Tratto dal racconto “Morsi sul fegato”. Presente nella raccolta di racconti “Il mio bacio”, ancora in costruzione.

Me ne stavo chiuso nella mia camera da letto. Le cortine erano abbassate, e la luce del sole entrava a stento in quella mia fetida stanza, scagliandosi contro le bottiglie sparse sul pavimento; alcune persino piene di piscio.
Cristo, che mal di testa. Mi scoppiava! Erano le sei del pomeriggio di un dannato Maggio e già ci avevo dato pesante con l’alcool. Proprio come ogni dannatissimo giorno. Giorni passati a non fare un cazzo, chiuso nella mia stanza a bere e fumare, e uscire solo per comprare altra roba da bere o fumare, a volte da mangiare, o magari cercare qualcosa da scopare. Ma non c’erano donne con me quel pomeriggio. No, io, Marco Gargiulo, ero solo in quel fetido monolocale ficcato in uno dei tantissimi vicoli che come una ragnatela avvolgevano la stazione di Napoli.
E cosa stavo facendo? Mi ero forse chiuso in quella casa per ritrovare me stesso? Ero forse un merdosissimo Osho o Sai Baba?
No, per niente! Non ero così intelligente da voler trovare la mia anima, né da desiderare di voler scoprire i sacri misteri della vita umana.
Non me ne fotteva un cazzo! Né dei sacri misteri né tanto meno della vita umana. No, fosse stato per me avrei sganciato bombe atomiche sull’intero mondo. Sì, odiavo il genere umano. Mi dava fastidio! Detestavo tutta quella gente che si ammassava per strada a fissare le vetrine dei negozi solo per scegliere un nuovo televisore, frullatore, o vibratore. Non potevo soffrire quelle merdose coppie che parlavano sempre d’amore, restando in silenzio davanti a qualche pizzetteria mentre s’ingozzavano di tranci di pizza con wurstel e patatine e bevevano Coca Cola.
Vomitavo al sol sentir parlare di quella gente che si spaccava la schiena per il lavoro. Gente che parlava sempre di come fosse necessario essere propositivi e motivati nella vita. Gente sempre carica. Gente sempre in forma. Gente sempre pronta ad essere come Superman o Capitan America.
Mi facevano schifo! Odiavo quella gente che ronzava per le strade del mondo. E quelli erano ovunque! Erano come una massa informe di purè che bolliva in un’enorme pentola.
E cos’ero dunque, una specie di artista maledetto che si stava autodistruggendo e odiava il genere umano?
Per niente! Io ero solo Marco Gargiulo, uno spiantato di trentatre anni, magro come un chiodo e con un accenno di pancetta d’alcool, con una lunga barba incolta, pochi capelli, denti marci, e tatuaggi per tutto il corpo.
Non ero un’artista, anche se maledetto lo ero per davvero. Maledetto da me stesso! Dalla voglia di non fare un cazzo. Di non affannarmi per niente, tanto meno per dimostrare al mondo di essere uno di quei grandissimi artisti che presto o tardi sarebbero finiti a fare i commessi in qualche negozio, o un rivoluzionario pronto a salvare la Palestina o le foche, pur senza mai staccarsi dal suo bel pc nuovo di zecca.
No, ero solo un fallito! Un fallito che perdeva un lavoro dietro a un altro. Uno che non sarebbe mai diventato come Gandhi, Mandela, Malcom X o Buddha. Uno che non avrebbe mai fatto un cazzo nella vita. Che sarebbe morto in maniera invisibile proprio come una mosca. Sprofondato in una fogna come un pezzo di merda.
Non ero niente, non servivo a niente, e non mi andava di fare niente. Volevo solo starmene in pace! A non fare niente. Starmene chiuso tutto il giorno nella mia camera da letto a ubriacarmi, masturbarmi, oppure scopare… quando e se ne avevo l’occasione. Solo che, come detto, non ci stava niente da scopare quel giorno. E in fondo stavo lì a ubriacarmi proprio per colpa di una fica. Per le donne! Come sempre.
Cazzo, quella stronza di Irina. Una dannata troietta Ucraiana di soli ventidue anni, ma abbastanza per meritarsi il nobel da pompinara.
