Tratto dal racconto “La maestrina di religione”. Racconto partecipante all’Oxè Awards 2015.

Anna era una bambina poco vivace ma sempre allegra. Aveva nove anni, e una voglia di apprendere fuori dal comune. Piccola e magra com’era inghiottiva di tutto, immagazzinava ogni nozione in quella testolina tonda avvolta dai lunghi boccoli biondi. Quando un adulto le diceva qualcosa lei lo ascoltava non perché doveva farlo, non per noia, ma con una vorace voglia di imparare, o meglio… di conoscere! E metteva persino in discussione le cose che ascoltava. Faceva domande, si chiedeva il perché delle cose. Era interessata alla vita, al mondo e all’uomo. Insomma, l’opposto di suo padre! Un cinico ubriacone a cui non fotteva un cazzo di niente, neanche di campare.
La madre di Anna lo aveva mandato a fare in culo a quell’ubriacone quando Anna aveva solo cinque anni. Lei era maledettamente attaccata al padre, molto di meno alla madre, una paesana scema ma dal bel culo. Una stronza provinciale che si dava mille arie, ma che in fondo beveva anche lei, ma solo per noia! Non come il padre di Anna. Non come Marco, che aveva chiuso i conti con il mondo. Anzi, la troia nel mondo ci sguazzava eccome! Pensava solo a sguazzarci dentro, e proprio per questo, se bene non avesse un soldo, ebbe in affidamento Anna. Perché si fece sguazzare dentro da un ricco proprietario di un’azienda alimentare! Così si ritrovò la grana per mantenere Anna, anche se a lei di Anna non fotteva un cazzo. Ma era comunque uno sfregio nei confronti di quello stronzo di Marco.
Cazzo, il coglione con cui si era messa era brutto come la morte, e sapeva che lei, Concetta, era pazza e puttana, ma gli andava bene! Lo stronzo pensava che non avrebbe mai trovato una fica migliore brutto com’era, se non a pagamento. Così per evitare di pagare una puttana ogni sera investì in quella troia ubriaca e sempre pronta a cornificarlo, ma che le costava meno di una puttana al giorno, e faceva molte cose di più; baciava, lo succhiava senza guanto, dava anche il culo, e se aveva voglia puliva anche casa, o altrimenti pagava una badante per farlo.
A conti fatti era un buono affare! Ci sapeva fare il tipo con i soldi. A pensarci, una botta a una di strada stava sui trenta euro, fate dunque trenta pezzi per trentuno giorni e avrete novecentotrenta pezzi al mese da sborsare, e questo per una sola scopata al giorno, con il guanto sul cazzo, e di dieci minuti… se ti va bene!
Mica era scemo il tipo, e neanche lei era scema. Così la famiglia modello faceva ciò che cazzo gli pareva, mentre Anna vedeva il suo papà qualche volta alla settimana.
A quella troia non fotteva mica di Anna, ma averla era un senso di vittoria nei confronti del suo ex marito, e poi gli scuciva qualche soldo per gli alimenti, anche se non ne aveva bisogno, ma qualche soldo in più di certo non faceva male.
Quel giorno, come ogni giorno, la piccola Anna stava a scuola e sentiva con attenzione la lezione. Era l’ora di religione, e lei ascoltava con attenzione la maestra. Quando Anna viveva ancora con il suo papà, quella tipa vestita da brava maestra era una loro vicina di casa. Una porca sui quaranta con il culo grosso ma ancora sodo, le cosce belle e le labbra capaci di succhiare le cromature di un pomello. Era sempre curata e profumata, indossava gonne corte e tacchi alti. Era la tipica cagna provinciale che si atteggia a troia di classe, ma di classe non ne aveva! Ondeggiava quel culo senza stile, come una battona dei film casarecci anni ottanta. Insegnava la buona novella ai bimbi dell’elementari, e non contenta, anche al catechismo.
Era una puttana che si atteggiava a Santa! Figlia di una famiglia stimata in paese. E anche lei era stimata, al punto che accalappiò un avvocato del posto. Se lo sposò, al tipo, e Marco, il padre di Anna, spesso la immagina a pecora, a farsi sbattere dentro a quel suo culone il piccolo cazzo del suo caro avvocato.
Già, aveva proprio una faccia da fesso quel frocio di un avvocato! Alla fine infatti si lasciarono, dopo aver sfornato una marmocchia simile a una scimmia. Forse lei non ce la faceva più a farsi sbattere da quel cazzo moscio, o forse no. Chissà! Comunque fosse, lei andò via e lui restò dov’era.
Marco non sapeva chi dei due avesse messo le corna all’altro, ma di sicuro ci stava di mezzo la fica e il cazzo in quella tragedia.
Così la Santa vestita da porca era diventata forse un’adultera, e di certo divorziata. E il matrimonio era cosa Sacra agli occhi di Dio! Mentre a Marco, invece, fotteva ben poco del matrimonio e di Dio. Gli dispiaceva solo di aver perso una troia davanti alla quale tirarsi qualche sega, e ovviamente di non vedere più tutti i giorni la piccola Anna.
Ridevano sempre insieme. Lui gli raccontava storie, inventavano giochi, si travestivano da personaggi fantasiosi e viaggiavano in mondi fantasiosi. Mentre a casa con la madre, Anna poteva solo guardare la televisione e giocare con i videogiochi, non altro!
