Tratto dal romanzo VIOLA COME UN LIVIDO, pubblicato dalla Damster edizioni e disponibile nei maggiori store online.

Era lei, era Violasan. E la sua pelle era viola come un livido. La sua pelle era tutto un dolore, un infinito supplizio.
Chi era davvero Violasan? Chi era davvero Alessandra?
Forse esistevano entrambe in qualche sogno dove potevano coesistere? E forse, io ero lì, innanzi al miracolo, vedendole per la prima volta assieme in un’anima e in un corpo.
La strinsi più forte a me. Le sue dita affondarono nella mia carne nuda. Poi la lasciarono di colpo. Lei alzò lo sguardo verso il vuoto e sospirò.
“Com’è casa tua?” mi chiese.
“Casa mia?” le risposi.
“Sì, hai un giardino, per caso?”.
“Uhm, no. È un palazzo di cinque piani e io sto al quarto piano”.
“Ma hai un terrazzo?”.
“Beh, sì, ma non grandissimo”.
“E hai qualche pianta?”.
“Pianta?”.
“Lì nel terrazzo. Mi è sembrato di vedere un sacco nero pieno di foglie secche”.
Io restai un attimo in silenzio. Giusto un attimo.
L’accarezzai.
“No, non ho sacchi neri con foglie dentro” le dissi.
Lei sorrise. Sorrise amaramente. Come mai avevo visto prima in quei giorni.
“Che strano. Mi era sembrato di sì” disse. Poi tornò a stringermi forte. Sempre più forte. “Ti voglio bene” disse ancora.
“Anch’io” le risposi, stringendola forte a me. Forte a me, sotto quel telo rosso ormai senza nome.
Restammo ancora lì in silenzio, abbracciati, in silenzio in quella notte buia.
Due pazzi visionari!
Viola si portò le mani alla testa stringendosela forte. Aveva gli occhi chiusi, e sembrava che stesse vedendo chissà cosa, o magari solo cercando di fuggire dalla realtà che ci stava travolgendo con irruenza.
Le accarezzai i capelli affondando le mie dita nei suoi riccioli.
“Che hai, piccola?” le chiesi. Lei restò un attimo in silenzio. Poi si voltò verso di me. Si voltò, restando un secondo zitta. Fissandomi. Inespressiva. Gelida come una pietra di marmo. Fredda come una lapide bianca.
“Niente” mi disse con voce flebile. E strinse il mio volto tra le sue mani, continuando a fissarmi con quel suo strano sguardo.
Restò lì ferma stesa sul lato sinistro. Accanto a me, continuando a fissarmi senza sorridere, senza piangere. Silenziosa! Gelida e impalpabile come uno spettro.
Le chiesi nuovamente che cosa avesse, ma lei mi rispose ancora una volta “niente”, proprio come sempre.
Continuò solo ad accarezzarmi e fissarmi. Silenziosa, immobile. Come se stesse cercando nel mio volto chissà cosa. Come se stesse cercando di entrare in me per sempre, o almeno in quell’istante; forse nell’ultimo attimo a noi concesso.
Chissà cosa stava cercando in me. Cosa vedeva? E mi vedeva veramente?
Già, chi ero io per Violasan? Uno che si era fatto seicento chilometri per scopare? Uno che l’avrebbe portata all’altare? Solo un demente finito lì per caso?
Cristo di un Dio, no! Lei sapeva bene chi ero. Le avevo detto ogni mia porcata. Conosceva ogni mia perversione, ogni mia bravata. Eppure era là. Lì tra le mie braccia. Tra le braccia del maniaco sessuale. Di quello che si faceva le seghe guardando siti porno e senza nasconderlo. Tra le braccia di colui che si bucava la tasca dei pantaloni per smanettarselo davanti a qualche troia in minigonna beccata per strada. Quel porco schifoso che se lo tirava in mano guardando la sua vicina ventenne farsi la doccia, o andava a letto con troie alcolizzate rimorchiate nei peggiori bar del centro di Napoli.
Sì, ero proprio io. Ero il cattivo. Ero la bestia. Ero io il colpevole di tutto il male del mondo.
Omicidio di Kennedy? Mia la colpa! Abraham Lincoln? Sempre io! E Malcom X? Beh, scusate tanto ma quel giorno mi girava storto. Martin Luther King? Mi doveva dei soldi, per questo l’ho fatto fuori.
E ho violentato la Regina Elisabetta e tua figlia. Ho ammazzato il tuo cane di nome Bobby e il tuo gatto Briciola. Sono stato io a violentare il tuo bambino di sei anni. Io ad avvelenare l’acquario con i tuoi pesci. A dar fuoco alla tua auto, bucare le gomme della tua Volkswagen nuova di zecca e pisciare sulle tue bellissime gardenie.