L’avevo conosciuta una settimana prima in un bar proprio giù da me. Il Bar Club Davids, così si chiamava quel posto, anche se di un club aveva poco e niente. Era per lo più una bettola resa appena decente da qualche luce al neon e tavolini di metallo. Uno di quei buchi in cui erano soliti andare a ubriacarsi Rumeni e Ucraini grandi e grossi, e Algerini e Marocchini pronti a fottersi anche le proprie madri. Mentre di sabato, ecco che quel posto si trasformava di colpo in un covo pieno di belle fiche dell’Est Europa. Badanti annoiate o cameriere che andavano lì in cerca di qualche emozione, di qualche svago, e magari di qualche ricco Italiano che come Edward Lewis le facesse sentire una cazzo di Vivian Ward, portandole via da quel letamaio. Solo che quella sera la cara Irina non incontrò che me! E per quanto facessi schifo peggio di un barbone, ero ancora capace di mettere assieme qualche parola, al punto da sembrare persino una persona acculturata.
Non ci volle molto! No, poche parole. Lei si sentiva sola, e guarda caso si mise a sedere proprio accanto a me; al solo Italiano in quel cesso di posto.
Io capii la situazione, e dato che una mignotta mi sarebbe costata ben trenta pezzi, decisi dunque d’investire quindici pezzi in roba da bere. Facendola bere. Ascoltando le sue stronzate su quanto volesse cambiare la sua vita, e di quanto lei valesse più delle altre donne.
Solite cazzate! La sola cosa che importava per davvero fu che dopo meno di tre ore la troia era nel mio letto. E cazzo se ci diede da fare! Sì, mi fece venire almeno quattro volte, tanto che andai a letto stravolto, prossimo alla morte.
Beh, non morii di certo. Cioè, stavo sempre di schifo per il bere ed il fumare, ma dopo quella notte mi svegliai eccome. E quando mi sveglia lei era ancora lì. O meglio, era in cucina! Facendo la Mary Poppins delle mie palle, preparandomi addirittura la colazione, o forse il pranzo. E la cosa durò per molti giorni! Lei decise di essere la mia donna, e stava più a casa mia che sua.
Certo, scopavamo alla grande, non c’è dubbio su questo. Ma presto cominciò a rompere le palle, proprio come ogni donna.
Cominciò a dettare legge!
Dapprima prese a lamentarsi del mio essere sempre ubriaco. Poi dei calzini e delle mutande sparse ovunque. Infine del mio pisciare nelle bottiglie vuote.
-Io non essere mica tua schiava!- mi diceva con quel suo accento straniero -Io no voglio fare da serva anche a te, Gargiulo. Tu o cambiare, o meglio se trovare altra donna.
Certo, inizialmente cercai di sopportarla. Cominciai persino a non pisciare nelle bottiglie vuote, e a bere quando lei non ci stava. Ma dopo soli cinque giorni che ci eravamo conosciuti, la troia prese a rompere le palle di brutto.
Si presentò da me, di punto in bianco, con tutta la sua dannatissima roba.
-Io avere lasciato casa con Svetlana- mi disse, sorridente come una pasqua.
Io ebbi voglia di farle saltare in aria quella sua testa di cazzo piena di riccioli biondi, ma lasciai stare, e la feci accomodare, pensando solo a come togliermela dal cazzo.
Ma niente! Quella continuava a parlare. E non parlava solamente. No, mentre lo faceva prese a sfrattare la mia roba, dettando legge in quel mio schifoso buco. Parlando e parlando. Dicendomi di come lei ora voleva darsi da fare a far fruttare le sue capacità. Del tempo perso dietro a uomini inutili, e amiche false come Svetlana.
Non ce la feci più! No, la guardai, mentre lei sistemava la sua roba, e fumando una paglia glielo dissi.
-Irina, piccola, beh, non so come dirtelo- presi a dirle -Ma sai, ieri Svetlana mi ha tirato un pompino.
Lei diventò bianca come un fantasma. I suoi vestiti le caddero di mano, mentre continuava a fissarmi.
