Tratto dal romanzo LASCIAMI ENTRARE, pubblicato dalla Damster edizioni, e disponibile nei maggiori store online.

Io e Sofia entrammo nel palazzo. Prendemmo l’ascensore e restammo in silenzio finché non arrivammo in casa.
Una volta dentro lei accese le luci e chiuse la porta.
Andò avanti nel corridoio slacciandosi da dosso il giubbetto viola.
“Allora, ti sarai divertito, spero” fece avanzando fino alla sua cameretta.
Io mi ficcai in bocca una Marlboro e l’accesi.
La lasciai andare alle sue cose e mi diressi verso la cucina.
Ormai ero di casa! Ero lo zietto ritrovato. Il suo nuovo paparino. Il suo amato maritino.
Presi un’altra bottiglia di vino dal frigo. Una di quelle buone. Una di quelle con il tappo in sughero, e non certo del vino in cartone come di solito compravo io.
Cercai in giro un cavatappi. Trafficai un po’, ma invano.
“Ehi, dove cazzo lo trovo un cavatappi in sta reggia?” urlai dalla cucina.
“Il secondo cassetto sotto al lavello” gridò a sua volta la mia amata nipotina.
Io non dissi altro. Trovai quell’affare, aprii la mia bottiglia e diedi un bel sorso la mio vino.
Raggiunsi la mia nipotina nella sua camera. E lei era già nuda. Era già pronta a essere scopata.
Mollai un bel sorso, restando sull’uscio della porta. Continuando a fissarla. Continuando a scoparla con lo sguardo. Continuando a essere sempre più affamato di lei, in ogni modo possibile e immaginabile.
Lei si mise a sedere sul letto, ficcandosi le mani tra le gambe.
“Allora, stanotte come mi scopi?” mi chiese ancora. E ancora una volta io non risposi. Non sapevo cosa dire. Non sapevo neanche cosa volessi a dire il vero.
Mi limitai a entrare lì in quella stanza. Entrai lì, bevendo il mio vino e fumando la mia cicca, fino ad arrivare di fronte a lei.
Lei allungò la mano verso il mio cazzo, mi sbottonò la lampo e lo tirò fuori.
Lo smanettò un po’, continuando a fissarmi. Tenendo sempre i suoi grossi occhi incollati ai miei.
“Vuoi che te lo prenda in bocca, o hai in mente altro?” fece.
Ma non le risposi mica.
No, restai lì immobile a bere il mio vino, mentre lei continuava a smanettarmi il cazzo.
Poi le bloccai il polso. Glie l’abbassai di colpo.
Indietreggia di qualche passo e mi guardai attorno. Guardai quella stanza dai colori vivaci, i poster appesi alle mura, i libri ordinati, i cd musicali e le lettere d’amore di chissà quanti ex fidanzati.
Mandai giù altro rosso e poggiai la bottiglia sulla bella scrivania della mia nipotina.
Gettai cappello di lana e giubbotto per terra. Tolsi le scarpe, la maglia, il jeans e le mutande.
Rimasi davanti a lei solo in calzini, con gli stessi calzini del giorno prima.
Lei guardò i calzini ai miei piedi, poi le mutande sul pavimento.
Alzò lo sguardo verso di me.
“Beh, zietto, se hai intenzione di restare ancora qui qualche giorno, mi sa che domani dovrò proprio darti un paio di calzini e di mutande di mio padre” disse.
Io guardai i calzini ai miei piedi e le mie mutande sul pavimento. Poi diedi un altro tiro alla mia cicca e la gettai per terra.
Afferrai di nuovo la bottiglia di vino e le andai incontro.
“Vuoi che te lo prenda in bocca o no?” fece ancora lei.
“Stenditi e allarga le cosce” le dissi.
Lei rimase immobile, lì, zitta qualche istante, lì seduta sul letto, fissandomi.
Mollai un sorso al rosso e abbassai la bottiglia.
“Allora, non hai sentito? Voglio che ti stenda sul letto,con le gambe verso di me e che le apra”.
Lei obbedì. La mia schiava obbedì. Si stese sul letto con le gambe di fuori. Poi le tirò su e le aprì.
Mi spalancò la fica in faccia. Io vidi quella fica aperta davanti a me. Quella sorta di rombo di carne. Quella fessura larga e carnosa. Quel buco profondo e umidiccio.
Allargò ancora di più le gambe.
“Allora, ti decidi o no a mettermelo dentro?”.
Io le andai contro. Il cazzo era già duro. Il cazzo era già pronto a chiavarla.
Glielo poggia contro alla fica. Lei fece un gemito. Io sentii la sua carne bagnata contro la mia cappella. La sua fica contro al mio cazzo.
Diedi una spinta più forte. La sua fica prese ad aprirsi sotto la forza del mio cazzo. Lei strinse gli occhi, sentendo il mio cazzo entrare in lei. Il mio cazzo farsi strada in lei.
Lo spinsi con forza. Una spinta forte e decisa.
Il cazzo fu dentro! In un secondo sentii le pareti carnose e calde della sua fica sfregarmi il cazzo. Le labbra della sua fica stringermi il cazzo.
Diedi una botta a stento. Una botta sola, e poi glielo sfilai di corpo.
Il mio cazzo uscì fuori da lei. Lei aprì gli occhi, prendendo a fissarmi.
Mi allontanai di qualche passo e presi la mia bottiglia di vino, dandole ancora un buon sorso.
“Mantiene le gambe aperte” le dissi. Lei obbedì. Restò ferma sul letto con le gambe spalancate. Con la fica aperta verso di me.
Io mi avvicinai a lei continuando a bere il vino. Arrivai a una decina di centimetri da lei. A una decina di centimetri dalla sua fica.
“Anche se non ti avessi chiavata in fica e in culo, mettendotelo dentro ora, anche solo per un attimo, tu saresti stata comunque chiavata da me. Lo sai?”.
“Lo so” mi rispose, consapevole della cosa. Consapevole che quei giorni non sarebbero mai stati cancellati dalla sua mente.
Io mi abbassai verso il giubbotto. Raccattai una sigaretta, me la ficcai in bocca e l’accesi.
Mi alzai di nuovo, restando sempre nella stessa posizione. Restando a pochi centimetri dalla sua fica aperta.
“E sai anche che non potrai dimenticare il fatto che il tuo amorino, il tuo dolce e tenero fidanzato, ha sorriso e pagato una cena all’uomo che si chiava la sua donna?”.
Lei non rispose. Ma non ci stava bisogno di rispondere. No, lei sapeva tutto! Sapeva di essere in mio potere. Sapeva che la sua vita non era altro che un’estensione della mia persona.
“Ora voglio che tu ti metta tre dita nella fica” le dissi.
Lei rimase per un attimo ferma. Giusto un attimo! Poi portò la mano tra le cosce. Le sfiorò, quasi le accarezzò, e la mano arrivò fino alla sua passera.
La strinse nella mano. Strinse quel pezzo di carne morbido e umido nella sua mano.
“Ora ficcale dentro” dissi.
Lei mi fissò. Le sue dita presero a muoversi. Prima l’indice e il medio, poi anche l’anulare.
Le spinse contro alla fica. Le pareti della fica presero ad aprirsi lentamente, e qualche millimetro delle dita a sparire.
Io feci un balzo verso di lei, le afferrai il polso e la guardai dritta negli occhi.
“Ho detto, tutte dentro!” gridai, spingendole di colpo le dita nella fica.
Le dita entrarono di colpo in lei come un coltello nella pancia. Lei lanciò un urlò forte e le lacrime presero a scenderle dal viso.
Lasciai la presa e mi allontanai di qualche passo. Diedi un tiro alla mia sigaretta, poi, bevendo il mio vino guardai lei. Lei su quel letto, con le gambe aperte e le dita nella fica, mentre un rivolo di sangue le scendeva tra le chiappe.
Le unghie l’avevano di certo graffiata. E lei sentiva dolore. Lei non riusciva a trattenere le lacrime.
Poi trovò la forza di aprire gli occhi e di fissarmi. Di fissarmi con i suoi occhi ancora lucidi.
“Prendi a muoverle” le dissi. E lei cominciò a muoverle. Cominciò a muoverle con forza. Sempre con più forza, fissando il mio malefico sorriso a pochi centimetri da lei.
E io stavo lì a godermi lo spettacolo. Stavo lì a bere vino e masturbarmi, mentre lei si accoltellava la fica.
“Avanti troia, avanti! Più forte, più forte”.
E lei continuava. Continuava ad accoltellarsi la fica. Continuava a spingersi le dita in corpo sempre più forte, sempre più forte, mentre come un pazzo io stavo a pochi centimetri da lei, bevendo vino e smanettandomi il cazzo.
Gettai la cicca per terra, la cicca che mantenevo assieme alla bottiglia.
Tirai fuori del tutto la cappella e la puntai contro di lei come se fosse una pistola, poi mandai giù un bel sorso di vino, e abbassai la bottiglia e la fissai.
“Ora dimmi cinque nomi di cose o persone che ti rendono felice, ma continua ad ammazzarti con le tue dita”.
Lei per un attimo si fermò, ma riprese subito. Chiuse gli occhi e riprese a pugnalarsi con le dita.
Le dita presero a muoversi sempre più veloci, sempre più veloci, e le sue urla foderavano la stanza come fossero un coltre di fumo.
Urlava, urlava, urlava!
“Il cioccolato caldo, i complimenti della gente, gli sguardi degli uomini, il cazzo dentro, l’invidia delle donne” prese a urlare accoltellandosi la passera da sola.
E io me lo smanettavo sempre più forte. Sempre più forte. Sempre più forte, come a volermi strappare il cazzo. Come a volermi strappare la carne. Come a volermi strappare la testa.
“Avanti, troia! Continua, continua!” facevo digrignando i denti e sbavando, mentre mi menavo il cazzo.
Poi posai la bottiglia per terra e mi avvicinai a lei, con il cazzo ancora in mano.
Le afferrai un ginocchio. Lei continuava ad accoltellarsi la vita con le dita.
“Ora dimmi cinque nomi di cose o persone che odi” le dissi.
Lei prese a spingerle più forte di prima. Prese a ficcarsi le dita dentro come a voler far entrare tutto il braccio. Come a volersi strappare tutto quanto avesse in corpo.
“Ivano, mia madre, mio padre. Le scarpe senza tacco. E Tony! Tony, Tony, Tony, Tony, Tony!” prese a urlare come una pazza, ficcandosi con forza le dita in corpo. Così forte che il sangue le colava tra le chiappe.
Io le tolsi di colpo la mano tra le cosce. Le dita uscirono dalla fica, e delle gocce di sangue colarono tra le chiappe fino a macchiare la trapunta viola e rosa.
Mi fiondai su di lei. Le poggiai il cazzo contro alla fica, e quella era così bagnata che in un colpo guizzò dentro.
Fui in lei, il mio cazzo in lei, la mia vita in lei.
Lei strinse le gambe attorno a me, continuando a urlare il mio nome. Continuando a urlare “Tony”, stringendomi con le cosce, e spingendo il mio culo verso di lei. Spingendo il mio corpo contro al suo. Il mio cazzo dentro di lei.
E io sentivo il mio cazzo muoversi in lei. Le sue mani sulla mia schiena. Le sue unghie graffiarmi, mentre io continuavo a sbatterglielo dentro e lei a spingermi il culo contro di lei, per sentirlo ancora più a fondo.
E intanto “Tony, Tony, Tony, Tony, Tony”.
Il nome del demonio, il nome del male, il nome del peccato originale.
E il male era in lei. Il male si muoveva nella sua fica bagnata, mentre io spingevo, ansimando, sudando, gridando.
“Troia, schifosa troia! Prendilo tutto il cazzo”.
E una spinta più forte. Un urlo. Le sue cosce attorno al mio corpo. Il mio cazzo in quella pozza di glicogeno e sangue.
E ancora “Tony, Tony, Tony, Tony, Tony, Tony”.
Io glielo sfilai dalla fica, lei allargo le gambe e io presi a menarmelo con forza, con tale forza che la sborra prese a schizzare ovunque: sulla sua pancia, sul suo viso, sul suo bel lettino, sul crocefisso di Cristo appeso al muro.
Finita la sborrata caddi su di lei. Lei mi strinse forte. Strinse la mia schiena graffiata. Strinse il nome da lei odiato. Strinse il vero male al mondo.
Restammo entrambi nel silenzio, stretti, ansimando.
Sentivo ancora l’odore della sua fica misto al sangue. Sentivo la sua vita, sentivo il suo dolore, sentivo la sua impotenza.
Mi alzai lentamente da lei. Ancora affannato, con il corpo sudato.
Lei rimase a letto, fissando il vuoto, rannicchiata su se stessa.
Presi una sigaretta e l’accesi. Lanciai una nube di fumo in aria e poi diedi un sorso al mio vino.
Presi il telefono dal giubbotto. Un messaggio di Anna. “Ti amo” ci stava scritto, come sempre!
E come sempre le risposi di amarla.
Poi guardai l’orario: erano le due! Le due di notte, e fuori il mondo era sparito. Fuori non ci stava niente. Fuori, era solo buio, proprio come lì dentro.
Posai quell’affare e tornai a sedermi sul letto accanto a lei, fumando la mia cicca e bevendo il mio vino.
Poggiai sigarette e accendino sul letto e mi voltai verso lei. Lei mi guardò a stento, mentre dalla sua fica uscivano ancora alcune gocce di sangue.
Io le guardai colare come un pianto, poi alzai la testa verso di lei.
Le porsi la bottiglia, lei girò la testa verso il crocifisso pieno della mia sborra.
Allontanai da lei la bottiglia e le diedi un sorso, riprendendo a fissare il pavimento.
Lo fissai per secondi, per minuti; decine di minuti.
Fumai due sigarette, forse tre, e finì quasi il vino.
Si erano fatte ormai le tre, o forse le tre e mezza. Lei non aveva detto una parola, io non avevo detto una parola.
Spensi la sigaretta per terra e mi rimisi addosso i vestiti. Lei si voltò guardandomi.
“Vai via?” mi chiese. Io scossi le spalle.
“Ho solo freddo” feci.
Lei abbassò di nuovo la testa sul suo cuscino. Io mollai ancora un sorso al vino.
“Se odi quel tipo perché ci stai assieme?” le chiesi, continuando a bere il mio vino.
Ma lei non rispose. Non disse niente. Continuò a starsene nuda, lì stesa sul suo letto. Su quella trapunta viola e rosa.
“Uhm, fa niente! Sono cazzi tuoi” feci io.
Poi ecco una voce. Una voce flebile lì da quel letto.
“E tu perché stai con la tua cippa lippa?” mi chiese, senza fissarmi, restando immobile, con la testa sul suo cuscino rosa.
Stavolta fu io a non risponderle. No, non avevo niente da dire. Niente di diverso dal suo silenzio.
Così afferrai la bottiglia di vino e le sigarette dal letto.
“Senti, io vado a dormire sul divano, okay? Se mi viene voglia di fotterti ti sveglio” le dissi, facendo per uscire da quella stanza.
Lei alzò la testa dal cuscino e mi fissò. Io sentii il suo sguardo dietro alla schiena.
“No, aspetta” fece lei, tendendo la mano verso di me. Tendendo la mano verso il vuoto.
Io mi girai. Mi girai lentamente verso di lei. Lei abbassò piano piano il braccio.
Abbassò lo sguardo, alzandolo appena di tanto in tanto.
“Senti, non andare sul divano, che poi mamma sente il tanfo di alcool” disse, poi guardò alla base di quel letto ficcato sotto un mobile a ponte. “Se vuoi puoi dormire qui. Sotto ci sta una rete e un materasso. Il letto è già pronto” fece.
Io diedi ancora un sorso al vino, avanzando scalzo, verso di lei.
Mi fermai davanti al letto. Guardai lei. Guardai il letto. Poi mi abbassai lentamente, afferrai una sorta di maniglia piazzata sotto al letto. Tirai, e qualcosa venne fuori di colpo.
Tirai fuori una rete con sopra un materasso.
La rete non era aperta, e non la sollevai. La rimasi lì sul pavimento, con sopra quel materasso coperto da un lenzuolo bianco e rosa.
Sofia, la mia nipotina, si tirò in piedi sul letto e aprì un mobile, tirando fuori una trapunta azzurrina.
La gettò sul materasso ai piedi del suo letto. Io la fissai, poi fissai lei, e lei si ficcò sotto le coperte.
“Almeno non avrò il problema di dovermi disfare del tuo cadavere se muori assiderato” disse stringendosi in quelle coperte.
Io annuii e diedi un ultimo sorso al mio vino. Poggiai la bottiglia vuota per terra e andai verso la porta della stanza, spegnendo la luce.
Riuscii ad arrivare al letto. Mi chinai e mi ci ficcai sopra, avvolgendomi in quella ridicola trapunta azzurrina.
Il buio era su di noi. Il silenzio regnava. Persino le auto fuori da quella casa sembravano essersi fermate.
Poi qualcosa sconvolse il mondo. Un boato nella notte.
“Buonanotte” fece lei.
“Buonanotte” le risposi con aria impacciata.
E poi niente! Solo il buio.