Così Anna anche in quel momento sognava storie, viaggiava in mondi lontani! Si trovava in Palestina e vedeva quel capellone chiamato Gesù parlare di amore, di pace, di libertà. Di certo gli piaceva quel tipo, sarebbe piaciuto anche a Marco, lui le aveva insegnato a non dare retta al pregiudizio e le aveva detto che il mondo ne era bello che pieno.
La maestra porca che rispondeva al nome di Laura (oltre che di puttana e Santa), raccontava la parabola del tipo ricco che voleva andare a fare il fricchettone con Cristo, ma quando lui gli disse di lasciare tutti i soldi che aveva, e persino la carta di credito del padre, quel tipo ci rimase al quanto male.
Lui stava lì per divertirsi, fare cose interessanti, bere vino e parlare con la gente, e magari diventare anche Santo, o rimediare anche un bel po’ di fica calda. Quel Gesù invece faceva sul serio, porco Dio! Non faceva il fricchettone, davvero stava con i pazzi e i sub normali, lui. Davvero non aveva una lira e puzzava come la merda.
Così il tipo ben vestito prese il suo culo pieno di grana e fece retromarce verso la casa di papino.
Si diceva che per strada si fece fare anche un lavoretto di bocca a pagamento, ma questo non era mai stato accertato.
I tipi che seguivano quel Gesù rimasero a bocca aperta. Quello aveva i soldi e amici importanti! Poteva servire alla causa.
“Ehi, Gesù, per Cristo! Ma che hai nella zucca?” disse uno di loro facendosi avanti “Quello aveva la grana e pure i contatti giusti, poteva farci veramente comodo”.
Il capellone invece si mise a sospirare, aveva la faccia di chi pensava che quei coglioni mica avevano capito che lui non voleva fare la rivoluzione, né candidarsi alle prossime elezioni.
Comunque mantenne la sua solita calma.
“Cristo Santo, fratello” fece Cristo “Nessuno che ha i soldi può farsela con i poveri, e il regno di Dio è dei poveri. Dunque le due cose non cozzano, comprendi?”.
Nessuno sembrava aver capito un cazzo di quanto detto dal capellone (e infatti fece una brutta fine), ma Anna sembrava aver capito. Sentiva le parole dette da quella puttana lì seduta davanti a lei dietro a una cattedra, con le cosce accavallate. Sentiva le parole e vedeva le immagini davanti a lei, e rifletteva su ciò che stava succedendo in quel luogo che esisteva solo nel suo cervellino.
Così sgranò i suoi dolci occhi e fissò quella porca da dietro la cattedra, che continuava a parlare di Cristo e dei poveri, ma con la sua bella croce d’oro al collo profumato.
Anna alzò la manina. La maestra la guardò, sorridendo proprio da brava catechista.
“Maestra, ma allora Gesù stava dalla parte dei poveri?” chiese Anna, in mezzo a quella folla di piccoli tonni “Insomma, un poco come Gandhi (Marco gli aveva parlato di quel tipo mezzo pazzo di nome Gandhi)”.
“Non proprio, piccola Anna” rispose la porca “Gandhi non era cristiano!”.
Anna stette un secondo a pensarci, poi lanciò la sua.
“Sì, ma era povero” disse la piccola “E quel Gesù se la faceva solo con i poveri come lui, dico bene”.
La troia della maestra sorrise ancora, anche se forse avrebbe voluto prendere a calci la testolina di Anna.
“Tesorino, che dolce che sei” riprese la troia religiosa “Si, è vero, Gesù amava i poveri! Ma Gandhi non era cristiano”.
“Neanche il centurione lo era, maestra?” chiese Anna alla puttana.
Lei scosse le spalle.
“No, tesoro mio, ma poi si convertì e fu salvo” rispose la puttana ad Anna.
“E diventò povero?”.
“Penso di sì. Lo hai sentito Gesù, no? I ricchi non entrano nel regno di Dio”.
Anna stette un attimo in silenzio. Poi, fissandola, la sparò davvero grossa!
“Lei non è povera, maestra. Allora non andrà in paradiso?” fece Anna alla puttana, mentre attorno i tonni in grembiulino si ficcavano le dita nel naso.
La faccia da puttana di quella cagna diventò tra il rosso e il violaceo. Avrebbe strozzato quella bambina con le sue mani se solo fosse stata da sola, e non avrebbe rischiato la galera.
Gli altri mocciosi pensavano a fare disegnini, tirarsi palline di carta, o solo scaccolarsi. Mentre lì ci stava un tenzone, e nessuno se ne accorgeva.
La risposta fu celere! La porca maestra cacciò Anna dalla classe. La piccola uscì di lì piangendo. Si mise a sedere per terra, fuori la porta, piangendo, mentre la brava maestra spalancò le cosce turbando l’inconscio di bambini che sarebbero diventati possenti segaioli, continuando a sparare la sua versione dei fatti su Gesù e tutto il resto. Anna piangeva e pensava che aveva ragione, che quella troia diceva balle, che non era come diceva lei. Cazzo, aveva un cervello che ragionava quella marmocchia, proprio per questo si trovava in castigo a piangere da sola. Giorno dopo giorno, crescendo, imparando che la vita non era per niente giusta e che le cose se dette così com’erano causavano in chi le diceva tanti cazzi in culo.
Ma Anna non sapeva vivere altrimenti ,e anche Marco. Concetta, Laura, l’avvocato, l’imprenditore e il ricco con la carta di credito del padre, non sapevano fare l’opposto, invece.
Finita la lezione su come diventare banchieri, avvocati, dottori, politici o star del cinema, i bambini restarono in classe attendendo il cambio della guardia, e la maestra uscì incazzata, andando verso Anna.
Era la resa dei conti, e lei rideva, mentre Anna piangeva.