Sono stato io  a spingere il carrozzino con dentro tuo figlio giù per un dirupo. Io ho annegato tua moglie, sparato in fronte a tua nonna e truccato i tuoi esami clinici per farti fare una rettoscopia. E ho anche ingannato Otello per fargli uccidere quella troia della moglie. Sono stato io a organizzare il genocidio del millenovecentonovantaquattro in Ruanda, e a convincere quel nanetto di Hitler a sterminare tutti quegli Ebrei spilorci. E la bomba atomica? Sempre una mia idea. Le armi batteriologiche? Farina del mio sacco. La peste bubbonica? Sempre opera mia.
Ecco, ero il nemico pubblico numero uno. Un alcolizzato schifoso che tutti guardavano in malo modo. E Violasan lo sapeva. Sapeva di essere tra le braccia dell’uomo più schifoso dai tempi dei neanderthal. Stretta a un uomo che si ubriacava ogni notte e pisciava nelle bottiglie vuote. Un uomo che spiava le adolescenti, si masturbava davanti a porno violenti e insultava la brava gente per strada.
Lo sapeva! Violasan mi stava fissando. Violasan sapeva chi ero, e nonostante ciò era lì con me. Guardandomi. Magari pensando che presto sarebbe finita. O forse aveva paura che una volta via lei sarebbe finita con un altro per colmare quel vuoto che si portava dentro. Quella ferita che continuava a sanguinare lì nella sua anima, o comunque in un posto nascosto al mondo intero.
Io la strinsi più forte e presi a baciarla e accarezzarla. Lei sorrise, muovendosi nuda sotto quel lenzuolo rosso. Muovendosi contro il mio corpo nudo. Facendomi sentire la sua nuda pelle contro la mia.
Era quella la sua bellezza!
Quelle lacrime, quel sorriso, quella sua perversione, quella sua tenerezza.
Era Viola, e lì alla penombra della luna sembrava un livido; viola come un livido! Una ferita mai sanata. Un dolore mai dimenticato.
Ma non volli chiederle niente. Non volli sapere della sua vita, del suo passato, di qualsiasi cosa avesse vissuto per portarsi dentro quelle invisibili lacrime.
Anche sarebbe servito poi? A niente!
Non avevo le risposte io, e forse, anche se le avessi avute, probabilmente non sarebbe cambiato comunque niente.
Niente! Proprio come accadeva innanzi ogni consiglio o insegnamento. Innanzi ogni saggia dottrina o sontuosa filosofia.
Niente! Le parole non cambiavano mai un cazzo di niente.
Il dolore restava comunque. La miseria non scompariva, e neanche la disperazione o la solitudine.
Le parole servivano solo a far sentire eroici coloro che le proclamavano. A dar loro la sensazione di essere Dio. Di essere capaci di salvare qualcuno. Così speciali da aver potere sulla vita di qualcuno.
A me non importava avere potere su un cazzo di nessuno, tanto meno su Violasan.
No, mi bastava il suo “niente”. Quella risposta mi bastava. Quella risposta diceva più di ogni altra parola. Quella parola diceva che lei non voleva parlarne. Che voleva stare solo lì, tra le mie braccia, vivendo solo quel momento, godendosi quell’istante prezioso che probabilmente non sarebbe mai più venuto.

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Tratto dal romanzo FOTTITI. Romanzo pubblicato dalla Damster edizioni, disponibile in tutti i maggiori store online.

Già, eccole: le donne!
Le donne erano sempre un problema. Le donne volevano sempre essere ascoltate. Le donne volevano sempre sentirsi importanti, uniche, divine. E dovevi portarle in tanti posti. Dovevi portarle a fare spese. Dovevi portarle al mare, al cinema, al teatro, a ballare, a qualche mostra d’arte concettuale o a qualche stracazzo di manifestazione a favore delle lesbiche.
Le donne avevano sempre bisogno di fare qualcosa. Mentre il mio concetto di vivere si limitava a starmene a casa a ubriacarmi,   scopare tre o quattro volte al giorno, e se non potevo, masturbarmi.
Ma a loro non bastava. A ogni donna piaceva eccome sentire il cazzo dentro, ma volevano anche tutto il resto. Volevano anche l’anima.
Dunque finivo sempre a fottermi le peggiori troie pazze raccattate nei luridi bar del centro, o donne sposate e fidanzate.
Però Lucia era diversa!
Sì, l’avevo beccata in una chat. Una di quelle chat dove la gente cerca il grande amore, o anche solo una troia davanti alla quale tirarsi una sega.