Io scossi le spalle, con fare imbarazzato.
-Ehm, era venuta qui per cercarti!- ripresi -Per un fatto di soldi mi sembra, anche se non l’ho ascoltata più di tanto. Ti giuro! Ricordo solo che ti ha chiamata schifosa latrina succhia cazzi. Sì, proprio così ha detto. Schifosa latrina succhia cazzi! E poi, beh, sai come vanno certe cose. Lei si sentiva sola e ferita. Io sono uno sensibile. Dunque l’ho consolata! E in pochi istanti mi son trovato con il mio cazzo nella sua bocca.
Irina continuò a fissarmi. Sapeva bene come andavano certe cose. Sin troppo bene! E sapeva che Svetalana non era altro che una latrina succhia cazzi, proprio come lei. Eppure la cosa non le basto!
No, prese a urlare come una dannata. Gettandomi addosso di tutto, persino alcune bottiglie vuote.
-Tu fare schifo! Tu pezzo di merda come tutti gli Italiani. Tu avere solo usato me!- urlò come se le avessi ucciso un figlio, continuando a gettarmi di tutto contro, mentre io me ne stavo lì, imbambolato, cercando solo di non farmi ammazzare.
Alla fine si calmò! Mi chiamò schifoso pezzo di merda senza palle e poi andò via. Da brava vittima usata dal maschio di turno. Cercando di certo un altro maschio di turno su cui appoggiarsi.
Io restai lì, fermo, senza pensare a niente, fumando solamente, guardando il casino combinato da quella pazza furiosa.
Andai a prendere una birra, e  me ne restai sul mio divano in cucina a berla. E  poi un’altra ancora, e un’altra, un’altra, e ancora un’altra.
Cielo, per fortuna mi ero liberato da quella petulante troia! Ma in fondo, dopo meno di quattro ore, già mi mancavano i suoi pompini, e la consapevolezza di potermela fottere ogni volta che avessi voluto.
Ma ne valeva la pena? Voglio dire, lei lo succhiava anche meglio di Svetlana, ma rompeva tremendamente le palle!
Sì, tutte le donne presto o tardi prendevano a romperti le palle con il voler essere ascoltate, con il voler vivere in una casa pulita, con il costringerti a tagliarti le unghie dei piedi, portarle a una mostra d’arte contemporanea, in riva al mare, a ballare, a qualche manifestazione per i diritti dei gay, oppure a mangiare Cinese o vegetariano.
Le donne lo facevano sempre. Dovevano farlo! Era nella loro natura. Tutte pronte a essere le nuove Alda Merini o Madre Teresa di Calcutta, ma tutte pronte a passare ore e ore nel cesso solo per scegliere uno stracazzo di smalto.
Una noia tremenda!
E me ne ero liberato. Sì, ma allora perché stavo male?
La fica! Sempre e solo la solita storia. La desideravo sempre, eppure non riuscivo a sopportare di fare tutte le cose necessarie per averla. Dunque eccomi, da solo, nella mia camera da letto, a bere e fumare mentre fissavo il vuoto.
Dio, per un attimo pensai persino di chiamare Svetlana, ma di certo Irina era tornata da lei, avevano litigato quasi fino ad ammazzarsi, ma alla fine aveva fatto di certo pace, addossando a me la colpa di tutto. Accomunandosi come povere anime sognatrici usate dal bruto di turno.
No, era solo la consapevolezza di non avere più una scopata stabile a farmi male. La consapevolezza si star lì da solo, costretto a tirarmi seghe, mentre quell’anima candida se lo stava già facendo sbattere in corpo da qualche altro patetico stronzo.
Andassero a fanculo, pensai, alzandomi di colpo dal mio letto. Pensando di aver perso due pompini in una sola volta.
E cosa avrei fatto per ingannare il tempo?
Cioè, voglio dire, la gente sentiva sempre il bisogno di far qualcosa per passare il tempo. Cose come andare in palestra, fare meditazione, iscriversi a corsi di ballo, andare per negozi, frequentare qualche chiesa, fare meditazione guidata, dipingere, dedicarsi alla salvezza dei popoli mediorientali o delle balene, o anche solo andare a lavorare.
