuto il cazzo in culo. Ma Sofia non c’era. Sofia era altrove, con quel coglione biondino, e io guardavo la sua finestra chiusa, mentre Anna continuava a rovistare in quella cazzo di valigia.
Tirò fuori un accappatoio, bagnoschiuma, un beauty case e altre stronzate simili e si voltò verso di me, con quella roba in mano.
“Posso usare il tuo dentifricio? Il mio l’ho dimenticato” mi disse sorridendo.
Io lasciai perdere la finestra di Sofia e andai verso di lei.
“Certo, schifosa troia. Usa quello che cazzo ti pare! Basta che chiudi finalmente quella dannata bocca e fai presto a tornare qui per darmi la tua fica marcia e sfondata” avrei voluto dirle. Ma invece continuai a sorridere come un coglione, dicendole che poteva fare qualsiasi cosa volesse.
Lei sorrise e strizzò gli occhi, piazzandomi sulle labbra un bacio a stampo.
“Il mio cicci dolce dolce” disse con una voce in farsetto.
Io sorrisi ancora, lì immobile, proprio come il suo cicci dolce dolce.
Lei andò verso la porta della camera da letto. Si voltò verso di me, sempre sorridendo.
“Non ci metterò molto. Tu intanto prepari qualcosa da mangiare? Che ho una fame!”.
“Certo amore”.
Lei sorrise.
“Ti amo tanto ciccino”.
“Ti amo tanto passerotta” le dissi, con la mia aria da fesso. E lei sparì da quella stanza. Andò via, togliendosi dal cazzo, chiudendo finalmente quella sua cazzo di bocca.
Sentii la porta del cesso chiudersi, mentre me ne stavo fermo lì, nella mia stanza.
Andai di nuovo vicino alla finestra. Guardai fuori, ma niente! Lei non c’era.

http://www.damster.it/index.php/features/eroxe-dove-l-eros-si-fa-parola/item/lasciami-entrare

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