Io ero lì per la faccenda della sega, ma invece trovai lei. Sì, trovai Lucia. E Lucia fece molto di più che farmi segare. Lucia la fica me la diede eccome! Solo che assieme alla fica mi diede anche tutto il resto.
Mi diede serate a casa dei suoi. Serate al cinema. Serate in discoteca. Serate a guardare quel frocio di Elliot Stabler o quella vacca di Olivia Benson.
Ovviamente non durò molto! Sì e no tre mesi, poi la mandai a cagare. E lo feci nel solo modo che sapessi fare. Nel solo modo che ogni bastardo potesse mai fare.
La piantai e basta!
Già, non mi feci sentire per giorni. Forse una settimana.
E ora eccola lì. Proprio davanti a me, in tutta la sua rabbia.
Ero fottuto!
Così feci la sola cosa buona da fare. Diedi un sorso alla mia birra, e indietreggiai lentamente, dandole le spalle.
Lei entrò in casa e chiuse la porta. Sentii la porta chiudersi, mentre mi avviai verso la mia camera da letto.
Cherry parlava con un tipo di nome Jeremy di come l’avrebbe fatta pagare a Ron, il tipo che le aveva fatto causa. Dio taceva, la Madonna anche, e la dolce Lucia prese a seguirmi, in silenzio, covando dentro qualcosa di ben più pericoloso di tutte le fottute armi chimiche di Assad.
Ma per fortuna non dovetti chiamare gli S.W.A.T. né i berretti verdi.
Entrai in camera con lei al seguito, e lei accese la luce.
Io mi misi a sedere sul mio letto. Diedi un sorso alla birra. Un ultimo tiro alla mia cicca, poi la gettai a terra.
Lei si guardò attorno con aria disgustata.
Guardò i mobili rotti. Guardò le bottiglie sul pavimento. Guardò i mozziconi, i vestiti luridi, e il mio schifoso corpo lì sul materasso.
“Fai davvero schifo!” mi disse, guardandomi con aria nauseata. Poi avanzò di un paio di passi, facendo “tic tac” con i suoi tacchi a spillo neri.
Io le guardai le cosce che uscivano fuori dalla minigonna. Poi il grosso culo. Le piccole tette. I capelli neri che le cadevano sulle spalle.
Era ancora bona! Una porcellina dall’aria innocente che trasudava sesso da ogni poro.
Era come desiderare di scopare Shirley Temple. Come fottersi Inger Nilsson.  Piantarlo dentro alla dolce e cara Gertie.
Roba da maniaci!
E lei era lì, davanti a me, porca e arrapante come sempre.
Ma non  mi diede il tempo di tirarlo fuori per piantarglielo dentro. No, si avvicinò ancora di un passo, poi restò lì ferma a fissarmi. A fissarmi come a volermi rompere il culo.
“Neanche una dannata telefonata” mi disse con aria rabbiosa, fissandomi come se mi volesse piantare un coltello dritto in gola.
Io mandai giù un altro sorso di birra. Presi una cicca rollata da un rolla sigarette e me la ficcai in bocca.
L’accessi, diedi un bella boccata e lanciai del fumo in aria.  Poi presi a tossire. A tossire forte. Sempre più forte.
Sputai del moccio a terra. Del moccio verde che si mischiò ad altro moccio verde unito a della cenere.
Lucia lo guardò. Fissò bene quella sorta di merda viscida e verde lì sul pavimento. La fissò per qualche secondo, poi tornò a guardare me.
“Sei una merda!” mi disse, nauseata.
Io sorrisi. Sorrisi cinicamente. Diedi un altro tiro alla mia paglia, poi guardai il pavimento. Guardai il moccio.
“E allora che cazzo vuoi se ti faccio schifo?” le chiesi, senza neanche guardarla.
Lei si guardò attorno. Guardò quello schifoso cesso in cui mi trovavo. Quello schifoso cesso così diverso dalla sua bella casetta. Dalla bella casetta dei suoi! Piena di mobili antichi, televisori al plasma e piccole statuette di animali fatte di porcellana.
“Ti credi ancora uno scrittore?” disse, fissando lo schermo del mio computer. Quello schermo con sopra una pagina di Word. Una pagina con su scritte parole. Parole che forse facevano parte di un racconto.
Io mandai giù altra birra e guardai lo schermo.
Una fica vergine! Così si chiamava quel racconto. Uno dei duecento scritti negli ultimi anni.
Ed ero uno scrittore? Un fottutissimo Bukowski o Coelho del mio cazzo?
No! Era solo un modo per passare la notte, dopo essersi tirato una sega di qualche ora. Era solo un modo per non sentire il mondo. Per non pensare al lavoro. Per non pensare alle mostre di pittura, alle manifestazioni a favore della Palestina, ai film pieni di froci di Ozptek, o alle bombe nucleari che non sarebbero mai state lanciate dalla Cina.