http://www.damster.it/index.php/features/eroxe-dove-l-eros-si-fa-parola/item/lasciami-entrare

 

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Tratto dal romanzo FOTTITI, pubblicato dalla Damster edizioni, disponibile nei maggiori store online.

Lei afferrò di nuovo il mio serpente. Prese in mano Lucifero. Prese in mano L’Inferno. Prese nella sua piccola manina le sorti dell’umano pudore. Quel male che avrebbe portato via l’intera umanità dal Paradiso.
Gli diede ancora un’occhiata continuando a sorridere. Ed eccola finalmente. Sì, eccola finalmente avvicinarsi lentamente al mio grosso cazzo.
Vendetta! Voglia di vendetta, avrebbero detto molti psicologi, e forse anche dei sessuologi.
La donna aveva raggiunto solo alla fine degli anni sessanta una certa indipendenza nel campo sociale/lavorativo/affettivo. La donna era sempre stata sottomessa all’uomo, e dopo la loro emancipazione l’uomo cercava di riprendere il possesso sulla donna ficcandoglielo dentro. Violentando il loro cervello a colpi di cazzo nella fica. Trattandole come troie. Trattandole come cagne. Facendo loro sentire che, anche se fossero state delle Alda Merini o delle Margarethe Thatcher, alla fine avrebbero comunque preso un grosso e duro cazzo dentro. Avrebbero sempre preso la carne di un uomo dentro. Avrebbero sempre sentito qualcosa muoversi in loro. Un cazzo scavare nel loro corpo emancipato. Un cazzo pomparle fino a inondarle di schifosa e densa sborra.
Sì, ecco perché le donne godevano tanto a vestirsi come mignotte. A mostrare il proprio corpo. A far sbavare centinaia di uomini.
Vendetta! La rivolta degli Indiani D’America. La rivoluzione Francese. La presa di Fort Alamo.
Vendetta!
La stessa cosa che le rendeva schiave diveniva l’arma con la quale vendicarsi.
Ecco, Cleopatra la usò per far morire Marcantonio, Dalila per fottere Sansone, Lorena Bobbit per far rilassare il suo uomo, prima di staccargli il cazzo con un paio di forbici.
Vendetta!
La donna sapeva di non aver altro modo per pareggiare i conti. Per vendicarsi di secoli di soprusi e schiavitù. E lei era lì. Lei era la Dea vendicatrice con il mio cazzo in mano. La vendetta di ogni donna. Un Demonio mandato dall’Inferno per punirmi.
La giusta punizione per ogni mio peccato.
Sì, era proprio  lei! Ed eccola aprire la bocca pronta a compiere il suo sacrificio pagano. Eccola lì, con le sue morbide labbra contro al mio cazzo. Con quelle labbra che lo stringevano. Con quelle labbra che salivano e scendevano sul mio cazzo, mentre  la sua lingua faceva il resto, muovendosi su di esso come fosse il tentacolo di un alieno. Un alieno intento a studiarmi. Un alieno pronto a deporre in me le proprie uova, per rendermi un involucro senza vita, un fantoccio in preda al suo volere.
E io la lasciavo fare. Ero in balia della sua arma. Lì poggiato contro la parete di quel mobile a ponte. Lì su quel letto, affondando le mie dita nei suoi riccioli, spingendo la sua testa su e giù. Sentendo le sue labbra sul mio cazzo. La sua lingua sul mio  cazzo. Le sua mani accarezzarmi le palle.
Ero ipnotizzato!
La zecca si era conficcata nel mio corpo iniettando sostanze anestetiche. L’alieno aveva conficcato in me i suoi tentacoli, pompandomi dentro vino drogato. Anestetizzandomi per farmi gioire mentre mi succhiava l’anima. Mentre mi succhiava il sangue da ogni parte del mio corpo.
E io gioivo! Gioivo mentre lei succhiava. Gioivo mentre lei succhiava il mio cazzo, il  mio sangue, la mia anima, la mia vita, il mio cervello.
Ero il bamboccio che obbediva alla mamma. Il secchione che obbediva al bullo. L’impiegato che obbediva al suo capo. Lo schiavo Ebreo che lo succhiava al Faraone.
Sì, ero io a succhiare, non lei!
Ed ero felice di succhiare. Ero felice di star lì, drogato, immobile, mentre lei mi succhiava l’anima e iniettava uova nel mio cervello.
Poi ecco che di colpo smise di farlo.
Aveva già pompato abbastanza veleno nel mio corpo. Ormai ero paralizzato, e lei lo sapeva. Sapeva di avere già il controllo del mio corpo. Il controllo della mia anima. Il controllo della mia mente.
Lei sapeva di essere ormai Dio. E Dio se ne stava lì, nuda, impetuosa, sexy.
Dio se ne stava lì, sorridendomi, penetrandomi con i suoi occhi, scopandomi con i suoi occhi, mentre muoveva lentamente la mano sul mio grosso cazzo.
E non c’era bisogno di parole. No, le parole avevano perso ogni senso. Le parole avrebbero svelato il mistero. Avrebbero svelato il nostro assassinarci a vicenda. Avrebbero svelato la nostra comune colpa.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Ecco la colpa! La verità da nascondere. L’ultimo mistero di Fatima. La congiunzione tra il Sacro e l’umano. Il volto di Dio mostrato all’uomo.
Ti odio!
La rabbia per essere venuti al mondo. La rabbia per una vita inutile. Una vita nella quale nessun sogno avrebbe mai trovato sfogo. E quella rabbia era viva in quel pompino. Resa reale dal suo succhiare il cazzo. Incisiva nel suo affondare il proprio dominio nella mia stupida anima.
Già, era tutto lì, davanti a me. Tutto reale. Tutto concreto. Tutto dannatamente incisivo.
Eppure il suo veleno era ormai in circolazione. La zecca era conficcata nelle mie carni, e il suo veleno anestetizzante aveva addormenta ogni mio senso.
Ti odio! La parola da non dire. La verità da non mostrare.
Ed eccola, la mia zecca salire fino alle cervella. Le sue carezze sulle mie cosce. Le sue mani che mi sfilarono la maglia, lasciando il mio petto nudo in balia dei suoi baci.
E  quei baci salivano. Quei baci salivano lungo il mio petto. Quei baci erano il velo bianco che nascondeva la fica aperta della vergine Maria. Quei baci erano l’impiego sociale che celava  gli abusi sessuali di un bravo padre di famiglia fatti alla propria figliola.
Quei baci mi avevano fottuto!

http://www.damster.it/index.php/features/eroxe-dove-l-eros-si-fa-parola/item/fottiti

 

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Tratto dal romanzo FOTTITI, romanzo pubblicato dalla Damster edizioni, disponibile nei maggiori store online.

Avevo già avuto il mio appagamento, anche se sapevo che non sarebbe durato tanto. Che il dolore di quella donna non avrebbe saziato la mia voglia di riscatto. Non mi avrebbe reso libero dal mondo né dalle donne. Non mi avrebbe reso un vincente. Non avrebbe fatto dimenticare ogni male subito, né mi avrebbe restituito Monia.
No, non avevo speranze, e lo sapevo!
Sapevo di essere un cazzo di Dracula incapace di vivere o morire. Un vampiro sospeso nel nulla che aveva bisogno di sangue per sopravvivere. Di succhiare l’altrui vita per sentirsi vivo, sapendo bene che non avrebbe mai potuto succhiare abbastanza sangue per riempire quel vuoto che mi portavo in corpo.
Beh, in fondo non ero poi così diverso dal resto della gente nel mondo. Non ero diverso dai manager disposti a licenziare chiunque per aumentare il proprio stipendio. Da operai pronti a uccidere per una promozione. Da studenti dei centri sociali pronti a insultare per la propria squadra di calcio. Da maestri spirituali pronti a gettare merda su chiunque mettesse in discussione le loro teorie.
E non ero diverso da quelle casalinghe frustate che avrebbero volentieri ucciso il proprio marito. Da quelle piccole troiette che entravano nelle video chat in cerca di emozioni, all’insaputa dal loro ragazzo. E non ero diverso né da donne pronte a uccidere se la propria bellezza fosse stata messa in discussione, né da tipette come la mia cara infermiera. Tipette che avrebbero fatto di tutto pur di mantenere la propria buona reputazione. Persino mercificare uno stupro.
Sì, ero una bestia come tutti al mondo. E come tale non me ne fotteva niente di nessuno.
Volevo solo appagamento. Volevo solo riempire la mia pancia. E in quel preciso momento, volevo solo bere!
Così andai avanti per la mia strada. Per la mia strada senza strada.
Accesi ancora una sigaretta della mia amichetta miss culetto d’oro e continuai a camminare. A camminare per un lungo stradone ribattezzato da tutti come “Via Marina”. Una strada di Napoli lunga qualche chilometro che portava al porto.
E lungo quella strada le auto continuavano a sfrecciare per andare chissà dove. Le luci dei palazzi avvolgevano tutto, e ristoranti, cornetterie e pizzetterie cominciavano a riempirsi di gente. Di brava gente!
Io alzai la testa verso il cielo. Verso il cielo scuro che mi sovrastava.
No, non stavo cercando Dio. Non stavo cercando nessuna fottuta rivelazione del cazzo, né scrutavo il cielo in cerca della slitta di Babbo Natale.
Sapevo di essere un bambino cattivo, dunque non me ne fotteva un cazzo né di Dio né di Babbo Natale. Volevo solo un fottuto orologio! E quel cazzo di enorme orologio digitale ficcato sopra a un palazzo di dodici piani segnava le otto. Le otto e tre quarti.
Cristo, ero stato una vita lì dentro. Una vita lì all’inferno, sospeso tra la vita e la morte.
Ed  ero in un posto diverso?
No, no di certo!
Ero fottuto, come sempre. In balia dei miei desideri. Delle mie smanie. Delle mie voglie compulsive. E quella voglia aveva preso una forma. Quella voglia aveva preso un nome.
Monia, Monia, Monia, Monia.
Ma lei non c’era! Lei era sparita.
Lei non sarebbe mai più tornata. Lei non era mai esistita. Ed ecco in me ancora la rabbia. Ancora voglia di uccidere. Ancora voglia di sbranare. Ancora voglia di far saltare in aria il mondo intero.