E io niente! Non mi andava di fare un cazzo di tutto ciò. Neanche guardare la televisione mi andava di fare. Neanche ce l’avevo una televisione, io. Avevo solo un vecchio portatile che usavo per guardare porno, scrivere racconti sconci, oppure molestare qualche troietta in chat. Ma quel giorno ero stato ben cinque ore a masturbarmi. Da quando mi ero svegliato! E non mi andava né di scrivere né di parlare con qualche stornzetta che con ogni probabilità non me l’avrebbe mai data.
Dunque cosa fare?
Niente! E decisi di farlo, andando verso la cucina, pronto a prendere un’altra birra.
La mia gatta mi raggiunse mentre, scalzo e in mutande e canotta, avanzai fino alla cucina.
Guardai quella gatta obesa e tigrata farmi le fusa, strusciandosi contro la mia gamba.
-Potresti anche evitare di fare la troia- le dissi, chinandomi e accarezzandola -Tanto ti do comunque da mangiare, puttana!
Lei non obiettò. No, mi seguì fino in cucina, e quando le diedi da mangiare si dimenticò di me, proprio come ogni donna.
Io mi dimenticai di lei, proprio come ogni uomo, e senza fottermene raggiunsi il frigo, prendendo un’altra birra e facendo per mettermi a sedere sul mio divano di finta pelle marrone piazzato in quella cucina piena di mobili rotti e piatti che se ne stavano in un lavello incrostato da tre giorni, facendo da castello a un mucchio di mosche.
Ma qualcosa decise di rompere la mia pace! Qualcosa che prese a squillare a pochi metri da me, proprio sulla mia tavola piena di bottiglie, piatti sporchi, e pacchetti di sigarette vuoti.
Io fissai quell’affare, lui urlò ancora. Mi ringhiò contro con una foga tale che quasi mi travolse.
Chi poteva mai essere? John Kennedy, Barack Obama, Margaret Thatcher, Groucho Marx, Dan Aykroyd, Pluto, Babbo Natale, Dio, Allah, Topolino?
Decisi di non chiedermelo! E in fondo non me ne fotteva un cazzo. Volevo solo che quel coso smettesse di rompermi le palle, così da potermi ubriacare in santa pace.
Raggiunsi quell’affare. Al mio passaggio le mosche volarono via dal loro castello, ma poi tornarono subito, mentre io afferrai quel coso e me lo portai all’orecchio.
-Sì?- dissi senza cura, accendendo un’altra cicca.
-Gargiulo!- rispose con voce forte e ferma un uomo dall’altra parte. Un uomo che conoscevo molto bene.
-Uhm, capo?- dissi con un filo di voce, e poi dando un sorso alla bottiglia.
Ma lui non si fermò per nulla! Prese ad urlare come se qualcuno gli avesse appena mostrato un porno girato da sua figlia.
-Sì, Gargiulo, sono il tuo stramaledettissimo capo!- strillò –Ti sei forse dimenticato di avere un capo, Gargiulo, inutile schizzo di sperma? Dimmi, Gargiulo, hai marcato talmente tante malattie che hai dimenticato persino di avere un lavoro? È così, patetico ammasso di sborra usato male?
-No, capo. Non ho dimenticato di avere un lavoro. Non ancora!
-Bene, fetido e schifoso pidocchio. È sarà meglio che tu te lo faccia tatuare anche sulle palle. Perché senza di noi tu sei niente! Senza di noi puoi dire addio alle tue leccatine di passera alle tue belle Mary Jane fica calda, alle tue birre, e al cibo per quella troia della tua gatta.
Poi il tipo si calmò un po’. Sembrò scrutare l’orizzonte. Come se stesse guardando la mia merdosa cucina.
-A proposito, dove sta quella stramaledetta puttana?- riprese a dire, con tono più calmo, quasi spaventato.
Io mi guardai attorno. Guardai la mia gatta, seduta sul mio divano al posto mio.
Tornai al telefono.
-Sta sul divano, capo- ripresi a dirgli. E lui riprese a urlare, lì dall’altra parte del telefono.