Ma a lei aveva sempre arrapato il fatto di stare con uno scrittore. A ogni donna arrapa una cosa simile. Le fa sentire come Ornella Muti in Storie di ordinaria follia o Monica Bellucci nel Postino.
Le fa sentire come in un cazzo di film. Le fa sentire importanti. Le fa sentire speciali. Le fa sentire le muse del nuovo Rimbaud delle mie palle. Solo che quando scoprono che il loro Rimbaud vive in una bettola peggior di quella pagata dal caro Verlaine, e che si tira seghe, rutta, scorreggia e si ubriaca ogni notte, beh, quelle prendono il largo con una velocità maggiore di Flash. E Lucia non era certo da meno!
No, la piccola principessina aveva preso il cazzo dello scrittore dannato, ed era lì per chiedere il conto. Per far il sunto delle vendite editoriali.
Zero! Ecco il verdetto di Minosse e di tutti i fottuti cani del merdoso inferno.
Ero uno zero io. Uno zero tondo. Un preservativo usato. Un qualcosa di inutile. Una zecca che le aveva succhiato il suo sangue, che le aveva fottuto la vita. E come tale ero immeritevole della fica della piccola Lucia. E la piccola Lucia aveva bisogno di qualcosa che risarcisse il suo orgoglio. Qualcosa che la facesse sentire la vittima innocente ingannata dalla bestia di turno.
E io glielo lasciai fare.
La vidi lì davanti a me, con le gambe incrociate, le braccia conserte, intenta a fissarmi come se fossi la peggiore merda del mondo.
“Sei solo un inutile figlio di puttana” riprese a dire “E non farai mai un cazzo di niente nella tua schifosa vita. Creperai come il pezzente che sei, e allora vedrai. Oh sì che vedrai! Rimpiangerai di avermi persa”.
Io annuii e mandai giù altra birra. Poi diedi un tiro alla mia cicca. Lei sorrise con aria crudele, facendo su e giù con il suo piccolo piedino destro.
“Dovevo capirlo dal primo momento” fece “Solo un fallito! Altro che artista, tu sei solo un incapace e schifoso ubriacone ”.
“Beh, non mi sembra che fossi così inutile quando te lo pompavo dentro” le dissi, abbozzando un cinico sorriso.
Lei fece una smorfia.
“Sei solo merda!” disse. Poi restò in silenzio qualche istante. Si guardò attorno. Tornò a guardarmi. “Avrei potuto trovare migliaia di uomini meglio di te. Miliardi di uomini meglio di un bastardo come te” mi disse ancora.
Io mandai giù un altro sorso di birra, finendola. Poi alzai lo sguardo e la fissai.
“Non ne ho dubbi!” le dissi, abbassando la bottiglia.
“Figlio di puttana! Sei solo uno schifoso ubriacone del cazzo”.
“Però mi sembra che ti piaceva prendere in corpo il cazzo di questo ubriacone”.
“Mi fai solo schifo! Mi laverei la fica con l’acido pensando di averlo fatto con te”.
“Oh, ma se godevi tanto quando te lo piantavo in culo”.
“Sei solo un fallito! E manco a scopare valevi un cazzo” mi disse.
Io non ci vidi più dalla rabbia.
Ero un ubriacone. Ero un fallito. Ero un pezzente. Ero uno schifoso, ma non di certo un impotente.
Come cazzo si permetteva quella lurida troia?
No, non poteva!
Cristo, ero fottuto di brutto, ma la sola cosa che mi funzionava ancora era proprio il cazzo.
Doveva pagarla!
Così mi alzai di colpo da quel cazzo di letto. Mi alzai di scatto.
“Schifosa troia” urlai, scaraventandole contro la bottiglia vuota.
Lei si scansò velocemente. La bottiglia si fracassò contro un muro privo di parato, e i frammenti caddero sul pavimento.
Lei restò un attimo ferma. Io davanti a lei.
Guardò i pezzi di vetro per terra e scoppiò a ridere in maniera volgare, alzando lentamente la testa verso di me.
“Non sei buono a un cazzo di niente, ah ah ah” fece ridendo.
“Troia! Ora ti faccio vedere io” le dissi, scagliandomi contro di lei.
E in un attimo le fui addosso. Veloce come un Ghepardo. Brutale come un fottuto Hulk verdastro.
La raggiunsi e l’afferrai forte. Così forte come a volerle strappare le braccia.
“Lasciami andare brutto bastardo” urlò.
“Ora hai smesso di sorridere, vero troia?” dissi, lanciandola con forza sul letto.