http://www.damster.it/index.php/features/eroxe-dove-l-eros-si-fa-parola/item/fottiti
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LASCIAMI ENTRARE, romanzo di pubblicato dalla Damster edizioni e disponibile in ebook nei maggiori store online

La storia di Tony e Sofia. La storia di un alcolizzato a cui non fotte un cazzo di nessuno, e di una ragazzina viziata, abituata ad avere tutti gli uomini ai suoi piedi.
Due mondi così diversi e lontani che si uniscono in un atroce gioco. Tutto per un ricatto! Lui, e la sua voglia di vendetta contro tutto e tutti. Lei, con la sua voglia di salvare la sua reputazione di brava ragazza.
Due persone che fingono costantemente con ogni altro essere umano al mondo, ora nudi in un gioco perverso. Un gioco che mostrerà loro il volto del carnefice e della vittima.
Ma chi è il carnefice e chi la vittima? Chi in questo folle mondo può dire di non essere mai stato il carnefice?
LASCIAMI ENTRARE, romanzo pubblicato dalla Damster edizioni, disponibile in ebook nei maggiori store online.
Una storia dove regna la violenza e l’egoismo umano. Dove sentimenti come odio e amore si mischiano in un confuso vortice di perdizione.
Una lettura non consigliata a chi ha lo stomaco debole, né a chi ama illudersi leggendo storielle a lieto fine.
Di seguito un piccolissimo estratto del romanzo, il link della casa editrice dove troverete riferimenti per reperire il libro, e il link del mio blog in cui troverete estratti dei miri romanzi, racconti e poesie.

http://www.damster.it/index.php/features/eroxe-dove-l-eros-si-fa-parola/item/lasciami-entrare

Avanzai verso di lei di un passo. Di un solo passo.
“Ieri notte non sembravi dello stesso parere”.
Lei strofinò con più forza quegli schifosi piatti ficcati nel lavello, facendo schizzare la schiuma bianca sul suo pigiama rosa.
“Ieri notte ero stanca e confusa. Non altro!”.
Poi lasciò i piatti di scatto, facendo un grosso frastuono lì in quel lavello.
Afferrò uno straccio e si voltò verso di me, fissandomi, mentre si asciugava le mani.
“Dunque domani andrai al funerale di quello schifoso?” mi disse.
Io abbassai lo sguardo per un secondo. Poi lo alzai e mollai un sorso al vino, senza dirle niente.
Lei sorrise. Sorrise con aria incazzata, continuando a fissarmi e a pulirsi le mani con quel cazzo di straccio.
“Coglione!” urlò, gettandomi quell’affare contro.
Lo schivai, e andò a finire contro un piccolo elefantino di porcellana ficcato su di una mensola accanto al televisore al plasma.
L’elefantino cadde a terra frantumandosi in mille pezzi, lasciando lì sopra solo i suoi piccoli figlioletti. Ormai orfani.
Io guardai per qualche istante quei cocci di porcellana sparsi per terra, attorno a quel sudario lanciato da Sofia.
Mi voltai verso di lei.
“Si può sapere che cazzo ti prende?”.
Lei sorrise ancora. Sorrise ancora, con il volto gelido e gli occhi colmi di rabbia.
“E sentiamo, la tua bella l’andrai a prendere prima o dopo il funerale di quello stronzo?”.
Io rimasi di stucco. Imbambolato come un coglione. Lì davanti a lei senza sapere che cazzo stesse succedendo.
“Arriverò all’una. Non vedo l’ora di abbracciarti amore mio” riprese lei facendo una smorfia ironica sul viso.
Io diedi un’altra strippata alla mia paglia, avvicinandomi a lei di qualche passo, brandendo per il collo la mia bottiglia proprio come se fosse una cazzo di arma.
“Hai… hai letto i messaggi nel mio telefono?” le dissi con aria incazzata e al tempo stesso stupita.
Lei abbassò lo sguardo forse per un secondo, forse per cinque secondi.
Poi lo alzò di colpo, riprendendomi a fissare con tutto l’odio che aveva in corpo.
“Sì, li ho letti! Okay? Ti da fastidio la cosa? O da fastidio alla tua bella?”.
“Puttana!” urlai, mollandole una sonora sberla. E la sua faccia si girò di colpo verso destra, mentre la mia mano continuava a stare ferma nell’aria.
L’abbassai prendendo la cicca che tenevo in bocca. Alzai la sinistra, e diedi ancora un sorso la mio vino.
Lei mosse lentamente la testa, portandola verso di me.
Riprese a fissarmi, a fissarmi con odio. I suoi occhi erano nei miei, i miei occhi nei suoi, e attorno a noi solo silenzio.
Poi uno sputo. Uno sputo dritto in faccia.
“Mi fai schifo tu e la tua troia” mi gridò contro, mentre la sua saliva mi colava sul volto.
E cosa provò Gengis Khan prima di fiondarsi contro i Tanguti?
Rabbia! Imponente, devastante, insormontabile rabbia.
Alzai la mia sinistra con forza, pronto a scagliare la mia spada contro Jianlong Ma.
“Schifosa puttana!” urlai, scaraventando contro di lei la mia furia. Scaraventando contro di lei la bottiglia di vino.
Lei si scansò velocemente, proprio come un ratto, e la bottiglia si fracassò in mille pezzi alle sue spalle, colpendo la credenza sopra al lavello.
I pezzi di vetro volarono ovunque, come se qualcuno avesse sparato un colpo di un fucile a canne mozze contro un enorme statua di ghiaccio.
Poi un urlo!
Sofia cadde per terra, in ginocchio, mantenendosi il viso tra le mani e piangendo.
Io gettai a terra la mia cicca e mi fiondai su di lei.
Mi misi in ginocchio e strinsi le sue mani tra le mie, mentre ancora le teneva poggiate contro al viso.
“Ehi, ehi, fammi vedere! Dai che non è niente” le dissi con tono caldo e rassicurante, proprio come se fossi suo zio. Proprio come se fossi suo padre. Proprio come se fossi suo marito.
Lei smise di singhiozzare lentamente, lì in ginocchio, con le mie mani sulle sue.
Le abbassò lentamente, ancora strette alle mie.
I capelli le coprivano il volto, mentre io me ne stavo lì, per terra, in ginocchio,tenendole le mani e attendendo una sua parola.
E lei alzò lo sguardo. I riccioli si allontanarono dal suo bel volto, mostrandolo intatto, senza il minimo graffio.
Tirò via di colpo le sue mani dalle mie.
“Mi fai schifo!” gridò, dandomi una sberla e sputandomi ancora una volta in faccia.
Poi si alzò di scatto. Io feci altrettanto, inseguendola fuori da quella stanza.
“Dove credi di andare lurida cagna?” urlai inseguendola.
“Vai da quella troia e togliti dal cazzo” gridò, senza voltarsi, correndo scalza fino al bagno.
Provò a barricarsi lì dentro, cercando di chiudermi la porta in faccia.
Io la bloccai con le mani e presi a spingere con forza.
“Ti ho detto di andartene. Vattene da quella puttana!” continuava a strillare lei, cercando di chiudere la porta.
Ma io spingevo sempre più forte. Sempre più forte. Tanto che riuscii a spalancare la porta, facendo cadere Sofia per terra.
Entrai lì dentro, avvicinandomi a lei con aria incazzata, con la sola voglia di tapparle quella cazzo di bocca.
Lei prese ad andare all’indietro come un gambero, strisciando il suo bel culetto piazzato per terra, continuando a fissarmi.
“Cosa vuoi fare, scoparmi? Vuoi mettermelo in bocca o in culo? Cosa? Vuoi frustarmi e farmi sbattere da un tuo amico? Cosa? Cosa che non mi hai già fatto?” gridò in maniera isterica.
Io la tirai per i capelli e l’alzai da terra, mentre lei ancora si dimenava e urlava come un agnello pronto a finire al macello.
La trascinai fino alla tazza del cesso e le infilai la testa dentro. Gliela infilai del tutto, spingendogliela con forza lì dentro come a volerla far sprofondare fino alle fogne.
Tirai lo scarico mentre le tenevo la testa ferma lì dentro. Sentii le sue urla soffocate dall’acqua che le entrava in gola. La sua foga tra le mie dita. Il suo terrore, mentre probabilmente la sola cosa che riuscisse a pensare in quel momento era che l’avrei uccisa.
Sì, era inerme. Era in mio potere. Era la sola cosa che avesse mai dato un senso alla mia vita. La sola e unica cosa che mi avesse mai fatto sentire vivo, proprio come la gente che faceva di tutto per primeggiare su qualcuno.
Lasciai la presa. Lasciai la presa, allontanandomi lentamente da lei.
Mi misi a sedere per terra, con le spalle contro al muro, fissandola lì in ginocchio, con la testa dentro a quel cesso.
La tirò fuori lentamente, tossendo, e sputando acqua mista a piscio.
Restò con le braccia su quel cesso per qualche istante, continuando a tossire, mentre i suoi riccioli bagnati quasi le coprivano il volto.
Poi si tirò su lentamente. Tirò indietro i capelli bagnati, e barcollando venne verso di me, fissandomi, come se non avesse più niente dentro. Come se non fosse altro che un corpo. Un corpo chiuso lì con me in quell’inferno.
Si mise a sedere accanto a me. Lì accanto a me, con le spalle al muro, mentre io fissavo il vuoto.
Guardò il vuoto con me, restando in silenzio, mentre sentii la sua mano scivolare sulla mia. La sua piccola mano stringere la mia.
Io mi voltai verso di lei. Lei girò la testa verso di me.
Affondai la mia mano tra i suoi capelli bagnati.
Avvicinai le labbra per baciarla, ma lei si scansò, si scansò di colpo, continuando a fissarmi con quei suoi occhi senza vita.
Lasciò la mia mano e allungò la sua verso il mio viso, dandomi una carezza, una tenera carezza.
“Scopami!” mi chiese “Trattami come una puttana”.
Io restai lì fermo a fissarla. Lì fermo a guardarla. Lì fermo a fissare il suo viso avvolto in quei riccioli bagnati.
Ed ecco uno schiaffo!
Mi diede un altro schiaffo, proprio in pieno viso.
“Ti ho detto di scoparmi!” urlò…  (Continua)

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ANIMA SENZA FAME

Tornerò a voi coperto di bronzo,
avrò membra d’oro e gambe di marmo
e la mia pelle sarà gelida, lo sguardo assente.
Sarò ricco, grasso
e sempre affamato,
e sarò salvo!
Si, non avrò fiato per alcun affanno,
ed il mio corpo sarà conservato a lungo,
sarà un dorato sarcofago vuoto,
e nulla potrà scalfirlo, niente!
Non ci sarà la morte e l’anima sarà lontana,
si, in esilio!
E cosi ogni sorriso.
Ma sarò vivo, sarò sano,
immenso,
un antico sovrano.

Si,
Vedrete!
Verrò a voi scintillante e liscio come una pietra tombale
e nulla mi potrà mai scalfire,
niente!
Da una corazza dorata sarò bardato
e le alpi attraverserò su di un gigantesco purosangue.
Lui sarà nero, come il mio cuore,
e vedrete, si vedrete!
Sarò ricco, potente
e il mio nome sarà un vessillo indelebile.
Calpesterò polvere e sanguinanti cadaveri,
le urla non le sentirò
e indenne arriverò ai vostri applausi
seguito da migliaia di schiavi,
e tutti saranno fedeli, terrorizzati,
con loro marceranno elefanti
tesori e misteri Sacri.
E io sarò possente, sazio,
sorridente!
Sarò imponente,
vittorioso,
un Sacro e glorioso monologo,
e tutti voi sarete incantati dalla mia sfarzosa forma,
sarete estasiati, innamorati,
e dei vostri sorrisi
dei vostri applausi
io mi nutrirò,
e mai ne sarò sazio.
Si, sarò per voi un melodramma classico,
un fastoso poema Greco!
Sarò un Santo, un eroe,
un titano,
un Divino e mistico maestro Orientale.
Si,
vedrete!
Sarò immenso,
e parteciperò a ogni vostro ballo lussuoso.
Gioirete della mia immagine,
brinderete alla mia forza,
e le mie parole saranno per voi il solo cibo,
le mie eroiche gesta per voi pane farcito con il burro,
e per me
la vostra carne il solo pane,
il solo cibo tra le vostre cieche risate.
Si, sarò vivo,
sarò sano!
Avrò oro,
pancia piena,
artigli e denti
e molti trofei, dorati ornamenti e un nome maestoso,
un nome come mia sola bandiera.

Non avrò più scorie sulla pelle,
né polvere o cenere.
La mia carne sarà lucente marmo
e ogni affanno sarà celato,
ogni lacrima
ogni lamento,
ogni respiro sotto la pelle.
Tutto, tutto sarà nascosto!
E verrò a voi con un esercito di mori ai miei ordini.
Avrò al mio seguito bestie esotiche
e mille vergini come fedeli spose.
Nessuno potrà incrociare la lama con la mia,
sarò regale, imponente,
e avrò un intero cimitero ai miei ordini,
i morti seguiranno il mio canto,
le mie parole saranno ipnotiche
succulenti,
avrò una voce forte come un tuono per spezzare ogni ossa,
lacerando le più forti carni,
lacerando ogni cosa
fino alle colonne dello stesso mondo.
Saranno gloriose parole
E ne saranno tante,
non avranno mai fine.
Saranno più numerose delle stelle
e con esse le sostituirò;
il cielo sarà il mio volere
e la mia pancia sempre piena,
la mia fame senza fine.