“Vieni con me, signorina” disse la troia “Ora imparerai a rispettare gli adulti”.
La prese per un braccio e la tirò con forza. Quasi glielo strappò quel braccino piccolo e magro, e magari se fosse stato lì il padre le avrebbe strappato la fica a quella puttana in minigonna. Ma lui non ci stava! E non ci stava manco la madre: lei stava a casa a bere e a farsi sbattere dal giardiniere. Mentre Marco stava in chissà quale cesso a ubriacarsi.
Anna era sola, trascinata con forza da quella puttana nella stanza della direttrice. Piangeva, Anna, e sapeva solo che non aveva fatto niente. Aveva solo detto la verità!
Arrivata a destinazione la brava maestra bussò alla porta del direttore, e una voce angelica, delicata, da checca, le disse di accomodarsi.
Entrò lì dentro trascinando Anna per il braccio. Anna si guardò attorno sbalordita. Guardò quella stanza piena di oggetti d’oro, e dalle mura di marmo bianco. E ancora poltrone di pelle nera e tappeti rossi, tavolini di vetro e una scrivania di mogano.
A quella scrivania stava seduto un uomo vestito di bianco e con in testa una corona di alloro. Sembrava quel Giulio Cesare che si era immaginato mentre la maestra di storia parlava dell’impero Romano, e forse era a lui per davvero.
La puttana baciò la mano di Giulio Cesare, Giulio le guardò le mutandine in bella vista da sotto la gonna. Poi la cagna mise con forza Anna a sedere su un enorme poltrona di pelle nera: i piedi non toccavano neanche terra, dondolavano impauriti, mentre lei si asciugava le lacrime.
Anna fissava quell’uomo dalla pelle bianca e vecchia che la guardava con un’aria da finto buono. Le ricordava il parroco del paese, quell’essere che il padre odiava tanto.
Una volta quel parroco cacciò via un barbone dalla chiesa perché puzzava di merda e di vino. Le vecchiette in prima fila lo applaudirono e continuarono a guardare lo spettacolo della Santa messa. Avevano fatto il biglietto, loro.
Anna non aveva mai dimenticato quella scena, e fu allora che comprese che la gente diceva di essere buona, ma se ne sbatteva altamente le palle degli altri.
Era piccola, e nonostante il sorriso accogliente e dolce del tipo, lei sapeva che quell’uomo non era buono. Ma lo era per il mondo! Come la maestra, come il prete.
Giulio Cesare le offrì delle caramelle, ma lei non le prese.
Lui smise di sorridere.
“Capisco!” disse “Ma se non mangi le caramelle finirai in manicomio” le disse con la faccia seria.
Poi si rivolse alla puttana.
“Mi dica cosa ha fatto?” le chiese.
“Ha osato dire che non andrò in paradiso perché non sono povera” fece la troia tutta incazzata.
Giulio guardò Anna. Anna ricambio lo sguardo, fissando quel porco. Fissandolo con ancora le lacrime agli occhi.
“Non l’ho detto io, ma Gesù. Sta scritto!” disse Anna con voce decisa, ma si beccò un bello schiaffone dalla maestra, proprio dietro la testa.
Anna riprese a piangere, e Cesare a sorridere.
“Su su, signorina Laura” fece Cesare alla puttana “Non è questo il modo”.
Poi prese a guardare Anna, continuando a sorridere con quel suo sorriso di merda.
“Anna cara” fece lo stronzo “Ci sono tante cose scritte, ma vanno interpretate. Lo capisci, vero? La maestra è qui per insegnarti a farlo!”.
Anna smise un attimo di singhiozzare. Lo guardò con lo stesso sguardo da figlio di Demonio di suo padre; uno sguardo della consistenza della pietra nuda.
“Ma se lo ha mandato a casa con una mano davanti e una dietro a quello” fece Anna fissando lo stronzo “E solo perché aveva la grana e non voleva darla ai poveri. Ma per favore, risparmiatemi queste cazzate. Non sono mica una scema!”.
“Ma allora vuoi dire che neanche io andrò in paradiso?” riprese Giulio.
Anna si guardò attorno. Poi guardò lo stronzo di Giulio.
“Credo proprio di no!” esclamò la piccola “E se ci sta un paradiso, e se voi ci andrete, beh, allora non voglio andarci io!”.
La porca e il Santo capo Romano si fissarono attoniti. Anna restò con le braccia conserte e il muso duro. Non voleva piegarsi a loro! Ci aveva ragionato sulla faccenda, e sapeva di aver ragione. Non voleva darla vinta a quei due solo per tornare in classe e aver un buon voto; sarebbe invecchiata su quella sedia se fosse stato necessario! E lo stava facendo.
Cesare fece un cenno alla maestra che uscì sbattendo tacchi e culo fuori dalla stanza regale. Cesare sospirò, guardando Anna e giocherellando con le mani. Fece un fischio, un nano gli portò il telefono; un nano vestito da gatto.
“Ti piace il mio gattino, piccola Anna?” le chiese Cesare, mentre il nano gli faceva le fusa.
“Non è un gatto” disse Anna “Ma un nano con un costume da idiota”.
“Non ti sfugge niente, piccolina” disse il vecchio Cesare, componendo un numero al telefono.
Chiamò la madre di Anna, ma non rispose nessuno. Era troppo presa a farsi sbattere dal giardiniere per rispondere. Poi riprovò chiamando il padre, ma rispose qualcuno che non sembrava di certo lui.
Quando riagganciò era contento come una pasqua.
“Sta arrivando tuo padre, piccolina” fece il vecchio, tutto contento. Anna sorrise
“Adesso sono veramente cazzi vostri!” disse al vecchio, che smise di ridere.