“Cazzo! Qui c’è gente che vorrebbe guardare la fottuta televisione” urlò Dio.
“Ciro ti prego calmati” disse piangendo la Madonna.
“Adesso vedrai troia” feci io, andando come uno scimmione verso Lucia, lì stessa sul mio letto.
La raggiunsi.  Arrivai a lei, con la cicca che mi penzolava dalla bocca.
Sputai  a terra il mozzicone e mi fiondai su di lei.
“Lasciami, figlio di puttana” continuava a gridare la tenera Lucia, lì stesa sul letto con le gambe aperte. Ma io niente! Non la lasciavo.
No, ero l’uomo cattivo. Ero il Diavolo in persona. Ero Dart Ferner e Mister X messi assieme. E volevo la sua vita. Volevo la mia vendetta. Volevo sentirmi Dio. Volevo la rivincita sul mondo per il mio essere un cazzo di fallito.
E lei era lì per questo!
“Ora ti scoperò come la troia che sei” strillai, abbassandomi le mutande e prendendo il mio cazzo in mano.
Poi sorrisi. Sorrisi, fottendomene di tutto.
Sì, ero il mostro! Ero la bestia. Ero Pacciani. Ero Manson. Ero Billy The Kid. Ero Johnny Ringo. Ma non me ne fotteva un cazzo!
No, provavo solo rabbia dentro di me. Ero solo cattivo, proprio come l’impiegato statale innanzi la promozione di un collega. Proprio come la brava ragazza innanzi a una donna più bella di lei. Proprio come il bambino che non aveva ricevuto il regalo desiderato per Natale.
Ero furioso! E con la sola voglia di vendicarmi, la sola voglia di non sentire addosso l’umiliazione, mi gettai su di lei, tenendo il mio cazzo in mano.
“Ora lo prenderai, troia! Te lo farò sentire tutto il mio cazzo” le dissi, alzandole la gonna e spostandole di colpo le mutandine. Delle graziose mutandine rosa.
“Bastardo!” urlò lei, cercando di divincolarsi, mentre io mi muovevo su di lei.
E mi muovevo! Mi muovevo come la coda di una lucertola mozzata.
“Stai ferma troia. Sta ferma che ora ti do il cazzo” strillai, spingendo il cazzo contro la sua fica.
Ma niente! Quel coso non voleva saperne di venire su.
Il mio amico mi aveva abbandonato. Il mio unico figlio mi aveva tradito.
Colpa di troppe seghe, pensai, strofinando la mia grossa e violacea cappella contro le morbide e bagnate pareti della sua fica. E la sentì entrare dentro. La sentì attraversare quella carne morbida e bagnata.
Provai a muovermi. Provai a fare su e giù. Provai a scoparla.
Niente! Il mio cazzo si muoveva contro la sua fica senza entrare del tutto. La mia carne si muoveva contro la sua carne senza entrare per bene.
Cazzo, che porco di un Buddha stava accadendo?
Ero diventato di colpo frocio? Sarei finito a mettermi rossetto e tacchi a spillo per poi farmi chiamare Patty?
No, no, no. Dovevo farcela!
Così lo strinsi bene in mano e presi a smanettarmelo con forza. Presi a smanettarmelo come a volerlo stracciare, mentre tenevo inchiodata la piccola Lucia al letto con la mano sinistra.
Ma non sembrò funzionare!
No, il mio soldatino non voleva saperne di mettersi sull’attenti, e intanto la troia sotto di me continuava a dimenarsi. Dio in paradiso mangiava ancora pasta al sugo, e un tipo alla tele diceva che la carta da culo Scottex fosse la migliore per nettarsi le chiappe.
Io me ne fottevo di Dio e della carta da culo. Me ne fottevo anche di Lucia. Volevo solo la mia vendetta! Solo piantarglielo in corpo e scoparla. Solo punirla con il mio cazzo. Spingerglielo dentro fino a umiliarla con la mia calda e densa sborra nel suo corpicino da troia altolocata. E mi strusciavo su di lei, le leccavo le tette mentre lei si dimenava come una biscia, ma quel coso non voleva proprio saperne di alzarsi.
Se ne restava lì moscio. Grosso e moscio. E per quanto io provassi a infilarlo dentro a quella passera, quello non ne voleva proprio sapere di fare il suo dovere.
No, continuava a guizzare fuori come una merdosa anguilla. Ed ecco che mentre cercavo (inutilmente) di far drizzare la situazione, la piccola Lucia sotto di me smise di dimenarsi e  prese a fissarmi.
Scoppiò a ridere! A ridere, come una di quelle puttane volgari nei bordelli Francesi dell’ottocento.