Bene dunque,
nulla sfuggirà al mio passo,
non ci sarà terra non calpestata.
Nulla,
né corpi né membra,
tutto sarà schiacciato,
tutto visitato
tutto ingoiato.
E conoscerò ogni arte
ogni mistico segreto.
Avrò vesti regali
e sarò il sovrano di ogni visione.

nessuno potrà resistermi!
Sarò bellissimo,
forte e glorioso,
e da alti palcoscenici reciterò a tutti i miei monologhi.
Inventerò ogni sogno
interpreterò ogni nome
e le mie parole saranno la sola e assoluta verità,
io stesso sarò la verità!
Il solo mondo
e tutti ascolteranno
tutti mi ameranno
tutti mi temeranno.
Sarò salvo!
Sì, sarò sano!
Sarò perfetto
e tutti lo vedranno.

Vedrete tutti,
sì, ci riuscirò!
Inscatolerò i miei pensieri,
seppellirò ogni smorfia
ogni volo,
tutti i miei folli ghigni
la mia ardente quanto inutile fantasia.
Lascerò via i colori della mia mente,
le inutili dicerie
le mie patetiche follie.
Avrò solo carne e tante parole da dire,
le metterò insieme con tante mistiche rime
e vincerò guerre e crociate,
avrò numerosi trofei da inseguire
e li coglierò tutti
assieme agli astri
mentre a cadaveri insegnerò numerosi vangeli.

Vedrete tutti!
Abbandonerò ogni mio pazzo gioco,
la mia intera follia la getterò in pasto a cani addomesticati.
Resterò seduto per millenni su di un trono fatto di volti privi di zigomi
e con faccia solenne, immutabile,
li vedrò in gruppo sbranare per sempre il mio sorriso.
Non ci sarà ritorno per esso,
resterà un invincibile carne e parole solenni,
resterò seduto e ozioso
e vivrò per secoli,
vivrò all’infinito,
sarò Dio!
Il più grande tra voi imponenti Dei.

Invaderò ogni volere,
invaderò ogni vita con i miei eserciti
e tutto divorerò.
Sarò potente,
vedrete!
E i miei cavalli saranno neri,
forti
maestosi.
Ogni parola avrà il senso del metallo,
sarà pungente
invadente,
famelica e insigne.
Non ci saranno più maghi,
animali dai vivaci colori,
e la fogna non avrà più arcani segreti, secolari canti.
No, ne resterà solo il fetore!
E tutto sarà costruito con cura,
tutto sarà calcolato nel minimo dettaglio.
Tutto al sicuro vivrà abbracciato da alte mura di amianto,
e da un alto torrione di cristallo vedrò attorno alla mia solenne forma distese di cemento.
Verranno rase al suolo le nere foreste,
non ci saranno più streghe né segreti con cui giocare
e persino l’oceano verrà prosciugato da fiammeggianti ciminiere,
e il sole incatenato,
preso e chiuso in un ampolla con pesci morti, sanguinanti,
a lungo impazziti prima di toccare il fondo.
Tutto sarà al sicuro
tutto sarà conosciuto!
L’infinito sarà solo un ricordo
e la follia una blasfema invenzione,
qualcosa da dimenticare
da non pronunciare,
solo da dimenticare.

Sì, vedrete!
Sarò un severo monarca
e tutti saranno felici.
Sorrideranno come bimbi
mentre sbranerò le loro carni.
Li masticherò tra i denti,
assieme a parole
applausi e sorrisi.
Tutto sarà perfetto,
un regno di metallo,
impenetrabile
indistruttibile
e io ne sarò il Dio,
sarò il più grande di tutti,
e tutto sarà ordinato
perfetto;
come doveva essere da sempre!

Io stesso sarò perfetto
Giusto,
come dovevo essere,
vincente,
un sovrano
un artista
un condottiero
un maestro e un Dio.
Finalmente sano!

In buie miniere saranno relegati i deformi
e con essi i pazzi
gli ubriachi.
Tutti!
Tutti saranno dannati!
Saranno straziati da voci ronzanti,
non avranno tregua le loro stupide anime,
saranno decapitati mille volte
e le loro gambe saranno tagliate e gettate nei fuochi natalizi.
Non potranno muoversi,
resteranno fermi tra immani urla,
tra canti e feste
e le danze saranno per loro lame nella carne vecchia,
rugosa,
ormai dimenticata.

Tutto sarà perfetto,
vedrete!
Le danze continueranno
e così i cortei festosi,
le parole
e le gelide risate di cera.
La cena sarà salva
e tutti brinderemo assieme,
di voi sarò il sovrano,
la mia carne sarà premiata per sempre.
E sarò salvo!
Sazio,
obeso e vittorioso.
Sarò vivo
e vedrò la mia anima dimenarsi con i folli nel fango.
Sarà lontana, da me dimenticata,
non ci saranno più le sue folli pretese nella mia mente
e sarà morta, persa per sempre,
dimenticata
arsa nel dolore di folli invisibili.

Si!
La vedrò chiusa in gabbia come un crimine atroce,
non potrà più farmi male,
no
il suo silenzio non mi raggiungerà più
e avrò tante parole,
e saranno reti,
reti per pesci!
Io sarò sazio,
e ogni giorno avrò di nuovo fame
per tornare di nuovo sazio
e vomitare,
poi mangiare,
sempre sazio!
Sempre affamato
Sempre salvo.

Solo quello conta.
Solo quello deve essere!

Vedrete tutti,
vedrete L’Africa sprofondare per sempre nella terra.
Sarà ingoiata, dimenticata
e ogni viaggio sarà perso,
le gambe saranno mozzate
e ogni follia distrutta.
Sì, la carne sarà salva!
Sarà vuota
gelida
e cosparsa di marmo.
Sarà per sempre viva,
per sempre bellissima come una scultura antica.

Saranno celate vita e morte,
ogni respiro resterà un cadavere celato da un sudario di seta,
resteranno solo parole a muoversi come ragni
veloci e caotici su pareti bianche,
di bianco marmo;
mausolei gelidi per celare volti nudi,
corpi privi di vesti.

Tutto sarà per sempre perso,
ogni anima gelata dal marmo
e la mia più di tutte persa.

Tutti saremo vivi,
tutti salvi,
perfetti,
e io sovrano
re del niente,
salvo!
Vivo nel niente.

No
Ecco,
la tosse mi scaraventa al suolo.
Guardo fuori da questa finestra:
ho paura!
Parate di cadaveri con addosso gelidi sudari
Si muovono in sincronizzate marce
Stuprando la mia mente,
disgustando il mio cuore calpestato dal tempo,
soffocando ogni speranza
di un futuro fuori da queste gabbie di ronzanti monologhi.

Altra tosse,
sangue dalla bocca,
il respiro viene meno.
Io cado!
Ucciso dal mio peccato.
Ucciso dal mio delirio.
Ucciso dalla mia pretesa di non voler essere Dio.
Ucciso dalla mia colpa!
Da quel delitto a cui non so dare nome
Ma che da sempre mi tormenta
Soffocandomi
Tenendomi lontano dalle vostre feste
Sbranandomi lentamente
E ora
Lasciandomi qui
Inerme
Debole
Sotto ai vostri occhi,
nel sangue di ogni mia illusione.

Ecco l’inizio di Viola Come un Livido, romanzo pubblicato dalla Damster edizioni, disponibile nei maggiori store online.