Annunci

Recensione di Stefania Macor al romanzo Viola come un livido.

Scarno ed essenziale lo stile lascia che siano le parole a descrivere e a stimolare sensazioni e reazioni emotive, parole spesso dure come dure sono le situazioni descritte, senza nessuna mediazione. Apprezzo molto questa sincerità dell’autore, quest’assoluta mancanza di ipocrisia, ipocrisia frequente di questi tempi in cui l’obiettivo principale è far presa sul sentimentalismo stereotipato dei lettori. La storia è avvincente e fin dall’inizio fa venir voglia di continuare a leggerla: mi sono subito imbarcata anch’io per Senigallia curiosa di conoscere Alessandra/Violasan in un viaggio che è anche metafora di esplorazione e scoperta delle proprie aspettative ma anche per comprendere come possono incontrarsi le vite di due ‘disadattati’ che ridono del mondo, mettono a nudo se stessi e i loro istinti, le loro incertezze e le loro fragilità. Devo dire che il viaggio è stato interessante: una storia ben scritta di un incontro di amore e di sesso, sincera e senza pregiudizi, tenera e ironica nonostante lo sguardo disincantato e cinico sul mondo. Bellissimo ed emozionante il primo incontro: mi sembrava di essere lì e di riuscire a vedere da lontano i capelli di Alessandra scompigliati al vento di settembre…Capisco che quello che sto leggendo è un buon libro quando, nonostante la stanchezza, non vorrei mai chiuderlo ed è esattamente quello che mi è successo con questo libro. Un bel libro davvero.

 

536262_728343980564694_8454708457114708429_n

Recensione di Federica D’ascani al romanzo Viola come un livido.

Viola come un livido è la pelle di Alessandra. Viola come un livido è l’anima di Marco. Viola come un livido è l’impatto di due vite disagiate in un mondo normale, in continuo ed eterno movimento. Un livido ha, però, diverse sfumature, comprese in gradazioni sgradevoli, sovente, proprio a sottolineare il trauma da cui è derivato. Giallo ocra, come il colore dell’urina a bagnare le tavolette di quei bagni pubblici lordi di sozzura e squallore. Blu, come un’anima pestata da traumi infantili, dall’alcool, dal bisogno represso di un affetto mai concesso. Rosso, come una passione a stento contenuta, troppo potente affinché chi ne sia pervaso possa resistervi a lungo. Verde, come le distese sconfinate nelle quali ci si vorrebbe perdere dopo aver trovato e provato le brutture di una vita grama, costellata da insuccessi o semplicemente dovuta all’ineluttabilità di esser cresciuto in una città o in un contesto differente da quello che sarebbe stato congeniale alla propria genialità. Dal linguaggio tutt’altro che semplice, ostico e per alcuni versi veramente troppo pesante, Viola come un livido narra una breve parentesi della vita di due ragazzi fondamentalmente soli, conosciutisi in una chat, più timidi e introversi di quanto vorrebbero dare a vedere nonostante frequentatori di siti al limite del pornografico. Se da una parte vi è Marco, ragazzo allampanato, alcolizzato, affetto da frequenti malesseri, dovuti proprio alla sua forte fragilità psico emotiva, dall’altra vi è Violasan, o Alessandra, ragazza di una bellezza quasi eterea, dall’animo di difficile interpretazione, scossa da tristezze nascoste e sopite, che cerca nel sesso un modo per conoscere sé stessa e gli altri. Forse. Non c’è nulla di certo, nei caratteri descritti dall’autore, se non il forte senso di inadeguatezza che scuote le anime torbide dei suoi protagonisti. Come detto, il linguaggio appare troppo sovente molto pesante e, seppur rendendo perfettamente l’idea di totale e permeante tragicità, rende difficoltosa una lettura scorrevole. L’utilizzo reiterato di determinati termini non sempre ciò che il lettore vorrebbe trovarsi a leggere, forse perché immerso, in determinati momenti, in un aura di forte romanticismo. Si denota una sorta di freno, come se si avesse paura di provare determinati sentimenti e di esporsi al mondo per ciò che realmente si è e non per ciò che si vuole apparire. Solitamente la scurrilità, così intesa nell’accezione comune, denota una forte insicurezza e fragilità, una sorta di impossibilità cronica a mettere a parte il prossimo del proprio animo, forse per paura di non essere compresi, probabilmente per timore di venir giudicati. Un romanzo indubbiamente di spessore, forte e crudo, una storia d’amore, come giustamente evidenzia l’autore Marco Peluso, atipica. Non molto, comunque. La realtà del contesto sociale, purtroppo, è ben descritta e ravvisabile in molti luoghi d’Italia. Parliamoci chiaro, quella raccontata da Peluso non è il giusto e normale corse di come un amore dovrebbe sbocciare ed evolversi, non tanto peer il sentimento, che è inteso come mezzo di salvezza reciproca, quanto per la condizione sociale nella quale i personaggi stessi vengono a trovarsi. Alessandra e Marco devono fare i conti con i propri demoni e pochi giorni insieme offrono ossigeno, ma non salvezza. Indipendentemente dal linguaggio e dall’indubbio stile talentuoso di cui si rende protagonista Peluso, quasi si soffre per i personaggi da lui narrati, perché coscienti di una loro ineluttabilità futura. Triste, reale, forse troppo forte per molti stomaci deboli e avvezzi a letture più auliche, Viola come un livido è consigliato a chiunque voglia saggiare uno squarcio di realtà vissuta, reale, ma difficile da digerire. Di seguito il link, as usual… Ah, e ricordo che il romanzo in questione concorre per il contest “Eroxé, miglior romanzo erotico” indetto da Damster edizioni”.