Io la fissai. Guardai i suoi occhi socchiusi. Il suo sguardo malefico.
La guardai mentre se la rideva. Mentre rideva di me, e del mio cazzo moscio.
Non ne potevo più!
Basta! Basta! Basta! Basta!
“Lurida puttana!” urlai, gettandola via da quel cazzo di letto, restando lì a fissarla. Lì, in piedi, con le mutande calate e il cazzo moscio che mi penzolava tra le gambe.
Lei  se ne stava sul pavimento, con la gonna alzata e le mutande spostate. Con le chiappe sulla cenere e lo sguardo fisso verso di me.
Passò qualche istante. Forse qualche secondo. Forse qualche minuto.
Fuori un altro clacson. Poi una canzone d’amore, e ancora rumori di sgommate.
Dio prese ad applaudire, lì oltre le mura della mia stanza.
“Bonolis lo adoro!” disse. E la Madonna sembrò acconsentire alla cosa. Tutto il mondo acconsentì alla cosa. Tutto il mondo amava brave persone come Bonolis, e odiava orrendi figli di puttana come me.
Io invece odiavo Bonolis. Odiavo il mondo. Odiavo Lucia. E odiavo quel cazzo che non si era alzato, impedendomi di compiere la mia vendetta.
Lei forse odiava altrettanto. Compreso il mio cazzo che non si era alzato, permettendole di farsi ancora una chiavata con l’artista maledetto, e magari passare poi come la dolce vittima della brutalità maschile.
Ma non disse niente. Tenne tutto per sé e si rialzò lentamente.
Mi fissò, sorrise, e in quel sorriso vidi la sua vittoria su di me.
“Non servi a un cazzo!” mi disse.
Io non risposi.
Era vero!
No, non servivo a un cazzo. Non servivo a niente.
Ero l’aborto del mondo. Ero quel momento sempre pensato ma mai realizzato. Ero il regalo sognato ma mai avuto a Natale. Ero un ubriacone! Né più né meno. E lei aveva ragione. Il mondo aveva ragione. Dio aveva ragione. Bonolis aveva ragione. Il venditore di carta per il culo aveva ragione.
Solo io avevo torto, e non potevo fare niente per cambiare le cose. Non potevo fare niente per vincere contro il mondo. Per chiavare il mondo fottendo quella vacca. E la vacca lo sapeva. La vacca aveva capito che era inutile sputarmi addosso.
Così non infierì oltre. Guardò me, guardò il racconto sul monitor del pc, poi tornò a me.
“Che schifo che  fai! Mi fai veramente pena” mi disse con aria disgustata. Poi si aggiustò mutandine e gonna. Si ficcò in bocca una sigaretta di quelle sottili e l’accese. Lanciò del fumo in aria, continuando a fissarmi con aria disgustata. “Spero tanto che tu crepi, brutto pezzo di merda” riprese a dire. Poi non altro!
No, si voltò, e così com’era venuta sparì.
Riuscì a sentire solo la porta di casa sbattere, mentre il suo profumo simile a vaniglia si dileguava lentamente dalla stanza, lasciandomi lì da solo con le mutande calate e il cazzo moscio tra le cosce.
Era la fine! Sì, davvero la fine.

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Tratto dal romanzo LASCIAMI ENTRARE, pubblicato dalla Damster edizioni e disponibile nei maggiori store online.

Intanto Anna continuava a parlare e parlare. Continuava a rendermi partecipe della sua vita. Di tutte le cose importantissime della sua esistenza.
“Sai amore” faceva con voce affannata, continuando a camminare al mio fianco “Nel treno non ne potevo proprio più. Cielo! Nel mio vagone ci stava una stronzetta che non ha chiuso la bocca neanche un istante. Continuava a parlare delle sue esperienze di volontariato, raccontandole al tipo accanto a lei. Un fusto di due metri vestito come una sorta di Giamaicano.
Per Dio, avrei voluto dirle… senti, stronzetta, guarda che anche io faccio volontariato con i bambini disabili, ma non vado mica a dirlo in giro come te solo per farmi bella”.
E io annuivo con la testa, sorridendo, e dicendo cose del tipo “non ci pensare amore” o ancora altre stronzate come “hai ragione tesoro, proprio ragione!”. Ma in verità avrei solo voluto mettere un tappo in bocca a quella stronza, o magari darle una botta in testa e infilarla in un qualsiasi cazzo di treno.
Già, avrei dovuto mandare a cagare quella puttana logorroica. In fondo avevo una donna di gomma a mia disposizione. Una super bambola pronta a esaudire ogni mio desiderio.
A che mi serviva quella saccente puttana al mio fianco?