Erano le sei e mezza del mattino, e la città cominciava lentamente a svegliarsi. I giochi delle luci del cielo che illuminavano lentamente i vecchi palazzi del centro di Napoli, mentre le luci dei lampioni andavano lentamente a sfumarsi. E quelle facce! Cristo, la gente all’alba è davvero orrenda. Sembrano di gomma! Sembrano dei corpi di gomma privi d’anima, che ciondolano lentamente, senza far trasparire un cazzo di niente dai loro patetici occhi.
Solo lavoratori per lo più. Brava gente con un posto di lavoro, inquadrati oppure a nero, ma tutti lì per strada a camminare come zombie. Tutti in fila per pagarsi da vivere, per pagarsi l’auto, la casa, il televisore, la famiglia. Un esercito di operai, impiegati, venditori di calzini, venditori ambulanti negri o Cinesi, e ancora Rumeni pronti ad andarsi a spaccare la schiena per dodici ore di fila in qualche cantiere, o gente disperata che va a cercare un lavoro per poi svegliarsi ogni mattina all’alba pur di tenerselo.
Io invece di norma all’alba ci andavo a dormire. No, non lavoravo di notte. Lavoravo a stento io.
Sei ore al giorno per cinque giorni alla settimana in uno schifoso call center. Uno di quegli scatoloni dove vengono ficcate trecento facce, tutte felici e sorridenti. Tutte intente a sorridere ad altra gente o ascoltare altra gente. Mentre a me non andava per niente né di sorridere né tanto meno di parlare con la gente.  Ma purtroppo ero uno dei tanti pezzenti del mondo. Un tipo non brillante come John Travolta né buono come John Kennedy. Un niente! Un niente come tutti al mondo, in fondo. Uno che non sarebbe mai riuscito a ficcare il proprio nome nei libri di storia, o magari anche solo ad arrivare alla pensione. Uno come tanti! Un inculato come tanti in un mondo dove il sogno Americano è solo un grosso cazzo di gomma su per il buco del culo.
Così lavoravo il meno possibile. Marcavo malattia almeno due giorni alla settimana, e qualche volta per intere settimane.
Perché? Beh, ero ridotto male a trentadue anni e con quattro anni di alcool alle spalle, e altri ancora davanti. Ma non era quello il vero motivo.
No, il motivo era semplicemente che non mi andava di fare un cazzo di niente. Niente, se non bere tutta la notte fino all’alba, masturbandomi o scrivendo racconti violenti che nessuno avrebbe mai letto.
Dunque la mattina era sempre difficile svegliarsi, a volte addirittura impossibile, e non mi restava che marcare malattia per guadagnarmi il diritto a starmene a casa senza fare un cazzo di niente. Ma comunque fosse quella mattina ero in strada, e non ci stavo di certo per andare a lavorare, come tutta la brava gente intenta ad andare a lavorare, la brava gente che affollava le strade come una massa di formiche attorno a un cadavere.
No, ero lì per una donna! In strada alle sei e mezza del mattino per una donna.
Cazzo, non avevo chiuso occhio, se non a stento un’oretta e mezza. E dunque stavo di merda. E per lo più con quattro latte di birra in corpo.
Ma andava bene!
Sì, ero per strada per vedere una donna, e dunque non poteva che andare bene. Anche se raramente, o molto più probabilmente “mai”, mi sarei messo per strada all’alba solo per una donna.
Già, le donne erano sempre un problema in fondo. Le donne chiedevano sempre agli uomini di svegliarsi presto per andar con loro al mare, a fare qualche scampagnata in un cazzo di bosco o anche solo per andare a fare jogging per strada. E a me non andava di fare niente di tutte quelle cazzo di cose.
Dunque finivo spesso per fottermi solo delle mezze pazze raccattate nei più luridi bar nei pressi della stazione centrale (proprio dove stavo) o qualche donna fidanzata o sposata, ormai insoddisfatta del gelido bravo cittadino al proprio fianco. Ma con il tempo anche quelle andavano sfumando. Con il tempo anche quelle chiedevano cose come attenzioni, telefonate, giri in centri commerciali o magari andare a qual che cazzo di mostra d’arte.
E quelle avevano sempre qualche cazzo da dire!
Sì, sempre le solite cose.
Sempre i loro sogni di cui non mi fotteva un cazzo. Le delusioni nella loro vita. Qualcuno che le aveva violentate da ragazzine o quel che un giorno sarebbero riuscite a fare grazie al proprio talento. E  personalmente non me ne fotteva un cazzo di niente dei talenti che non avevano o di chi glielo avesse piantato dentro. Di loro rimaneva solo la fica d’interessante. Ma quelle erano convinte di avere qualcosa oltre la fica; magari un cervello! Forse addirittura un’anima. E quando si accorgevano che del loro cervello o anima (inesistenti) non me ne fottesse un cazzo, ecco che mi mollavano di punto in bianco, lasciandomi da solo nel mio cesso a tirarmi qualche sega. Ed era proprio durante una sega che avevo conosciuto la ragazza che stavo andando a trovare.
Alessandra, così si chiamava. O meglio, la conobbi come Violasan. Solo dopo seppi che il suo vero nome era Alessandra.
Già, Violasan! Una ragazzina di ventisei anni davvero particolare.
La conobbi in una di quelle video chat dove gli uomini entrano per tirarsi una sega e le donne per sgrillettarsi, o forse per sentirsi volute almeno una volta nelle loro misere esistenze.
Io non volevo di certo essere voluto. No! Volevo solo tirarmi una sega. Solo che a differenza del più in quella chat non mi andava di tirarmelo guardando una vecchia o una cicciona. Cazzo, a sto’ punto meglio un porno!
Quando poi chi si vede? La piccola Violasan.
Beh, per essere bella era bella! Una ragazzina piccoletta ma dalle belle forme, dalla pelle chiara e liscia, grossi occhi verdi, labbra rosse come petali di rose e dei lunghi riccioli castani che le coprivano le piccole spalle.
Un vero amore! E in quella chat era la più ambita di tutte. Certo, tra grassone e vecchie rinsecchite non ci voleva poi tanto, ma di certo avrebbe fatto la sua porca figura anche tra molte belle ragazze. Solo che alla piccola Violasan non le andava sempre di spogliarsi.
No, mentre tutti lì in quella chat continuavano a dimenarsi smanettandosi il cazzo e scrivendo con la mano libera roba del tipo “Viola le tette, Viola il culo, Viola facci sborrare, Viola ti piace il cazzo?”, la piccola Violasan continuava a giocare con quei giochini da pc. Quelli facili! Forse ridicoli.
Così mentre se ne stava bella sorridente davanti la cam, seduta nel suo soggiorno, si sentivano solo suoni del tipo “Tin, ping, pum”, intanto ché gli altri continuavano a scrivere cose del tipo “Viola lo vuoi il mio  cazzo? Viola ti sborrerei in faccia, Viola la figa, Viola ho diciotto centimetri di cazzo solo per te”.
Solite cose! E tra un “Viola le tette, Viola la figa” e tra un “Ping, tin, tom, pum”, ogni tanto la piccola Violasan prendeva a scrivere qualcosa in quella chat. Qualcosa senza senso!
“Per favore c’è un Medium o un sensitivo nella stanza? Mi serve per una cosa seria” prendeva a scrivere. E ovviamente lì non ce ne stavano di medium o sensitivi. No, solo un branco di segaioli. E il branco di segaioli ogni volta che Violasan scriveva sta’ frase prendeva a dimenarsi riprendendo a scrivere i loro rituali “Viola tette, Viola culo, Viola figa”.
Una noia!
Ma c’è da dire che di tanto in tanto la piccola Violasan smetteva di cercare il Medium per cominciare a darsi da fare.
Cazzo, si toglieva tutto e si ficcava le dita persino su per il culo. E perché lo facesse? Nessuno lo sapeva. Era un mistero! Un vero mistero come il perché le servisse quel cazzo di medium.
Ma intanto la piccola Violasan si dava da fare a sfondarsi fica e culo a colpi di dita. Se la stantuffava come se stesse prendendo un enorme cazzo dentro, anche se di cazzi non ne guardava mentre lo faceva.
No! Continua a menarsela da sola, senza fottersene manco di essere guardata.
Se la sfondava e basta. Come a volersi accoltellare, come a volersi trapassare l’anima con le proprie dita.
Io ovviamente nel vederla me lo tiravo in mano, ma difficilmente riuscivo a venire.
Era arrapante, sì, ma ci stava qualcosa di triste nel modo in cui si ficcava le dita nella passera. Qualcosa di doloroso.
Era come se stesse piangendo, la piccola Violasan. O forse lo avrebbe fatto dopo, una volta finito di accoltellarsi il cuore con le dita.
Ma intanto noi tutti continuavamo a menarci il cazzo davanti a lei. Urlandole di tutto. Urlandole “Sei una sporca cagna, Viola. Avanti Viola che ti piace il cazzo. Violasan ti sfonderei il culo a colpi di cazzo. Viola sei solo un secchio pieno di sborra. Avanti Viola sfondatela tutta quella fica, brutta troia”. E lei continuava! Continuava a menarsela lì da sola, come se il resto del mondo non esistesse. Come se fosse da sola con se stessa, lottando con se stessa. E una volta finito, riprendeva con la solita storia, proprio come se niente fosse successo.
“Per favore c’è un Medium o un sensitivo nella stanza? Mi serve per una cosa seria. Non rispondo a nessun altro. È inutile che fingete, altrimenti vi blocco” riprendeva a scrivere. E ancora i tipi le scrivevano di tutto. E questo succedeva ogni volta che la piccola Violasan entrava in quella cazzo di chat. Che si masturbasse o cercasse il medium, tutti erano lì per la sua fica, e la piccola Violasan forse era lì per non sentirsi sola.
Anch’io c’ero, e non capivo certo a che cazzo le servisse quel dannato medium. Come non capivo perché non si sgrillettasse ogni sera invece di farlo a stento una volta ogni due o tre settimane. Ma intanto lei continuava a starsene lì ferma davanti quella cazzo di cam, facendo i suoi giochini, ascoltando musica classica o di De Andrè, mentre continuava la ricerca del suo cazzo di medium.
Beh, una sera mi ruppi per davvero il cazzo di tutta quella storia. La tipa mi arrapava parecchio, o forse volevo solo capire che cazzo cercasse in quella fottuta chat piena di porci; compreso me.
Così mi decisi a contattarla.
Da tempo vedevo cose strane a facevo sogni che alla fine si realizzavano; o meglio, incubi che si realizzavano!
Colpa dell’alcool magari! Di certo non credevo di essere un fottuto Medium tipo quella troia di Laura Casu, anche se alcuni dicevano che lo ero. Ma non ci pensai.
Decisi di contattarla, e in men che non si dica stringemmo bottone, come si suol dire.
Poi le solite cose! Parlare un po’ di me, parlare un po’ di lei. Poi discorsi sui medium e altra roba simile. I miei problemi, i suoi problemi, e alla fine, come sempre, finimmo per parlare del sesso in maniera sempre più esplicita. Così esplicita che, come spesso succede tra due sconosciuti, cominciò a sfociare tutto in una strana tenerezza.
Chissà, magari ci sentivamo solo entrambi molto soli. Fatto sta che non ci volle molto a scambiarci anche i numeri di telefono, e poi, dopo circa un mese, a fissare il nostro primo appuntamento.
Ci stava un solo problema però. Io abitavo a Napoli, e lei, Alessandra, la piccola Violasan, era di un buco di culo di nome Senigallia.
Cazzo, io manco lo sapevo che ci fosse un posto di nome Senigallia. O meglio, lo sapevo. Lo avevo sentito una volta a uno di quei corsi tenuti dai frati, di quelli dove si va per rimediare bella figa. Ma dove fosse Senigallia, beh, lo ignoravo altamente.
Solo grazie a lei seppi che Senigallia si trovava in provincia di Ancona, in un altro buco di culo di regione chiamata Marche.
Così, eccomi lì, pronto ad andare fino alle Marche. Pronto ad andare a Senigallia. Per strada, alle sei del mattino, pronto ad andare a trovare la piccola Violasan. La dolce quanto perversa Alessandra. Pronto ad andare lì per chiavarmela.
E cosa cazzo mi spingeva a farlo?
Beh, non certo solo la voglia di chiavare.
Cioè, avevo sempre voglia di chiavare, ma pur essendo alto solo uno e settanta, magro come un chiodo, con la barba sfatta e i denti marci, non ero ancora messo così male da farmi seicento chilometri solo per chiavare.