 

536262_728343980564694_8454708457114708429_n

Intervista di Vittorio Xlater per la presentazione del libro Arcani Maggiori vietati ai minori.

Sul palco di Zibello per la premiazione degli Oxè Awards e per la presentazione del libro Arcani Maggiori vietati ai minori, libro edito dalla Damster edizioni.

 

10394557_722807577785001_6655288453814623679_n

Premiazione Oxè Awards 2

Premiazione degli Oxè Awards: concorso nazionale per il miglior racconto erotico, indetto dalla Damster edizioni di Modena.
Terzo posto nella categoria “Miglior racconto erotico assoluto” per il mio racconto, Love story:
Damster! Dove l’eros si fa parola.

10646664_722837994448626_2688977243073251112_n

Premiazione Oxè Awards

Ed eccomi sul giornale di Zibello per la premiazione degli Oxè Awards: concorso nazionale per il miglior racconto erotico. Il mio, Love story, classificatosi al terzo posto come miglior racconto erotico assoluto

1238972_723322184400207_1392615929207008785_n

Tratto dal romanzo “Fottiti”. Romanzo partecipante all’Eroxè Context 2014, a breve disponibile in formato digitale.

Andai avanti, bevendo il mio vino, e probabilmente sotto gli occhi incuriositi di chissà quante vecchie, quanti avvocati, quanti impiegati statali lì dietro le belle e robuste porte di noce.
Andai avanti. Passai avanti ai nomi stampati sulle cassette della posta: Il dottor De Rosa, l’oculista Di Vincenzo. la dietologa Irace, il ragioniere Bifulco, il dentista Errichiello, il signore Esposito, la signora De Simone e la vedova Improta in Aruta.
Tutti avevano un nome. Tutti avevano un titolo. Tutti erano qualcosa.
Io invece non avevo nessun nome. Il mio nome, Marco Gargiulo, non era scritto da nessuna parte. E la cosa mi andava bene. Mi andava più che bene.
Dunque continuai ad avanzare, fottendomene dei nomi, dei titoli regali o di ogni altra stronzata al mondo.
Arrivai al centro dell’androne, proprio dove stava l’ascensore. Uno stimabile ascensore d’epoca.
Bah, per me era solo vecchio! Ma comunque fosse, fare quattro piani a piedi con una schiena spezzata e i polmoni marci, beh, non era proprio il caso.
Così lo aprì, pronto a far sì che quel vecchio coso portasse il mio vecchio corpo verso la mia vecchia casa.
Non lo avessi mai fatto!
Cazzo, sgranai gli occhi di colpo, lì davanti a quel coso, mantenendo la porta aperta e fissando lì dentro.
“Cristo! Ma sei vera?” dissi. Dissi guardando una tipa lì dentro. Una ragazza mezza nuda lì stesa in quel coso. Una ragazza mezza nuda, dalla pelle scura, lunghi riccioli scuri e un corpo piccolo e sodo da paura.
E la tipa portava addosso solo una minigonna sgualcita e un reggiseno rosso che s’intravedeva da un giubbetto di pelle nera. Un giubbetto sporco di terreno, e chissà cos’altro. Forse sborra! Magari piscio. E lei se ne stava lì stesa, rannicchiata, guardandomi a stento.
Forse era terrorizzata. Forse sotto shock. O forse semplicemente non glie ne fotteva un cazzo. Ma da come stava conciata, qualcuno di certo l’aveva fottuta con il proprio cazzo, invece.
Cristo, magari avrei dovuto prendere esempio e fare lo stesso.
Sì, in fondo la tipa era davvero bona. Una porcellina scura e soda, dalla pelle profumata e piccoli piedini ficcati in degli stivaletti dal tacco dodici.
Una vera scopata!
Eppure la sua aria non me lo faceva venire duro, anzi, era come una bestia a lungo pestata e ormai rassegnata.
Già, magari avrei potuto ficcarglielo dentro e quella sarebbe rimasta lì ferma. Ferma a fissare il vuoto mentre glie lo pompavo dentro. Fissando il vuoto con aria impassibile. Senza provare niente. Senza sentire niente. Senza essere più niente.
Poi ecco che il suo sguardo cambiò. Cambiò appena un po’.
Si girò verso di me e mi fissò. Mi fissò come se io fossi niente, e in fondo lo ero! In fondo ero davvero niente.
Allargò le cosce e alzò la gonna, mostrandomi un bel pezzo di fica.
Una fica scura. Una fica carnosa. Una fica morbida. Una fica di certo calda. Una fica a stento coperta da una mutandina rosa.
Io restai lì qualche istante a fissare quella paradiso. Quell’’ammasso di carne non diverso da altri miliardi di ammassi di carne per i quali miliardi di uomini si sarebbero dannati.
E io ero diverso? Ero forse il Dalai Lama o un cazzo di Martin Lutero?