-E sarà meglio che tu ce la tieni lì legata, dannato pezzo di merda- strillò ancora –Anzi, fa una cosa, Gargiulo, bruciala a quella troia! Che l’ultima volta mi ha pisciato su un paio di scarpe nuove. E già che ci sei tagliati le palle, Gargiulo, così eviti di mettere al mondo altri inutili aborti come te.
-Sarà fatto, capo- gli risposi, riferendomi al fatto delle palle, e non certo al fatto di bruciare la mia gatta.
Lui sembrò calmarsi un po’. Ma non abbastanza da smettere di urlare.
-Comunque sia, Gargiulo, stai ancora morendo?- riprese a strillare nel mio orecchio.
-Uhm, cosa intende di preciso, capo?
-Cristo, sei sordo o cosa?- urlò più forte –Ti ho chiesto se stai crepando o no, patetico sacco di merda. Cosa non ti entra in testa di questo semplicissimo concetto? Devo mandare un paio di scagnozzi negri lì da te per stamparti queste parole nell’ano a furia di colpi di cazzo, Gargiulo?
-Ehm, capo, credo di aver capito. Comunque la risposta è sì. Sì, capo, credo di star morendo.
Lui, il capo, restò in silenzio per qualche istante. Io sentii il suo respiro pesante contro al telefono. La sua ansia. La sua rabbia.
Poi esplose di nuovo!
-Me ne sbatto le palle se stai schiattando per l’ebola o solo per un cazzo di doposbornia. Non me ne fotte un cazzo! Hai capito?
-Sì, capo. Credo di aver capito.
-Sarà meglio per te, Gargiulo. O finirai per strada assieme a quella tua schifosa gatta. E ora muoviti, brutta testa di cazzo. Porta subito quel tuo culo flacido nel mio ufficio, che qui siamo nella merda fino al collo.
Io non dissi niente, e così il capo. Sentii dall’altra parte solo un click. Poi niente! Basta urla, basta capo, basta tutto.
Era tornata la quiete, anche se sapevo bene che non sarebbe durata. Sapevo bene di avere da fare. Di essere preso per le palle.
Già, a dire il vero, nonostante perdevo un lavoro dietro l’altro, in quel periodo un lavoro l’avevo eccome.
Da cinque mesi lavoravo in un call center. Roba governativa! Trecento coglioni ficcati in un’enorme stanza, ammassati come tante galline. Tutti indaffarati a sorridere a persone che ci telefonavano per raccontarci i loro problemi, o anche solo per ricevere consensi o complimenti.
E noi ascoltavamo ognuno di loro! Sì, ascoltavamo con interesse i loro problemi, e sorridendo. Facendoli sentire voluti da Dio. Importanti, speciali, unici.
Ecco, eravamo gli angeli di Dio! Il suo esercito pronto a salvare il mondo.
Ma a volte sorrisi e parole non bastavano! No, alcune volte accadevano cose davvero orrende. Per esempio accadeva che qualche negro non voleva più ballare l’hip pop, che Danny De Vito non voleva più far ridere la gente, o che qualcuno aveva
deciso di non credere più al natale.
Insomma, cose tragiche! E noi, da bravi angeli, venivamo mandati nel mondo come agnelli tra i lupi per sistemare le cose. Per portare ordine e pace al genere umano.
Beh, non so il perché o il per come, ma io ero il più quotato tra quei trecento polli. L’operatore call center più dritto della città! Forse del mondo. E potete giurarci che quando la merda arrivava fino alla gola della gente, ero io ad essere chiamato per spalarla via. Io, Marco Gargiulo, l’operatore call center più dritto della storia.
Chissà quale casino era mai successo stavolta, pensai, scolando la mia birra mentre andavo verso il bagno.
Magari Obama era impazzito perché la sua cara Mitchelle si era fatta sbattere da Putin, e ora lui minacciava di sganciare atomiche sulla Russia. Oppure Claudia Koll era impazzita e aveva deciso di tornare a mostrare la fica in mondovisione.
Chi poteva saperlo! Ma comunque fosse, io, Marco Gargiulo, ero di nuovo chiamato a salvare la patria. E dovevo farlo! A meno che non avessi voluto perdere le mie quattro mura e la grana per campare.