Eppure eccomi lì, di prima mattina, cosa già impossibile per me. E ancor più impossibile era lo star andando a prendere un cazzo di pullman in cui sarei dovuto stare per ben sei ore. Sei ore seduto in mezzo a una cinquantina di persone che avrei ammazzato ben volentieri. Sei ora in mezzo a decine di persone!
La morte!
Ma continuai a camminare, pensando solo alla voglia di vedere la piccola Violasan, senza neanche spiegarmelo.
Cristo, ero forse innamorato di una sconosciuta? No, non ero certo messo così male.
Eppure volevo vederla.
Curiosità! Forse solo quello. E quella curiosità continuò a farmi avanzare tra volti annoiati e incazzati che si muovevano per le strade di Piazza Garibaldi. Tra i volti amari di negri, Tunisini e Marocchini che vagavano all’alba solo in cerca di qualche spicciolo o magari di un posto dove riposare dopo una nottata in cerca di qualcuno da derubare.
Cazzo, era uno scenario agghiacciante! La gente, la gente era agghiacciante. E io non sopportavo la gente. Preferivo starmene chiuso nel mio cesso di casa a ubriacarmi, magari sentendo musica classica o masturbandomi. E invece eccomi lì in mezzo alla gente. In mezzo a quella gente delusa dalla vita ma che continuava a sperare in essa perché così era stato detto loro da qualche reclama televisiva.
In mezzo a quella gente che si spaccava ogni giorno il culo per pagarsi la vita, per poi bestemmiare ogni porco giorno davanti ai loro cari, o ai mocciosi che avevano messo al mondo.
Vite fotocopiate, pezzi di metallo che si muovevano su una grossa catena di montaggio. E io volevo solo starne fuori, ma non potevo.
No, come ogni essere umano ero costretto a stare in quel ridicolo gioco solo per tirare a campare, oppure per i miei piaceri. Ed era proprio per i miei piaceri che mi trovavo lì, tra quella gente odiata, mentre il sole prendeva a sorgere sui grossi palazzi del centro e le vetrine dei negozi attorno la grossa stazione prendevano ad aprirsi lentamente.
Cristo, persino dei dolci mantenevo con la mano sinistra, mentre camminando, con la destra mantenevo la tracolla e lo zaino ficcati sulla mia spalla destra.
Un cazzo di reduce del Vietnam con un merdoso cartoccio di dolci in mano, questo sembravo.
Ridicolo!
La sola parola giusta. Ridicolo!
Ma intanto visto che la piccola Viola aveva convinto i genitori a ospitarmi, facendomi risparmiare un bel po’ di grana (che non avevo) per dormire in albergo, beh, il minimo che potessi fare era almeno portare i tipici dolci locali; proprio come un bravo ragazzo, o un pretendente alla mano di una principessa.
Già, che fine del cazzo!
Avrei voluto buttarli per strada quei cazzo di dolci, piuttosto che camminare per strada come un ridicolo bravo ragazzo. Ma dovevo esserlo! Un bravo ragazzo, intendo.
Sì, non era carino presentarsi a casa di qualcuno e mangiare a scrocco, dormire a scrocco, e chiavargli anche la figlia. Almeno dei dolci dovevo portarli. E che cazzo!
Così lasciai stare l’idea di gettare per aria quel fottuto cartoccio e continuai a camminare come un bravo ragazzo, fino a raggiungere il deposito degli autobus.
Cazzo, la situazione non migliorò di certo. Per niente!
Lì, alle luci del sole, ormai quasi alle otto della mattina, decine e decine di persone che aspettavano il proprio cazzo di autobus. Decine di brave persone che andavano a trovare qualche parente, la fidanzata o il fidanzato, qualche amico di vecchia data, qualcuno che gli aveva promesso un lavoro, o anche solo qualche lontano prozio che stava crepando.
Io non sapevo chi stavo andando a trovare. Sapevo solo che si chiamava Alessandra, e che si faceva chiamare Violasan. Ma in fondo che importava.
Niente! Non importava assolutamente niente.
Il mondo era pieno di sconosciuti che s’incontravano e finivano addirittura per sposarsi. Dunque io non potevo andare a trovare una sconosciuta solo per chiavarmela, o magari anche solo per la curiosità di incontrarla?
Non ci pensai.
Presi il mio bagaglio e i miei bellissimi dolci e salì sul mio autobus; un autobus rosso! Un autobus guidato da un autista molto simile a George Clooney. Un autobus pieno di brava gente che voleva essere proprio come George Clooney o Lorella Cuccarini.
Io non volevo essere niente invece. Volevo solo che quel coso si sbrigasse a partire. E lo fece! Alle otto precise uno dei George Clooney lì dentro girò le chiavi nel quadro di quel bestione rosso facendolo cominciare a muovere, e ficcandolo per strada con tutti gli altri George Clooney lì dentro. E io cominciai a maledire l’idea di essere partito. Ma ormai era fatta! Ormai avevo pagato ben cinquanta euro di biglietto e dodici di dolci, dunque non mi potevo più tirare indietro.
Cazzo, era davvero un dramma però. Sì, non avevo dormito e stavo male di brutto. La pancia mi bruciava, e man mano che quel coso prendeva velocità la nausea cominciava a crescere in me.
Cristo, che cazzo avrei fatto, vomitato sulla grassona davanti a me?
No, sarebbe stata davvero una figura del cazzo!
Intendo, costringere tutta quella gente a farsi un viaggio nel tanfo di vomito solo a causa mia.
Beh, magari sarebbe stato anche divertente, ma cercai comunque di trattenermi. Di trattenermi mentre quel coso continuava a correre veloce per l’autostrada, fermandosi di tanto in tanto in qualche paese per raccattare dell’altra brava gente.
Io ero al posto numero ventisette, e a una di quelle cazzo di fermate mi toccò finalmente il mio caro compagno di viaggio.
Una suora! Una vecchia suora alta sì e no uno e cinquanta. Scheletrica, e completamente vestita di bianco.
Cristo di un Dio, sembrava un fantasma quella vecchia troia lì seduta al mio fianco. E per fortuna non disse niente.
No, la puttana prese subito sonno, mentre io continuavo a girarmi su me stesso. Lì seduto, tenendo gli occhi chiusi e cercando di dormire per non pensare ai sensi di vomito e alla tremenda voglia di fumare.
Per fortuna il viaggio non durò molto. O almeno, durò ben sei ore e mezza. Sei ore e mezza che a me sembrarono un secolo. Una vera Odissea!  Ma alla fine anch’io sbarcai a Itaca. E quando arrivai, mi toccò un altro viaggio. Un treno in cui ficcarmi dentro per arrivare da Ancona fino a Senigallia.
Cazzo, avrei voluto tanto bere. Bere e strafarmi alla grande. Ma non potevo!
Mi toccava di chiavare una volta lì, e a detta della piccola Alessandra mi sarei dovuto dare un gran da fare per soddisfarla.
Sì, lei come me non voleva legami, solo che avendo la fica tra le gambe poteva passare da un cazzo all’altro quando le pareva.
Ultimamente si stava sbattendo un tipo di Milano, e mi mandò persino un video mentre le tirava un pompino. A me onestamente sembrava che ce lo avesse bello piccolo, e dalle cose che diceva nel video, sembrava anche il tipico patetico individuo che senza una chat non avrebbe mai rimediato della fica. Quei cazzoni che parlano di amore e cose varie alla prima stronza incontrata per strada, per poi fingersi dei super duri con qualche disperata incontrata su di una chat.
Solita roba!
Boh, chissà come l’aveva convinta a dargliela. Forse semplicemente Alessandra era annoiata, o magari ninfomane. E soprattutto nel caso di questa seconda ipotesi avrei dovuto essere in forma per lei. E dato che ero un alcolizzato non mi restava che non bere, per chiavarmela almeno tre volte al giorno a dovere.
Ci riuscii!
Il treno entrò in stazione senza che io toccassi un goccio. E appena entrò in stazione la vidi.
Sì, era lei! La piccola Violasan.
Cazzo, era così strano vederla lì, reale, in carne e ossa.
Era come vedere una di quelle tipe viste in televisione. Una persona che si vede sempre, senza percepirla come reale. Senza pensare che anche lei sceglie dei vestiti prima di uscire di casa. Anche lei si lava i denti. Anche lei sputa, rutta, suda, caga o piscia. Ma la piccola Violasan era lì davanti a me, oltre al finestrino del treno, a sì e no cinque metri da me, appoggiata contro un muro della stazione. Lì, con degli stivaletti neri dal tacco alto, un legginfs nero coperto da una lunga maglia viola chiaro che le cadeva sui fianchi. Bella, timida e incuriosita, mentre il treno continuava a entrare nella stazione, portandomi via da lei e dai suoi riccioli castani che volavano al vento di Settembre.
Il treno si fermò. Finalmente, quel pezzo di ferro schifoso si fermò, e io scesi lentamente da esso, mettendomi a camminare sul pavimento di pietra della stazione, verso la piccola Violasan.
Cazzo, era tutto così strano!
Che ci facevo lì? Che centravo io in quella cazzo di situazione? Ero mica Rhett Buttler, io? E in fondo Violasan non era di certo Rossella O’Hara.
No, solo una ragazzina annoiata, forse.
Magari era pazza, forse solo troia o ninfomane. Forse era un’aliena, o magari un’anima errante rimasta sulla terra, o per davvero una ragazza diversa dalle altre.
E chi erano poi queste “altre”?
Non lo sapevo! E non sapevo neanche verso cosa stessi andando in contro.
Già, probabilmente me lo avrebbe staccato a morsi con un pompino, o forse mi avrebbe portato a casa sua per farmi fuori con una motosega e ficcare i miei pezzi in una cella frigorifero per poi offrirli come arrosto ai propri ospiti durante le feste comandate.
Era possibile! Certe cose succedono per davvero al mondo. Cose come banchieri che invitano giovani ragazze nei loro loft al Vomero, per poi violentarle e dopo tagliar loro la fica per usarla come soprammobile. O ancora casalinghe annoiate che invitano in casa giovani prestanti, per chiavarseli e poi scioglierli in una vasca piena d’acido. O famigliole che accolgono barboni dalla strada, per poi cuocerli vivi e offrirli ai propri ospiti a natale.
Sì, succedevano per davvero certe cose. E la piccola Violasan cosa mi avrebbe fatto? Forse mi avrebbe solo scopato. Forse mi avrebbe fatto innamorare. Forse mi avrebbe ucciso. Forse mi avrebbe portato su Marte.
Non lo sapevo! Ma sapevo che lei era a pochi passi da me. Lì, come qualcosa d’inventato improvvisamente. Qualcosa rapito da un altro mondo e portato lì da me. Qualcosa d’irreale, immateriale, che magari sarebbe stato al mondo giusto per quei due giorni lì a Senigallia, per poi sparire chissà dove.
Sì, forse era solo una delle tante scopate, o forse no. Magari era niente! E cominciando a fottermene, mi avvicinai a lei, passo dopo passo, attraversando decine di persone intente a uscire da quella stazione per recarsi ai propri affari: ai propri lavori, alla propria gente da andare a trovare. E la piccola Violasan uscì dall’angolo del muro dietro cui stava. Si voltò. Mi guardò avvicinarmi e sorrise.
Io la vidi lì ferma, immobile, con i capelli che volavano al vento tiepido di Settembre.
Avanzai verso di lei. Avanzai lentamente. Forse facendo anche il gradasso; lì, con la mia giacca di pelle nera e il mio panama nero, quasi a voler imitar quel frocio di Danny Zucco o Rocky Balboa.  Anche se in verità non mi fotteva né di quella checca gelatinata di Zucco né tanto meno di quel coglione senza palle di Balboa.
No! Me ne fotteva solo di raggiungere la piccola Viola, e manco ce lo sapevo il perché a dire il vero.
Forse volevo scoparla, forse volevo annusarla, forse volevo sbranarla.
No, non lo sapevo! E manco quando la raggiunsi seppi per davvero quel che volevo da lei.
Rimasi lì a fissarla qualche istante. Forse un secondo, forse cinque. Un tempo così breve, ma così lungo allo stesso tempo che mi sembrò di poter vedere il vento muoversi tangibile tra i suoi capelli.
E lo vidi quel cazzo di vento! Lo vidi tra i suoi riccioli che volteggiavano nell’aria come un manto, forse un sudario, mentre lei tenendo lo sguardo basso mi fissava timidamente; sorridendo!
Le presi la mano. Lei alzò di più lo sguardo e sorrise.