No, io desideravo quella fica! Desideravo ogni fica attaccata a qualche bel pezzo di donna. E assieme a me probabilmente anche il Dalai Lama, Martin Lutero, Padre Pio, Osho, Topolino, e ogni altro uomo o ratto al mondo.
E quel pezzo di fica era lì davanti a me. Lì, spalancata, aperta, invitante.
Era come la luce del sole che richiamava un sub durante l’emersione. Era la luce del sole che accoglieva il ritorno alla superficie di un minatore. Era la luce del sole che irradiava di gioia gli occhi di un uomo rimasto a lungo cieco.
Era bellissima! Era la verità, la via, la vita. Era tutto! La sola cosa buona al mondo. La sola cosa per la quale valesse la pena lottare al mondo. La sola faccia del mondo. E io la volevo! Io volevo infilare la mia vita in quella verità. Volevo immergermi nei raggi di quel caldo sole. Volevo morire in essa per poi rinascere. Volevo averla. Volevo scoparla. Volevo fotterla. Volevo chiavarla.
Ma il mio cazzo ancora una volta non era d’accordo alla cosa.
No, quel figlio di puttana se ne restava lì moscio. Lì nei miei calzoni, moscio davanti a quel sole per il quale miliardi di uomini avrebbero ucciso.
E invece niente! Il nulla. Il vuoto. Il silenzio totale.
Lei restò lì a fissarmi. In silenzio. Senza espressione. Senza muovere un solo muscolo del suo bel viso.
Poi ecco il miracolo!
Le sue labbra carnose presero a muoversi lentamente.
“Se vuoi fai pure” mi disse, allargando ancor di più le cosce.
Io alzai lo sguardo verso i suoi grossi occhi verdi.
Erano belli! Belli ma tristi. Forse del tutto spenti.
Beh, in fondo non me ne fotteva più di tanto di quei cazzo di occhi. Fosse stata anche cieca, l’avrei trovata comunque bona a quella tipa.
Così abbassai di nuovo lo sguardo verso la sola cosa di cui m’importasse. Abbassai di nuovo lo sguardo verso la sua fica, mentre lei girò la testa contro la parete di finto legno di quel vecchio aggeggio.
Cristo, ero fottuto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Maledetto frocio! Fottuto eunuco!
No, no, no. Malattie sessuali! Gente che si fotteva i pinguini. Gente che si fotteva i cammelli. Gente che si fotteva i cadaveri. Gente che si fotteva le automobili.
Ero malato, né più né meno. Non ero frocio né eunuco, ero solo malato!
Avevo bisogno di sesso violento. Avevo bisogno di far male. Avevo bisogno di sbranare, devastare, smembrare, uccidere. E non potevo farlo con una preda inerme.
No, come un enorme serpente non potevo sbranare un topolino già morto. Avevo bisogno di vedere il terrore negli occhi della mia preda. Lo spavento, poi la rassegnazione. L’umiliazione.
Avevo bisogno di assistere al trionfo della mia forza su di un’altra creatura. Di gioire della mia vendetta sul genere umano. Della mia fame che tutto devastava.
Sì, ero fottuto!
Volevo chiavare ma non potevo. Volevo quel corpo ma non potevo.
Il cazzo restava moscio, e lei lì, stesa in quel coso, con la fica ancora aperta.
Poi chiuse il sipario. Chiuse la fica, e il sole sparì.
Io diedi un sorso al mio vino e mi tastai il cazzo, nella speranza di una qualche risurrezione.
Niente! Gesù Cristo dormiva. Lazzaro non sarebbe mai più risorto.
Così mi accesi un’altra cicca. Diedi un tiro e andai verso di lei, indeciso se ucciderla o pisciarle addosso.
Non feci nulla di ciò. No, sembrava un topolino bagnato lì stesa in quel coso. Uno di quei cagnolini randagi che s’incontrano per strada e che non si può non portare a casa.
Cristo, che cazzo mi stava succedendo? Perché non approfittavo della cosa per fottermi quella troia?
Troppe seghe! Troppe, troppe seghe, pensai abbassando lo sguardo. E poi fu lei a rialzarlo, tornando a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Con quella sua aria assente, come se non le fottesse più un cazzo di niente della vita.
“Allora, vuoi fare o no?” mi chiese ancora.
Io alzai lo sguardo, come risvegliato da chissà quale trance.
La guardai. La guardai dritto negli occhi.
“Fare cosa?” le dissi. Lei sorrise. Sorrise in maniera cinica. Forse amara. Ma di certo rise di me!
Trovò la forza di rialzarsi. Si mise in piedi lentamente, come una vecchia decrepita. Come un pugile dopo un knockout.
Barcollò un po’, poi si poggiò a una delle pareti di quel coso. A una di quelle pareti di finto legno.
Alzò ancora lo sguardo verso di me. Il suo sguardo inesistente. Il suo sguardo assente.
Allungò la mano. Io capì, e le passai la bottiglia.