Così mi diedi da fare! Finii la birra e la lasciai sul lavello del bagno. Mi sciacquai palle, culo, piedi e tutto il resto, per poi tornare nella mia camera da letto.
Mi ficcai addosso un jeans e una camicia nera e sgualcita. Anfibi ai piedi, una giacca di finta pelle nera, sottile quanto un foglio di carta, e infine presi la mia trentotto da una scrivania piena di robaccia e la ficcai in una tracolla verde militare.
Mangiai giusto un panino con del cotto e del formaggio prima di uscire da quel buco, lasciando la mia gatta da sola con il suo lardo.
Scesi lentamente le scale di quel vecchio palazzo, scrutato e pesato dagli occhi di decine di vecchie bigotte che mi spiavano da dietro le loro porte.
Dannate troie, pensai, scendendo fino al pian terreno. Quelle puttane mi odiavano! Passavano le loro giornate a spiarmi e sparlare di me, oppure a spifferare all’amministratore condominiale di come io lasciassi di continuo bottiglie vuote sui pianerottoli, o di come non facessi altro che far casino tutte le notti.
Beh, io per ringraziarle pisciavo nelle piante fuori alle loro porte, sputavo sulle loro cassette della posta, o davo fuoco ai loro zerbini. Ma quel pomeriggio non avevo tempo da dedicare alle mie amichette. No, ebbi giusto il tempo di sputare su di una cassetta della posta con su scritto M. De Rosa- A. Torelli, prima di uscire da quel palazzo, mettendomi per strada, pronto a salvare il mondo.
Dio, non lo avessi mai fatto! A quell’ora le strade erano sempre piene di gente. Di brava gente che tornava da lavoro, ragazzine che tornavano dall’università, gruppi di coglioni che andavano in giro per negozi, o anche solo qualche coppia che se ne stava seduta ai tavolini di qualche bar.
Tutti identici. Tutti indaffarati a fare qualcosa. Tutti intenti a dire qualcosa. Tutti presi a trovare un modo per dare un senso alle loro esistenze, così da sfuggire la noia, e più di tutto il terrore della morte. La consapevolezza di non essere altro che dei pezzi di carne dediti al macello.
Mi facevano schifo! Tutti pronti a fare a gara a chi tra loro fosse il migliore. Tutti convinti che un giorno sarebbero diventati i nuovi Gordon Gekko o Evita Peron delle mie palle.
Niente da fare, era inutile sfuggire a quella massa di fango, persino in quel posto del cazzo c’erano. Lì a Piazza Garibaldi. Un posto che di notte cambiava faccia, trasformandosi in uno scenario post apocalittico pieno solo di puttane minorenni, negri incazzati, e ancora alcolizzati, tossici, zingari, e barboni che dormivano per strada mezzi nudi.
Ma il sole batteva ancora alto in cielo. Era ancora il tempo della brava gente. Dei figli di Dio. Mentre i demoni se ne stavano rintanati nelle fogne, proprio come topi o blatte.
Cercai di non guardarli e avanzai a piedi tra quella folla orrenda e rumorosa. Camminando a passo lento, testa bassa, fino alla mia destinazione.
Non ci volle molto a raggiungerla. No, la sede segreta della mia agenzia segreta risiedeva poco distante da quella piazza. A sì e no quattro chilometri. Nei pressi di Gianturco. Una sorta di via di Napoli che tutti si ostinavano a chiamare quartiere. Un cesso di posto pieno solo di fabbriche e magazzini di Cinesi.
Beh, a me non fotteva un cazzo in fondo. Meglio lì in quella fogna che in un quartiere per ricchi, pensai, addentrandomi nel vicolo dove risiedeva la mia base, fino a raggiungerla, piazzata tra una fabbrica di Cinesi e un’altra fabbrica di chissà quale stronzo.
Superai il grosso cancello nero dietro il quale stava nascosta. Un cancello forse non molto diverso da quello di Mordor, ma molto meno fico.