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Il primo capitolo di LASCIAMI ENTRARE, romanzo pubblicato dalla Damster edizioni, disponibile in formato ebook nei migliori store online.

I
La luce giallastra di un vecchio neon tondo illuminava quella sala, una piccola sala dalle pareti bianco sporco. Uno di quei depositi situati sotto un palazzo.
Cristo, ci stavano ancora i segni delle pedane su quel pavimento grigiastro. Chissà, magari prima ci tenevano cose come casse di frutta, casse di pasta o casse piene di giocattoli e altre cazzate Cinesi. O magari quel posto era stato usato come deposito di coca e hashish dalla mala Nigeriana, oppure quella Russa.
Era arrivato il nostro turno, invece. Il turno di tutti noi. Il turno di dodici bravi apostoli che se ne stavano ad ascoltare le cazzate del nuovo Gesù Cristo di turno.
Cazzo, ci stava un tanfo di sudore misto a quello di segatura lì sotto, e nessuna finestra che facesse andare via quella dannata puzza.
Ti entrava  fin dentro alle narici, stordendoti. Quella stanza ne era satura, ed eravamo noi a emanare quel tanfo. Tutti noi, lì seduti in cerchio ad ascoltare quello stronzo di Gesù Cristo.
“Stasera, prima di salutarci, vorrei che qualcuno di voi condividesse con il resto del gruppo i progressi fatti” disse Cristo. Un uomo come tanti. Un uomo né alto né basso, né magro né grasso, né calvo né con una folta chioma a tipo Johnny Deep o Macho Man Randy Savage.
Sembrava uno di quegli assicuratori d’auto andati in pensione anticipatamente, e che passava il suo tempo a curare il giardino della sua casa presa con il mutuo, lavare la sua auto, fare modellini di velieri o giocare a scacchi con qualche altro cazzone del suo stampo.
Stavolta però toccava a noi. Stavolta eravamo noi il suo hobby per non suicidarsi dopo essere andato in pensione.
Noi, dodici rammolliti lì per un solo scopo. Dodici inutili teste di cazzo lì solo per disintossicarsi dall’alcool.
Beh, anche Cristo aveva detto d’essere stato uno di noi.
Si sa, in fondo è sempre stata la tattica di Gesù far  credere al mondo di essere stato come ogni banchiere, avvocato, disoccupato, drogato o macellaio. E lui era come noi! Cristo in passato se l’era  vista brutta andando quasi in depressione dopo aver beccato sua moglie con un collega di lavoro, a scopare proprio nel loro bel letto matrimoniale.
Aveva divorziato e preso a bere. Bicchiere dopo bicchiere. Bottiglia di whisky dopo bottiglia di whisky. Al punto di rischiare di perdere anche il suo bel lavoro.
Ma ce l’aveva fatta! Sì, Cristo era uno in gamba, ed era pronto ad aiutare anche noi.
“Allora, Rino, che ne diresti di parlare tu?” fece Cristo verso uno di nome Rino. Un grassone alto un metro e novanta, lì seduto accanto a me.
Rino si guardò attorno. Tutti guardarono Rino, e anch’io feci finta di guardare Rino, ma la sua enorme e tonda faccia piena di barba riccia e nera mi nauseava.
Così abbassi lo sguardo. Rino si alzò in piedi. Si alzò in piedi come per tenere un discorso davanti alle nazioni unite. E le nazioni unite fissavano con aria compiaciuta il loro nuovo Obama. Quel presidente dalla aria rincoglionita e con addosso un vecchio blu jeans e una di quelle camice di lana a quadri rossi e neri, coperta a malapena da un vecchio giubbotto di pelle marrone.
“Ehm, ciao. Molti di voi già mi conoscono. Per chi non mi conosce, sono Rino. E sono un alcolista” disse Rino.
Cristo sorrise.
“Ciao Rino” dissero in coro e con fare annoiato il resto degli apostoli, compreso me.
Poi mi scoppiò una sorta di risatina, ma riuscii a camuffare la cosa fingendo un colpo di tosse.
Rino si voltò di qualche centimetro verso di me.
“Non fare lo stronzo” bisbigliò.
Io tossii ancora. O meglio, feci ancora finta di tossire, per coprire la mia risata.
Rino tornò a guardare la folla. Il pubblico attendeva il suo show.
“Avanti, Rino” fece Cristo.
“Ehm, beh… ieri ci sono andato molto vicino” riprese Rino, guardando quella folla di scemi che lo fissavano sorridendo “Ero a casa senza niente da fare. Giornata di riposo in fabbrica, il momento più duro della settimana! Il momento in cui ti trovi da solo con i tuoi demoni. Così mi ero prefissato di fare tante cose. Di chiamare qualche vecchio amico, di andare in giro. Invece niente! Me ne sono stato a casa tutto il giorno. In pigiama, a guardare la televisione. Trasmettevano un film con Gary Oldman e Sean Penn, un film in cui quei due facevano la parte di due vecchi amici Irlandesi. E quei due bevevano, bevevano, bevevano e fumavano in ogni dannato bar. Così ho avuto voglia! Sì, mi son detto, ora esco, esco e m’infilo nel primo bar che trovo. E l’avrei fatto! Oh cielo se l’avrei fatto”.
“E poi cos’è successo?” chiese Cristo con il suo fare gentile. Con quel suo fare da primo della classe.
Rino abbassò la testa lentamente. Fissò i suoi enormi piedi ficcati in degli scarponi marroni, e quasi si mise a piangere.
“Poi… poi, poi ho pensato a quanto avrei deluso tutti. A come non avrei potuto più guardare nessuno di voi negli occhi. E così ho resistito! Sì, ho spento la televisione, mi sono lavato e vestito e sono uscito.
Sono andato in giro per Napoli. In giro per le strade del centro, cercando di evitare qualsiasi bar della zona. E ci sono riuscito!”.
A quelle parole ci fu un attimo di silenzio. Alcuni guardavano Rino sorridendogli. Alcuni lo guardavano con aria triste, come a voler piangere. Altri non lo guardavano affatto.
Io era tra quelli che non lo guardavano. Me ne stavo lì seduto a guardare il mio orologio che segnava le sette e mezza di pomeriggio, mentre il buon Gesù continuava a fissare con aria compiaciuta il caro Rino.
“Grazie, Rino” fece Cristo.
Rino tornò a sedersi, Cristo si alzò in piedi in tutta la sua gloria.
“Allora” riprese a dire “Voglio che per domani scriviate cinque nomi di persone o di cose capaci di farvi venire in mente l’alcool, e cinque nomi che invece vi fanno venire voglia di non bere”.
Tutti annuimmo. Tutti eravamo servi di Gesù Cristo. Tutti avevamo voglia di salvare noi stessi e il mondo intero, lì in quell’umido scantinato illuminato solo da quelle orrende luci giallastre.
Poi qualche saluto, qualche chiacchiera, qualche consiglio dato dal nostro buon maestro.
Lentamente uscimmo tutti, salendo delle vecchie scale di marmo grigio. Marmo probabilmente una volta bianco.
Rino venne dietro di me. Lo conoscevo già da tempo a Rino. Era stato lui ad aiutarmi a trovare lavoro come operaio in una fabbrica siderurgica.
Tredici mesi a piallare pezzi di metallo o pressare lamiere che sarebbero diventate cose come un tostapane, un fornetto a microonde o un vassoio da caffè. Tredici mesi a fare cose che avrebbero reso felici molte persone.
Purtroppo venni licenziato a causa del mio vizio di bere.
Quando ci si ubriaca tutte le notti, e spesso fino alle cinque o sei del mattino, difficilmente si riesce ad alzarsi per andare a lavoro. Ma per fortuna era stato lì più di un anno. Dunque avevo diritto alla mia disoccupazione.
Già, otto mesi di paga ridotta data dallo stato. E avevo ancora tre mesi di tempo prima di dovermi dare da fare a trovare un lavoro, così da non finire sotto i ponti o con il tubo del gas ficcato in bocca.
Rino invece sembrava resistere in quel cazzo di lavoro. Come faceva non lo sapevo mica, pensai, mettendomi con lui per strada, e lasciando ancora una volta i nostri amici apostoli.
Mi ficcai una Marlboro in bocca e l’accesi. Abbottonai la zippo del mio giubbotto di pelle nera e sistemai il cappello di lana sulla mia grossa testaccia rasata.
Rino si accese anche lui una sigaretta, dandomi un’occhiata mentre camminavamo per strada, in un vicolo a due passi da Piazza Garibaldi; la stazione centrale di Napoli.
“Tutta quella cazzo di birra ti ha fatto mettere su pancia” mi disse.
Io scossi le spalle. Sì, aveva ragione! Non era alto più di uno e settantacinque e avevo le spalle piccole, ma l’alcool mi aveva fatto crescere una pancia come una donna incinta al terzo mese.
Cazzo, ero la prima donna con i peli in petto e una schifosa barbaccia sulla faccia.
Chissà, magari ce ne stavano anche altre, ma per mia fortuna non ne avevo mai conosciute.
Non chiesi a Rino se ne avesse conosciute o meno di donne barbute, mentre uscimmo dal quel vicolo semibuio, ficcandoci in un vicolo più grande. Un vicolo proprio alle spalle di quella grossa piazza che ospitava la stazione di Napoli. Quella piazza piena di puttane che la davano via per una ventina di pezzi, Marocchini e Tunisini pronti a uccidere chiunque, Rumeni che si ubriacavano con vodka da discount, e barboni che dormivano sotto i portici dei costosi palazzi pieni di brava gente.
Noi invece eravamo nella zona dei pezzenti. In quel vicolo dove in antichi palazzi prossimi al crollo vivevano anche dieci persone in un solo appartamento. Antichi palazzi illuminati a stento da quei pochi lampioni sotto i quali ci muovevamo come blatte, passando davanti a cassonetti della mondezza o grasse Nigeriane che la davano via per soli dieci pezzi.
Una cercò anche di abbordarci… come sempre!
“Tu fare amore, bello? Io bocca fica dieci euro” disse la cicciona verso me e Rino.
Io sputai per terra, Rino continuava a parlarmi di un tipo di nome Nicola, e di come questo Nicola una volta fosse riuscito a farsi tre troiette diciassettenni in una sola volta.
La negra ci mandò a cagare, e continuò a urlare finché non sparimmo in un altro vicolo. Un vicolo più buio di quello.
Camminammo fino ad arrivare al mio palazzo. A un decrepito palazzo di sei piani.
“Certo che ne hai dette di stronzate stasera lì all’incontro. La cosa sul film con quei due poi meriterebbe l’oscar per la stronzata del secolo” feci verso Rino.
“Bah, quello mi sta veramente cominciando a stare sul cazzo. Lui e tutte le sue stronzate zen. Cristo! Siamo alcolizzati, mica intellettuali o roba del genere. Cioè, non è che voglio trovare il Nirvana. Quello invece che fa? Ci fa parlare come froci e ci da persino i compiti da fare a casa”.
“Hai già in mente cosa scrivere?”.
Rino scosse le spalle e si accese un’altra Camel.
“Beh, io salgo, che più tardi devo chiamare Anna. Vuoi salire per un paio di birre?”.
“Cazzo, un paio di birre, come no! Come se non ti conoscessi. Se vengo su da te, soprattutto dopo le stronzate che mi ha fatto dire quel finocchio, come minimo ci spariamo dieci latte a testa”.
“E cosa ci sarebbe di male?”.
“Uhm, te la fai facile. La tua donna non vive qui a Napoli. Invece Mirella domani ha il mio stesso turno in fabbrica. E Dio! Quella è una maestra ad accorgersi quando ho un dopo sbornia”.
Io sorrisi. Sì, quelle donne ci tenevano per le palle! Ma a quasi quarant’anni, e ridotti come due barboni, potevamo dirci fortunati ad avere una scopata assicurata.
“Okay, ci si vede domani al corso allora” ripresi, aprendo il vecchio portone del mio palazzo.
“A domani” rispose Rino, alzando la sua enorme mano e voltandosi, prendendo a sparire al di là del vicolo.
Io entrai nel mio palazzo. Entrai in quel grosso palazzo di sei piani. Quel palazzo di pietra grigia. Quel palazzo in rovina. Quel palazzo senza neanche un portone.
Avanzai in un androne semibuio. Un androne illuminato a stento dalla luce di un vecchio neon.
Un gruppo di mosche, moscerini e falene danzavano attorno a quel neon tondo e polveroso ficcato in cima a quell’arco dove un tempo ci stava un portone.
Non erano diversi da ogni altro essere umano.
La cosa mi fece sorridere. Mi fece sorridere amaramente, mentre abbassando la testa ripresi la strada verso casa. Ripresi a camminare lì in quell’androne di pietre di tufo. In quell’androne umido, dove non ci stavano nomi attaccati sulle cassette della posta. In quel palazzo dove nessuno avrebbe mai ricevuto una lettera, se non le bollette da pagare o un’ingiunzione di sfratto.
Decisi di ignorare eventuali bollette ficcate nella mia cassetta senza nome, o magari la lettera di un qualche padrone di casa incazzato.
Andai avanti in quel palazzo, finché non venni colpito da alcuni rumori. Da dei rumori familiari!
“Ti piace prenderlo, vero, vacca?” fece una voce rauca, da dietro una colonna di tufo.
E ancora gemiti. Dei gemiti volgari. Dei gemiti fasulli.
Io avanzai aguzzando lo sguardo, già pronto a tirarmi una sega davanti a quella scena.
Ma quello era l’inferno! E nell’inferno non potevano mai esserci buone notizie.
Cristo, solo una cicciona! Una negra di un quintale, in piedi, appoggiata contro un muro di tufo, mentre un vecchio smilzo le stringeva quelle chiappe come canotti, piantandoglielo dentro tra tutto quel lardo floscio.
Uno schifo!
Il lardo nero di quella vacca dondolava come gelatina a ogni botta di cazzo. E magari quello stronzo glielo aveva ficcato in qualche rotolo di lardo, tanto era grassa quella nauseante balena.
Ma lui niente!
No, il tipo sembrava l’uomo più felice del mondo, mentre ansimava stringendo quell’ammasso di lardo. Mentre si dava da fare a sbatterglielo dentro, e lei fingeva di godere, facendo quasi cadere quel vecchio palazzo con il peso del suo enorme corpo.
Poi lui sembrò venire.
Affondò le sue scheletriche dita in quei cuscini di lardo nero, e alzò lo sguardo al cielo.
Io presi a salire le scale, lasciandoli alle loro cose. Lasciando il vecchio alla sua effimera gioia, e la grassona ai suoi dieci pezzi da incassare.
Non ero messo così male da tirarmi una sega davanti una cicciona come quella, e in fondo a casa avevo una collezione di porno che mi attendeva.
Così continuai a salire le scale, fino a raggiungere il secondo piano.
Cristo, avevo l’affanno. Solo due piani e avevo tosse e affanno.
Che cazzo potevo aspettarmi fumando due pacchetti di sigarette al giorno e bevendo come un marinaio Russo? Forse di ballare la samba o alzare pesi come un dannato Lue Ferrigno?
Certo che no! A volte a stento riuscivo a camminare. Ma per fortuna ce l’avevo fatta. Per fortuna ero lì, davanti alla mia schifosa porta di casa. Davanti a quella porta di legno marcio. Quella porta senza targhetta, proprio come tutte le porte in quel merdoso palazzo.
Aprii la porta senza pensare al mio nome né alla targhetta che non c’era, desideroso solo di stare da solo. Solo di ubriacarmi e tirarmi una sega. Solo di dimenticare il mondo, finché avrei potuto. Almeno per una notte.
Entrai in casa. Era buio, e un odore di muffa mi entrò fin dentro alle narici.
La mia mano si mosse in quel buio, tra quel tanfo di muffa, e trovò un interruttore.
La luce di un neon illuminò un corridoio lungo un sei metri. Un corridoio dalle pareti di un bianco ormai simile a un ridicolo giallino.
Anna me lo diceva sempre che avrei dovuto dare una pittata a quella casa. Ma per fortuna lei non viveva con me. Per fortuna lei veniva a Napoli solo una volta al mese, vivendo a Rende; un buco di culo in Calabria.
Questo mi permetteva di fare cose come non pulire casa per settimane, mangiare per due giorni sempre la stessa cosa, pisciare in bottiglie o nel lavello (anche se avevo promesso ad Anna di non farlo più), e ovviamente ubriacarmi fino a notte fonda, fingendo di mettercela tutta per disintossicarmi da quella roba. Proprio come faceva Rino con la sua Mirella, e forse la metà di quegli stronzi in quel merdoso gruppo.
Beh, ci stava anche la pecca del non poter chiavare ogni giorno, ma ci stavano sempre i porno, e qualche volta, molto raramente, riuscivo anche a beccare qualche fica da fottere. Anche se spesso quelle chiedevano qualcosa in cambio.
Chissà, magari anche Anna mi raccontava un sacco di balle, pensai andando verso la mia cucina, una piccola e merdosa cucina piena di mobili dalle ante mezze rotte e piatti sporchi ovunque.
Cristo, le mosche ci facevano una festa lì dentro, tra pentole e piatti sporchi.
Le lasciai fare!
Non rovinai il festino delle mie amichette nere. Raggiunsi il frigo, mi feci due toast con prosciutto e presi una confezione da sei di birre.
Andai nella mia camera da letto. Nel nido d’amore dove da sei mesi vedevo la mia piccola Anna. Da dove da sei mesi, scopavo la mia piccola Anna, almeno per tre giorni al mese.
Lei non c’era, dunque il nostro regno d’amore era ridotto a un cesso peggiore di ogni cesso di una qualsiasi orrenda stazione.