Lei l’afferrò. Diede un sorso, un buon sorso!
Poi abbassò la bottiglia. Mi fissò. Sorrise. Sorrise per qualche secondo prima di rialzare la bottiglia e darle un altro sorso.
Mi ripassò il vino e io lo afferrai. Lo afferrai e diedi un sorso a mia volta. Poi misi giù, diedi una strippata alla cicca continuando a fissarla.
“Ti hanno violentata?” le chiesi senza il minimo ritegno.
Lei scosse le spalle e fece una smorfia d’indifferenza.
Io non dissi altro. Abbassai lo sguardo. Guardai le mie vecchie scarpe qualche istante, poi lo rialzai tornando a lei.
Cazzo, ero come rapito!
Non sapevo perché. Cioè, di donne ne avevo viste, e forse anche più belle di lei. Ma lei, quella sconosciuta, aveva qualcosa di diverso.
Era come se non se ne fottesse di niente, forse neanche della propria vita. Mentre le donne normalmente avevano a cuore sempre un sacco di cose. Cose come la propria bellezza, la propria intelligenza, la propria cultura, la propria bravura nel nuoto o la capacità di cucinare un ottimo risotto alla Milanese.
Le donne volevano sempre dimostrare al mondo di valere qualcosa. Di saper fare qualcosa. Di essere qualcosa.
Chissà, magari era solo sotto shock a causa dello stupro, pensai, rimanendo lì a fissarla come ipnotizzato, mentre continuavo a lavorarmi il mio rosso. E fu lei a rompere quel mio stato di trance.
Sì, lasciò quel muro di finto legno e si rimise in piedi del tutto.
Si diede un aggiustata alla gonna, poi si coprì le tonde e sode bocce con il suo giubbotto di pelle nera.
Tornò a fissarmi. Io restai in silenzio qualche istante. Giusto un paio di secondi, continuando a fissarla.
“Senti, io dovrei salire al quarto piano se non ti spiace” le dissi, senza manco rendermi conto di averlo detto per davvero.
Ma in fondo era la cosa più giusta da dire. La cosa pi vera da dire.
Sì, di chiavarla avevo capito che non c’era verso, o almeno in quel momento. Almeno in quella situazione. Così non mi restava che tornarmene a casa. E quel desiderio in me fu così forte da strapparmi dalle labbra quella stessa verità.
Complesso di Edipo, lo avrebbero definito alcuni psicologi.
Avrebbero detto che da piccolo di certo, magari tra i dieci e i dodici anni, avevo spiato mia madre mentre faceva sesso con il mio vecchio, provando eccitazione e gelosia allo stesso tempo.
Ciò mi avrebbe portato a odiare il mio vecchio e provare una sorta di timore nei confronti di mia madre. Timore che avrebbe poi portato la mia giovane indole a ripiegare o nell’omosessualità, o in un indole da duro.
Gli psicologi avrebbero detto che di cero avevo scelto la via del “duro”, costruendo un personaggio rude e insensibile per camuffare la mia dolcezza. Per punire me stesso per il fatto di amare mia madre.
Beh, per fortuna la tipa non sembrava essere una psicologa. E la tipa sorrise! Sorrise e uscì lentamente dall’ascensore. Da quell’ascensore vecchio, spacciata come antico dai nobili condomini di quell’antico e vecchio palazzo pieno di vecchi.
“Prego, signore delle mie palle” fece la tipa, improvvisando una sorta d’inchino verso la porta di quel coso.
Io la guardai a stento. Gettai a terra la mia cicca e avanzai verso quel coso, fino ad entravi.
Poi mi voltai verso di lei. La guardai, guardai le sue bocce dal giubbetto di pelle nera. Guardai i suoi lunghi riccioli neri scendere su di esso.
Lei alzò di nuovo il capo, e io guardai i suoi strani occhi verdi.
Stetti un attimo in silenzio. Poi diedi un sorso al vino e abbassai la bottiglia.
“Non volevo sembrare scortese” dissi, giusto per dire qualcosa.
“Beh, non me ne fotte un cazzo” fece lei.
E ancora silenzio. Ancora un momento d’imbarazzo.
Il vento scorreva forte sui monti dell’Alaska. Obama faceva un discorso alle nazioni uniti, e la sera stessa lo avrebbe piantato dentro alla sua bella e dolce Michelle.
Un Leone moriva in Africa. Qualche ragazzina si commuoveva guardando alla tele i bombardamenti in Palestina. Un barbone moriva per strada, in silenzio, nell’indifferenza più totale. E noi eravamo lì, faccia a faccia, senza sapere cosa dire. Senza voler dire niente, probabilmente.
Fu di nuovo lei a rompere il ghiaccio.
Si sa, le donne sono più brave in certe cose.