Già, a dire il vero sembrava più il cancello di un albergo. E anche dentro non era poi così diverso da un albergo. No,sembrava proprio il cortile di un albergo! Un cortile tondo, pieno di piante e panchine, dove una decina di persone ben vestite pascolavano come tante pecore. Alcuni parlando tra loro, altri parlando al cellulare, altri ancora passeggiando e basta.
E chi erano quei morti viventi? Ovvio, dei miei colleghi! Alcuni degli angeli di Dio che stavano lì dentro. Ormai lobotomizzati. Godendosi quei quindici minuti d’aria ogni due ore di lavoro.
Io li odiavo! Lì reputavo inutili quanto le persone che ci telefonavano, se non addirittura di più.
Una serie di coglioni ben vestiti e sorridenti che neanche si rendevano conto del cesso in cui eravamo ficcati. Di essere solo degli inculati costretti a sorridere alla gente, costretti ad  ascoltare le parole di gente di cui non ci fotteva un cazzo, e scodinzolare come cagnolini innanzi a qualche bamboccio.
Già, ma in fondo loro erano abituati a vivere così. Vivevano così ovunque. Sorridevano ai vicini, al macellaio, al salumiere, allo sportellista di qualche cazzo di banca. Sorridevano a tutti! Erano sempre pronti a fare a gara su chi di loro fosse la persona più buona e affascinante, e altrettanto pronti a gettare fango di nascosto sulle persone a cui sorridevano.
Cercai di non calcolarmi, almeno per quanto potessi non guardare le loro facce di cazzo, ricordando il cesso in cui mi trovavo. Avanzai fino a una grossa porta antipanico. Tirai fuori il mio portafogli con dentro la mia tessera segreta da agente segreto del governo segreto, e la poggiai contro la porta, facendola aprire.
Entrai lì dentro. Entrai nell’inferno!
Davanti a me un grosso scatolone di cemento. Senza finestre, senza nessuna porta se non quella da cui ero appena passato. E lì dentro, legati a centinaia di piccole postazioni con sopra il monitor di un computer, la tastiera ed il mouse, ci stavano centinaia di corpi che furono un tempo degli esseri umani. Ognuno di loro legato alla propria sedia, con delle cuffie in testa, paraocchi che non gli permettevano di fissare altro che lo schermo innanzi a loro, e degli uncini conficcati nelle guance che li costringevano a sorridere.
Di tanto in tanto qualcuno passava dietro di loro, urlando e frustandoli.
-Dio santissimo!- strillò una sorta di Frankenstein al femminile, mollando una frustata a un tipo mingherlino –Non devi fingere di essere interessato a quanto il tuo amatissimo cliente ti dice. Tu devi essere interessato! Devi amarlo con tutto te stesso. Pronto a farti uccidere pur di vederlo felice.
Il tipo prese a sorridere con più vigore, sentendo gli uncini lacerargli le guance. E Frankenstein assieme ad altre persone vestite di bianco continuava a girare per quelle postazioni, urlando e agitando la frusta, incitando tutti a sorridere di più e amare i propri clienti.
Uno di loro mi si avvicinò. Un tipo alto nella media, magro nella media, con la pettinatura nella media, la faccia nella media, e degli occhiali nella media.
Si chiamava Mimmo! E come tutti i Mimmo era un essere completamente insignificante. Proprio per questo mandavano sempre lui a interfacciarsi con me, dandomi qualche ordine. Perché anche se l’avessi ucciso a nessuno sarebbe fottuto un cazzo.
-Gargiulo, finalmente è arrivato- disse il caro Mimmo, quasi tremando.
Io mi accesi una cicca. Lui mi guardò, sudando freddo.
-Ehm, qui dentro lo sa che non si può fumare, Gargiulo- mi disse con la sua voce da checca.
Io invece non dissi niente. Continuai a fissarlo, indeciso se ucciderlo o meno. Ma poi pensai che non tutti lì dentro erano dei Mimmo. E che se lo avessi ucciso sarei finito in galera a fare la puttana di qualche negro, nonostante quello non era altro che un Mimmo.