Vestiti ovunque. Piatti vuoti, bottiglie di vino e latte di birra vuote, e mozziconi di sigarette sparsi un po’ ovunque.
Gettai la confezione da sei di birre sul letto. Sei Tennent’s Super doppio malto.
Mi ficcai in bocca quel che restava del secondo toast e lo mandai giù. Poi mi ficcai ancora una Marlboro in bocca, l’accesi, e afferrai una di quelle birre da sopra al letto. Da sopra a quel lercio materasso coperto a stento da un lenzuolo e una coperta.
Diedi un sorso alla mia birra e sorrisi. Sorrisi in maniera cinica, quasi a voler pisciare sul mondo intero.
“Quel frocio di Marcello” dissi tra me e me, riferendomi a Gesù Cristo.
Andai verso la sola finestra in quella stanza. Una finestra che stava quasi sempre chiusa.
Stranamente l’aprii!
Non sapevo bene perché. Non mi andava di vedere il mondo. Non mi andava di vedere gente. Non mi andava di vedere tutta quella gente che andava avanti e indietro nelle loro auto, illuminando la notte con quei cazzo di fari, e devastando il silenzio con le merdose musichette che uscivano da quelle schifose auto.
Eppure ero lì, alla finestra, guardando come ipnotizzato un palazzo di fronte al mio. Un palazzo a meno di dieci metri dal mio.
Cosa stavo guardando? Niente! Un cazzo di niente.
Ero come immobile innanzi alla mia vita. A quella mia vita paralizzata. A quella mia vita senza speranze. Quella vita nella quale non avrei mai trovato fama né ricchezza. Dove non sarei mai stato affascinante come Sean Connery, brillante come George Clooney o profondo come Osho.
Non avrei mai conquistato il mondo come Hitler, né avrei condotto mille uomini in chissà quale cazzo di battaglia.
No! Con ogni probabilità Anna mi avrebbe lasciato, accorgendosi del fallito che ero.
Con ogni probabilità sarei finito sul lastrico. Senza un soldo, senza voglia di fare un cazzo, solo con la voglia di bere e di scopare; sudando per la prima cosa, impotente innanzi il non poter soddisfare la seconda.
Ma intanto Anna c’era ancora. Anna era lì, Anna era con me. Anna prese a urlare nella mia tasca.
Diedi ancora un sorso alla mia birra e la poggia sopra una vecchia scrivania piena di bottiglie e pacchetti vuoti di sigarette, e un computer stracolmo di porno.
Tolsi Anna dalla tasca e la piazzai accanto alla bottiglia, poi tolsi cappello e giubbotto e li ficcai sulla sedia davanti alla scrivania.
Afferrai Anna e avvicinai il mio volto al suo, come per baciarla.
Pigiai il tasto verde.
“Amore” dissi, come il migliore dei fidanzati. Come se fossi Dawson Leery o Romeo Montecchi.
“Tesoro” rispose lei, con la sua bella e arrapante voce calda, forse mentendo come me.
Mandai giù altra birra, attento a non farmi sentire da lei. Da lei a cui avevo giurato di diventare un bravo ragazzo. Proprio una sorta di Alexander De Large dopo la cura Ludovico Van.
“Come è andata la giornata?” le chiesi, sedendomi sul letto e finendo la mia birra.
Lasciai la bottiglia sul pavimento e accesi un’altra cicca.
“Oh, un inferno!” rispose lei “Ho lavorato fino alle sette. Sai, stavo per chiudere la contabilità della signora Sposato, quando ecco, non arrivano altri due fornitori?
Cielo! Mi hanno fatto perdere quasi mezz’ora con le loro dannatissime fatture”.
“Mi spiace piccola. Mi spiace!”.
“E dopo il lavoro, di corsa al supermercato. Pensa, non ho fatto in tempo neanche a prendere da mangiare per i gatti, o anche solo qualcosa per me. Tanto che, pur di non fare tardi, ho preso un tramezzino al volo come cena. Uno schifo!
E poi sai, ti ricordi della cassiera di cui ti parlai?”.
“Certo, com’è che si chiama?” dissi fingendo di ricordarmi di quella cassiera.
“Francesca! Francesca la pazza, come la chiamo io. E quella non mi tiene dieci minuti a parlarmi dei suoi mobili nuovi?
Cioè, dico io, ma cosa me ne può fregare a me dei suoi mobili nuovi! Che poi da quel che mi ha detto ha preso tutta roba classica. Di un pacchiano!”.
E poi via con il portiere che voleva parlarle di sua figlia e di come non andasse bene a scuola. Ancora la sua amica, una certa Tania, una tipa che l’aveva fermata tra le scale raccontandole del suo nuovo ragazzo.
La sua vita minuto per minuto! Anna Infusino minuto per minuto. E a me non fotteva un cazzo di lei e della sua vita. Non mi fotteva un cazzo del suo lavoro, della cassiera stronza, né del portiere coglione.
Avrei solo voluto continuare a bere, e ascoltarla il meno possibile, ma non così poco da perdere la mia scopata assicurata.
Solo che lei non ne voleva proprio sapere di smetterla di parlare
E continuava, continuava e continuava. Continuò, finché non arrivò a qualcosa d’interessante.
“Sai amore, ho appena fatto in tempo a spogliarmi prima di andare in palestra” mi disse.
E stavolta fui io a sorridere, mollando un sorso alla mia seconda birra.
“Sul serio?” dissi, poggiando la birra per terra e ficcandomi una mano sul cazzo.
“Amooore” fece lei sorridendo con aria maliziosa. Compiaciuta d’essere desiderata, proprio come ogni donna.
Lo tirai fuori di colpo. Era grosso, era duro, e la cappella era bagnata.
Lo strinsi in mano e lo scappellai.
“Sai cos’ho qui per te?” dissi.
“Sei proprio un porcellino” fece lei ansimando.
“Uh, è così grosso!”.
“Oh, è duro?” disse gemendo.
“Sì, è duro! Ed e tutto per te amore mio. Non lo vorresti prendere in mano ora?” le dissi, cominciando a smanettarmelo.
“No… no, lo voglio in bocca!- ansimò ancora.
Io sputai la sigaretta sul pavimento, prendendo a smanettarmelo con più foga.
“Apri la bocca allora”.
“Ah, sì… sì” fece lei, ansimando sempre più forte. Godendo come se le stessi smanettando la passera.
Poi  fece un piccolo sorriso. Uno di quei sorrisi che si fanno solo durante una scopata.
“Ho la mano sulla fica. È tutta bagnata” disse.
“Allarga le cosce, micetta”.
“Oh, sono aperte. Ti voglio. Ti voglio!” gridò, gemendo.
“Ora ti entro dentro, piccola. Lo senti, lo senti come sta entrando?”.
“Oh, sì. Sento che mi stai aprendo! Tony, mi stai aprendo tutta”.
“Ora te lo ficco dentro”.
“Sì, sì, dammelo tutto”.
“Eccolo!” urlai menandomelo più forte. Scappellandolo selvaggiamente.
“Sì… Tony, ho tre dita in fica. Sono fradicia!”.
“Oh, sì… sì micetta, senti come te lo sbatto dentro”.
“Oh, lo sento, lo sento! Me la stai rompendo amore. Dammelo tutto! Dammelo tutto fino alle palle”.
“Sì, sì. Senti come ti sto scopando? Lo senti come ti scopo?”.
“Sì… sì. Scopami! Scopami. Scopami amore”.
E continuai a scoparla!
Continuai a scoparla da quel telefono. Continuai a smanettarmi il cazzo, attirato dai suoi gemiti, sentendo quasi il profumo della sua pelle. Quel profumo simile alla vaniglia.
Sentivo i suoi gemiti, lei sentiva i miei, e muovendo la mano sul cazzo sentivo la sua fica fradicia avvolgermelo. Quella sua fica calda, bagnata e morbida risucchiare il mio grosso cazzo.
“Oh, amore, sto venendo!” urlò lei, muovendo con più forza le dita dentro la sua passera.
“Voglio sborrarti dentro! Voglio venirti in corpo, amore” strillai, tirandomelo sempre più forte.
“Godo, godo… godo!”.
“Oh… amore, eccomi!”.
“Sì… oh… sì, sì… Tony, Tony”.
“Vengo!” urlai, ed ecco della densa e bianca sborra sprizzare dalla mia cappella violacea.
Lei lanciò un grido in aria, tenendosi ficcate le dita nella fica, come a volersela squarciare.
La mia sborra prese a colare sulla mia maglia e sul mio cazzo, mentre me ne stavo lì a sentire i suoi gemiti. Lì con il cazzo pulsante. Lì, con la sborra sulla mia maglia.
Mi tirai su, mentre lei ancora ansimava. Afferrai la birra e le diedi un sorso, poi accesi un’altra Marlboro.
“Quanto ti amo,tesoro mio” disse lei, ancora ebra di piacere. Ancora ansimando.
“Anch’io ti amo, piccola mia” le risposi, fottendomene di lei e dell’amore, lì in piedi, con il cazzo che andava ad ammosciarsi, poggiandosi sul mio jeans e macchiandolo di sborra. Lì, sapendo che di persona non avrebbe mai detto simili porcate. Che a stento mi avrebbe dato qualche bacio sul cazzo, facendosi poi sbattere alla missionaria.
Poi successe qualcosa.
“Oh Cristo!” urlò lei. “E’ tardi, tardissimo!
Amore, amore, devo andare. Devo andare assolutamente o farò tardi”.
“Okay, non ti preoccupare”.
“Ti prego, non volermene, ma se faccio di nuovo tardi in palestra, chi lo sente poi a Ramon”.
“Non ti preoccupare amore. Mandami solo un messaggio quando torni. Okay?” le risposi, felice che dopo quella sborrata lei non avesse preso a rompermi con altri dettagli sulla sua giornata o sui suoi sogni, anche se sapevo che con ogni probabilità Ramon glielo avrebbe piazzato dentro al posto mio.
Così ci salutammo, dicendoci altre parole dolci, e scambiandoci giuramenti di amore eterno.
Lei aveva goduto, io avevo goduto, forse tra poco Ramon avrebbe goduto, e io ero libero. Dunque tutto andava bene!
Sì, tutto andava bene, tranne una cosa. Una piccola cosa.
Cazzo, di norma passavo la notte a tirarmi una sega lunga anche tre o quattro ore. Masturbandomi su film porno o sulle foto di qualche ragazza comune presa da internet.
Mi arrapava sborrare sulla “cosiddetta ragazza della porta accanto”, e di chiamarle “troie, puttane, cagne”, o in qualche altro modo dolce. Solo che dopo quella sborrata mi sentivo al quanto stanco. E la seconda birra era già andata, lasciando spazio alla terza.
Per Dio, cosa cazzo avrei fatto tutta la notte?
Non mi restava che continuare a bere e a fumare, magari vedendo qualche film horror, o cercando qualche stronza in chat da registrare. Mettendo un po’ di fica da parte per i momenti in cui Anna non ci fosse stata.
Quando ecco un rumore provenire da fuori la finestra della mia stanza. Ecco il rumore di una persiana che si alzava.
Cazzo, era proprio quello che ci voleva. Sì, quella troia! Pensai, andando di scatto verso la finestra.
Sofia, così si chiamava la puttanella. Un mocciosa di diciotto  anni che abitava proprio di fronte a me con la sua bella famigliola. Una troietta dalla pelle chiara, culo sodo, grosse e carnose bocce e lunghi riccioli neri che avvolgevano il suo viso da porca.
Una scopata pazzesca!
Già, quante volte avevo pensato di attenderla di notte nell’androne del suo palazzo. Attendere che venisse accompagnata da qualche stronzetto dopo una serata in discoteca, e stuprarla sulle scale di quel cazzo di palazzo.
Ma ero un vigliacco. Solo un vigliacco e perverso pezzo di merda. Dunque non mi restava che spiarla. Anche se fino ad allora non avevo mai visto niente di ché.
Solo una volta riuscì a vederla in baby doll, ma non di più.
Chissà, forse quella sarebbe stata la volta buona, pensai, sbirciando dalla finestra. Attento a non farmi scoprire dalla mia preda.
Ecco, il cacciatore era dietro la sua preda.
Charles Remington era pronto a dare la caccia ai leoni di Tsavo. Michael Vronsky stava per beccare un cervo con il suo winchester, e Predator avrebbe mozzato la testa a al Maggiore Dutch Schaefer e a qualche altro merdoso berretto verde del cazzo. E io ero lì, dietro quella dannata finestra, sbavando con il cazzo già pronto in mano.
“Avanti troia. Dai, fammi vedere la puttana che sei” gridai, digrignando i denti e stringendomi il cazzo in mano.
Poi eccola! Ecco il paradiso. Ecco il mio Nirvana. Ecco la liberazione dalla schiavitù.
Lei era lì nel suo cesso. Era nuda. Era completamente nuda!
Le sue grosse bocce sballottavano mentre fissandosi allo specchio si aggiustava i suoi fluenti riccioli neri in strane acconciature.
Poi quel culo, quel culo sodo e tondo a pecorina. Quel culo in bella vista mentre si chinò a raccogliere i suoi vestiti per terra.
Cristo, avrei voluto essere lì con lei per gettarla a terra e piantarglielo in corpo. Solo che qualcosa non quadrava. Qualcosa non quadrava proprio.
Quel figlio di puttana!
Dannato me, il mio cazzo e quella porca di Anna.
Quel dannato traditore non voleva proprio saperne di tornare duro, e non godevo più di tanto smanettandomi un cazzo moscio, se pur  davanti a quella porca.
Ma non potevo perderla, no, non potevo!
Magari quella sarebbe stata la mia sola occasione. Forse finalmente un qualche Dio si era accorto della mia esistenza, oppure Babbo Natale aveva deciso di farmi comunque un regalo, nonostante non fossi per niente un bravo bambino.
Eppure io non potevo coglierlo!
Ero il figlio ingrato di Dio. Colui che aveva scialacquato un intero patrimonio, e ora non poteva gioire della grazia di Dio.
E la grazia di Dio continuava a mostrarsi ai miei occhi, mentre io cercavo invano di accogliere il suo dono. Di farmi venire duro il cazzo.
“Cristo! E vieni su. Dai… dai, troia, che voglio darti tutto il mio cazzo” blateravo smanettandomelo, mentre lei continuava a guardarsi allo specchio.
Ma per quanto me lo menassi, quel coso non voleva proprio saperne di venire duro.
Così lo lasciai di colpo, facendolo tozzare contro la mia coscia.
“Cazzo!” urlai fracassando la bottiglia di birra sul pavimento. Poi presi a girare su me stesso con fare nervoso, con il cazzo che mi penzolava dalla toppa dei calzoni.
“Cazzo, cazzo, cazzo, cazzo, cazzo!” gridai, fermandomi di botto contro la scrivania. “No, non può! Non può andare così”.
Dovevo trovare una soluzione. Dovevo scopare quella troia. Dovevo cogliere quell’occasione, forse la sola occasione della mia vita.
Ed ecco l’illuminazione!
Sorrisi. Il sorriso tornò sul mio volto.
“Ora vedrai, schifosa mignotta” dissi, afferrando una vecchia fotocamera ficcata sulla mia scrivania, tra libri, bottiglie e pacchetti di sigarette.
Pigiai un bottone e una luce verde si accese.
“Perfetto! È carica” feci fissando quella cosa. Poi mi voltai verso la finestra. “Ora sei fottuta, schifosa puttana” dissi, avvicinandomi alla finestra.
Per Dio, era fatta!
Quella troia era mia. Quella troia sarebbe stata mia tutte le volte che avessi voluto. E intanto la troia continuava a spalmarsi una delle sue cremine sul corpo. La troia continuava a mostrarsi, quando ecco che un‘altra sorpresa mi si parò davanti.
Lei sorrise. Il tipo che arrivò alle sue spalle sorrise, e il mio cazzo tornò di nuovo duro.
“Vai, scopala a questa puttana. Dalle il cazzo a questa vacca” strillai, prendendomelo in mano e continuando a riprendere quella piccola puttanella.
E la piccola puttanella sembrava felicissima della cosa. Beh, forse non di essere ripresa, ma di certo di quel tipo che le stava dietro. Un tipo alto e moro e pieno di muscoli. Un tipo tutto nudo che l’afferrava da dietro, stringendole le bocce e strofinando il cazzo contro al culo.
Lei si girò di colpo e si chinò davanti a lui.
La vidi afferrare quel grosso cazzo in mano. La vidi afferrare quel cazzo infilandoselo dritto in gola.
“Avanti, succhialo tutto puttanella. Prendilo in bocca per bene. Datti da fare con il cazzo, brutta cagna che non sei altro” strillai continuando  a tirarmi il cazzo con forza, sempre con più forza, mentre lei succhiava quel cazzo.
Il tipo alzò la testa, affondando le sue mani in quei riccioli neri.
La troietta prese a succhiare più forte. Bevendo tutto. Ingoiando la sborra di quel tipo fino all’ultima goccia.
Io diedi un colpo più forte al mio uccello.
“Sì, prendi tutta la sborra, schifosa puttana!” urlai, cominciando a sparare calda e bianca sborra contro il davanzale della finestra.
La sborra prese a colare fino al pavimento, e la troia si sfilò il cazzo di bocca, mentre ancora la riprendevo.
Rimasi lì a filmarla, ansimando, con il cazzo che si ammosciava lentamente, e la sborra che dalla cappella colava fino al pavimento.
Lei si tirò su. Lui la strinse. La strinse forte e la baciò, portandola fuori da quel cesso.
“Puttana!” dissi, spegnendo la telecamera, sapendo che non avrei mai più rivisto un simile spettacolo.
Beh, poco male. Ormai lei era stata immortalata. Ejzenštejn e Pasolini avevano per sempre impresso nella storia l’immagine di quella porca, e io avrei potuto rivedere quel capolavoro per sempre. Avrei potuto sborrare su quella troia ogni volta che l’avessi desiderato.
Intanto la notte scorreva. Io ripresi a bere, birra dopo birra, dimenticando la mia vita e il mio futuro, mentre quel tipo si faceva Sofia, e Anna tramite un messaggio mi aveva avvertito di essere tornata a casa, forse dopo essersi fatta sbattere da Ramon.

(Continua…)

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