“Vai a morire ammazzato anche tu” disse lei, voltandosi di colpo, e facendo per andarsene. E io restai lì fermo dentro quel cazzo di coso. Lì fermo a guardarla mentre andava via. A guardare quel culo sodo stretto da quella minigonna nera. Quel culo spinto in su e in giù a ogni passo. Quel culo pronto a sparire per sempre.
“Cazzo, e che Cristo!” urlai, agitando la mano verso di lei. E lei si girò di colpo. Si girò verso di me, fissandomi con aria scocciata.
“Come? Che cazzo vorresti ora? Sentiamo!” .
“Uhm niente! È solo che… solo che…”.
“Solo cosa?”.
“Beh, è che non mi sembri proprio in grande forma” dissi.
Lei restò ferma qualche istante. Lì ferma a un metro da me, fissandomi con aria assente, senza dire un cazzo di niente.
Poi ecco appena un abbozzo di sorriso sul suo viso. E ancora un po’. Un po’ ancora. Fino a che la tipa scoppiò in una volgare e irruenta risata.
“Ah ah ah ah” prese a fare quella stronza, ad alta voce “Questa è bella! Ecco che abbiamo uno sensibile in questo mondo di merda”.
E dopo quella sparata la tipa si calmò. Restò lì a fissarmi, continuando a sorridermi. A sorridermi come a volermi prendere per il culo.
“Allora, sei uno di quelli sensibili?” riprese.
Io scossi le spalle e mi ficcai un’altra cicca in bocca.
“Uhm, forse!”.
“Capisco!” disse lei. Poi si guardò attorno. Guardò gli stracci che aveva addosso. Guardò i suoi stivaletti sporchi di fango.
Infine tornò a me.
“Senti, non è che dove stai avresti dell’acqua per lavarmi?”.
Ecco, mi aveva fottuto di nuovo!
La sua risata. Il suo fare strafottente. Il suo prendermi per il culo, stava per farmelo tornare duro. E invece ecco di nuovo il piccolo cagnolino bagnato lì davanti a me. Il piccolo Fido desideroso di una casa.
Sindrome da crocerossina, l’avrebbero definita alcuni psicologi.
La voglia di occuparsi di qualcuno per sopperire ai mali commessi. Un bisogno di sacrificarsi all’altro che sfociava spesso nella pura ossessione.
Vedi anche i serial killer. Vedi anche i genocidi. Vedi anche gli omicidi in famiglia.
Moventi nati da un amore traviato. Da un bisogno di rendere la persona amata il proprio cucciolo di cui prendersi cura. E nel momento in cui il cucciolo raggiunge l’età adulta e il possesso su di esso viene a mancare, ecco che l’amore svela tutta la sua sadica essenza.
Forse per questo fu inventata la bomba atomica, anche se non me ne fotteva più di tanto a dire il vero.
No, non ero in terapia né ci stavano atomiche nella mia tracolla.
La mia sola arma era il mio cazzo, e non ne voleva sapere di venir su duro.
Preda del mio malessere. Vittima della mia stessa perversione.
Dunque ero incapace di compiere ogni azione, se non compulsiva. Cose piccole! Come toccarsi le orecchie più volte. Entrare e uscire da una stanza di continuo, e solo concludendo il tutto con numerazioni pari. O ancora rigirare tre volte di fila lo spazzolino da denti prima di rimetterlo al proprio posto, o accendere e spegnere il televisore quattro volte, prima di sintonizzare su di un canale.
Azioni compulsive! Istinti per non pervenire alla propria paranoia. E la mia paranoia era lì davanti a me. Immobile, bella, soda, indifesa.
Ero la vittima del mio stesso bisogno. Del bisogno di sesso. Del bisogno di azzannare. Del bisogno di mordere. Del bisogno di lacerare. E lei era la preda sacrificale per appagare il mio bisogno. La preda sacrificale che rendeva vano ogni sadico sacrificio, restando lì immobile a farsi accoltellare.
Ero inerme. Non potevo ucciderla. Non potevo sbranarla. Ma ormai, così vicino a lei, non mi sentivo di lasciarla andare via.
Chissà, magari sarei guarito. O a lei sarebbe tornata la voglia di vivere.
Forse dovevo aspettare. Sì, solo aspettare! Aspettare che lei tornasse a essere una vittima. Che lei tornasse a essere appetitosa. Che lei tornasse a farmi drizzare di nuovo il cazzo.
Così decisi di aspettare. O meglio, fu il mio bisogno a deciderlo. Il mio compulsivo bisogno.
“Beh, se vuoi puoi salire da me per darti una sistemata” le dissi.
Lei abbassò la testa, scuotendo le spalle e sorridendo in maniera amara.
Io accesi la mia cicca, tenendo spalancata la porta di quel cesso antico.
“Dai, andiamo” le dissi. E lei non rispose. Non disse altro.
No, si limitò a venire avanti. A venire a me come una preda sacrificale. Come una vergine pronta a essere sacrificata a chissà quale Divinità.

 

cropped-1969168_349024628612402_8186761637679427807_n.jpg