Ma passando davanti alla troia negra che la vendeva sulla strada prima del mio vicolo, la realtà mi colpì in faccia come se mi avessero lanciato addosso una medusa.
Sofia non esisteva!
No, presto quel gioco sarebbe finito. Presto non avrei più avuto modo di ricattarla, e sarei tornato alla mia vita. Al mio ubriacarmi da solo, masturbandomi e andando a puttane di tanto in tanto, attendendo di vedere Anna per piantarglielo dentro. E lei sarebbe tornata alla sua di vita. Al suo lavoro, ai suoi corteggiatori e alle cene in famiglia.
Io e Sofia avremo dimenticato tutto, o forse nessuno dei due avrebbe mai dimenticato niente. Ma avremo finto di farlo! Avremmo fatto finta di farlo per tirare avanti, chi per una ragione chi per un’altra. E mentre Anna continuava a raccontarmi le sue stronzate, mentre io pensavo alle mie stronzate, voltammo assieme nel mio vicolo, dirigendoci verso il mio palazzo.
Cristo, eccola!
Era lei, era Sofia. Lì davanti al suo palazzo, passeggiando come se niente fosse, mano nella mano con un coglione biondo.
E il coglione continuava a parlare e parlare, proprio come Anna, mentre lei se ne stava in silenzio, camminando con lui, proprio come me con Anna.
I nostri volti si sfiorarono. I nostri volti si toccarono.
Lei sorrise. Fece un sorriso amaro, forse di sfida, continuando a camminare assieme a quel biondino. E io la seguii con lo sguardo fino a che non uscì da quel vicolo, sparendo per sempre dalla mia vista, e chissà, forse dalla mia vita.
“Ma mi stai ascoltando?” fece Anna.
Io mi voltai di scatto verso di lei, sorridendo. Sorridendo da bravo fidanzatino.
“Ehm, sì sì. Certo! Vieni, saliamo su” le dissi. E insieme entrammo nel mio palazzo. Ci ficcammo nell’ascensore assieme al trolley e arrivammo fino al mio piano.
Quando entrammo in casa lei sorrise con aria compiaciuta.
“Oh, che bel profumo di lavanda” esclamò, con aria soddisfatta.
Io la cinsi per i fianchi, continuando ad avanzare in quel buco, con il suo trolley a seguito.
Cazzo, per fortuna avevo avuto il tempo di rassettare casa alla meglio.
Avevo gettato i piatti sporchi direttamente nella mondezza, assieme alle bottiglie vuote e tutto il resto, per poi piazzare le buste in un ripostiglio soppalcato dove lei non sarebbe mai andata.
Avevo anche dato una lavata veloce al pavimento, e passato uno schifoso deodorante alla lavanda, fregato da Sofia.
Ovviamente avevo nascosto anche l’hard disk con dentro i porno.
Sì, tutto era perfetto. Quello era il nostro nido d’amore, e noi eravamo Mike Shea e Annie Packert che si erano finalmente ritrovati, dopo aver passato una vita come Elmo Barnett e Ally Chandler.
Poi andammo nella mia camera da letto. O meglio, in quella che una volta era la mia camera da letto.
Le bottiglie vuote erano sparite, e così i pacchetti di sigarette vuoti.
Sul letto ci stavano lenzuola e una coperta, e quello schifoso tanfo di lavanda era impregnato in tutta la stanza.
Ficcai il suo trolley sul letto.
“Eccoci qua. Casa dolce casa” dissi.
Lei sorrise. Sorrise e si avvicinò a me.
Mi abbracciò.
“Quanto ti amo tesoro mio” disse prendendo a baciarmi. Baciandomi prima lentamente, poi sempre più intensamente.
E le mie labbra risposero subito alla cosa. Le mie mani presero a scivolare sotto ai suoi vestiti, e il mio cazzo si fece duro come una roccia.
Ma non era ancora il momento di scopare. No, non era ancora il momento di fare “l’amore”. Ci stavano ancora tante formalità da rispettare.
Così lei lasciò la presa, dandomi un ultimo tenero bacio sulle labbra.
Si tolse di dosso il giubbotto e lo poggiò sul letto.
“Oh Dio, non vedo l’ora di ficcarmi sotto alla doccia” prese a dire, aprendo la sua valigia e rovistandoci dentro.
Io mi allontani di qualche passo. Mi misi contro la finestra e mi accesi una sigaretta, stando lì fermo a fissarla. A fissare quel suo bel corpicino. A fissarla con la sola voglia di scaraventarla su quel letto e piantarglielo dentro.
Già, se fosse stata Sofia, ora già lei avrei sbattuto il cazzo in culo. Ma Sofia non c’era. Sofia era altrove, con quel coglione biondino, e io guardavo la sua finestra chiusa, mentre Anna continuava a rovistare in quella cazzo di valigia.
Tirò fuori un accappatoio, bagnoschiuma, un beauty case e altre stronzate simili e si voltò verso di me, con quella roba in mano.
“Posso usare il tuo dentifricio? Il mio l’ho dimenticato” mi disse sorridendo.
Io lasciai perdere la finestra di Sofia e andai verso di lei.
“Certo, schifosa troia. Usa quello che cazzo ti pare! Basta che chiudi finalmente quella dannata bocca e fai presto a tornare qui per darmi la tua fica marcia e sfondata” avrei voluto dirle. Ma invece continuai a sorridere come un coglione, dicendole che poteva fare qualsiasi cosa volesse.
Lei sorrise e strizzò gli occhi, piazzandomi sulle labbra un bacio a stampo.
“Il mio cicci dolce dolce” disse con una voce in farsetto.
Io sorrisi ancora, lì immobile, proprio come il suo cicci dolce dolce.
Lei andò verso la porta della camera da letto. Si voltò verso di me, sempre sorridendo.
“Non ci metterò molto. Tu intanto prepari qualcosa da mangiare? Che ho una fame!”.
“Certo amore”.
Lei sorrise.
“Ti amo tanto ciccino”.
“Ti amo tanto passerotta” le dissi, con la mia aria da fesso. E lei sparì da quella stanza. Andò via, togliendosi dal cazzo, chiudendo finalmente quella sua cazzo di bocca.
Sentii la porta del cesso chiudersi, mentre me ne stavo fermo lì, nella mia stanza.
Andai di nuovo vicino alla finestra. Guardai fuori, ma niente! Lei non c’era.

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Tre romanzi per sbranare ogni maschera di perbenismo.

Non amate le storielle commerciali? Amate storie crude, ciniche, dissacranti, dai tratti realistici, e non le solete favolette zuccherose?
Beh, allora questi libri fanno al caso vostro.
Storie che, a detta di alcuni, ricordano per stile e contenuti alcuni libri di Bukowski o Palahniuk.
VIOLA COME UN LIVIDO, FOTTITI e LASCIAMI ENTRARE. Tre romanzi di Marco Peluso, pubblicati dalla Damster edizioni, disponibili nei maggiori store online (Amazon, Feltrinelli, Mondadori, Kobo, Itunes, Bookrepublic, Scriptor, e molti altri).
Allego la sinossi di ogni romanzo e i link del sito della casa editrice, dove troverete riferimenti per reperirli.

VIOLA COME UN LIVIDO
Una storia d’amore atipica. Due persone che non accettano le regole della società, consapevoli però di non poterle sfuggire. Due emarginati che trovano nei propri vizi il modo per fuggire da un mondo odiato. Vizi come il sesso, l’alcool, la voglia di distruggersi.
Un incontro nato nel modo meno romantico possibile porterà due sconosciuti a scoprirsi, fino a trovarsi in un vortice che metterà in crisi tutte le certezze da loro costruite fino a quel momento.
Se cercate una storia d’amore romantica, personaggi eroici e nobili, o patetiche e zuccherose speranze, beh, allora passate oltre. In “Viola come un livido” troverete tutto quanto ogni persona cerca di nascondere nel profondo. La perversione. La violenza. La paura. Lo squallore. La rabbia. La dolcezza. L’amore.
Questa storia non dà speranza né illusioni. Non vi farà sognare né vi insegnerà i sacri misteri per elevare l’anima e i modi per cambiare il mondo, o anche solo riparare un rubinetto.
Qui troverete solo una storia d’amore fra due disadattati, senza speranza.
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FOTTITI
Una vita inutile, vuota, oziosa, squallida. Una vita come quella di tanti altri pezzi di carne gettati nella centrifuga del mondo. Una vita dove lui incontrerà lei: il suo amore, la sua passione, la sua perdizione.
Un viaggio nel sadismo umano. Nella rabbia di un uomo senza speranze. Un viaggio lungo quel sottilissimo muro che divide l’odio dall’amore. Il bene dal male. Le vittime dai carnefici.
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LASCIAMI ENTRARE
Cosa succede quando la vita ti offre un’occasione? Quando la vita ti mette nelle mani l’esistenza di un’altra persona. Quando puoi decidere se essere il salvatore o il distruttore di un’altra vita.
La storia di Tony, di Sofia, di Anna. Il rapporto tra un uomo infimo e una donna viziata. Il rapporto tra una schiava e il proprio padrone. La voglia di mordere, sbranare, umiliare, distruggere. Una relazione dove il confine tra l’essere schiavo o padrone è un qualcosa di sottilissimo, a volte impercettibile.
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