Dunque spensi la sigaretta per terra. Lui sorrise con aria soddisfatta, felice dell’essere riuscito a farsi ascoltare. Ma prima che potesse dire altro, da oltre una porta di cristallo ficcata poco distante da quel pollaio, ecco che irruppe una voce talmente forte da rompere i timpani anche di un sordo.
-Dove cazzo è quella merda ambulante di Gargiulo? E’ qui o no quel fottuto figlio di puttana? Quello vuole vedermi morto!- strillò quella voce da ben oltre quella porta di cristallo. La voce del mio capo!
Mimmo guardò me, con fare impaurito. Io guardai lui, senza fottermene un cazzo.
-Lascia stare, Mimmo. Conosco la strada- gli dissi, per poi lasciarlo lì e oltrepassare la porta di cristallo, lasciando quel coglione ai suoi polli da frustare.
Oltre quella porta, tutto era ben diverso dal pollaio dove stavano i polli. Lì in una grossa sala dalle pareti bianche e il pavimento di marmo nero ci stavano decine e decine di scrivanie di mogano, e davanti a esse decine e decine di belle troie vestite da suore, tutte prese a scrivere roba strana a computer.
Io le sorpassai, e nel vedere quelle porcelline sode e sì e no ventenni mi venne duro, anche se erano vestite da suore. Ma quelle fiche non erano per me. Quelle fiche appartenevano a Dio! Ed era proprio da lui che stavo andando. Fino a raggiungere una grossa porta di noce con su scritto “Leccami il cazzo e poi bevi tutto. Non lasciar traccia alcuna!”.

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Tratto dal racconto “Aborti imbalsamati”.

Le pareti bianche di quella cazzo di stanza sembravano stringermi. Per Dio, erano come assordanti! Avevano la capacita di farmi venire la nausea quelle dannate. Fottute e merdosa pareti bianche che mi fissavano, lì in quel vortice di voci veloci e volti gommosi e affamati che mi ronzavano attorno. E dov’ero? Chi ero? Ero forse morto ed ero all’inferno? Beh, in un certo senso lo ero! Anche se non ero morto, o almeno ancora.
La mia follia non mi aveva portato a un cazzo di niente, neanche alla morte, ma solo a stare in quel merdoso posto, alle nove di sera, alle nove di sera di un qualunque Maggio del mondo. Lì, in un’orrenda sala d’attesa di un ospedale pieno di gente che mi ronzava attorno. Pieno di gente con le facce bianche come quelle dannati pareti che mi avvolgevano. E quella cazzo di gente stava lì per il mio stesso motivo. Quella cazzo di gente era finita in quel merdoso posto perché stava crepando.
Già, tutti stavano male lì dentro, seduti in quella grossa sala rettangolare piena di sedie di plastica azzurra  e litografie di Napoli appese alle pareti. Tutti avevano qualcosa come un infarto, un ictus, un cancro, un’emorroide, il morbillo, o anche solo il vaiolo. Eppure nessuno di loro chiudeva quella cazzo di bocca! Tutti se ne stavano lì seduti, con i loro malesseri temporanei, mentre parlavano dei politici corrotti, della mala sanità, di quello che era capitato a un loro cugino o quello che gli aveva detto un amico di un amico.
Io mi misi la testa tra le mani, seduto su una di quelle cazzo di sedie azzurre. Poggiai la mia grossa e tonda testa rasata tra le mie callose mani, restandomene lì seduto a fissare le mie scarpe. Poi di colpo alzai la testa. Davanti a me, seduta davanti a me, un’orrenda vecchiaccia secca e corta mi fissava. Una lurida puttana dai capelli grigi come un topo, un vestito lungo pieno di merdosi fiori colorati, e una fottuta corona di madreperla in mano.
Io la guardai qualche istante, con il desiderio di ucciderla, mentre quella vecchia cagna continuava a fissare con disgusto il mio braccio destro pieno di tatuaggi che s’intravedeva dalle maniche tirante su della mia giacca di pelle.
Lasciai stare! Non potevo ucciderla, non di certo. Quella troia serviva solo a guardare fiction alla tele, parlare con le vicine di casa o andare in chiesa per spettegolare di qualcuno tra un rosario e un altro. Ma non potevo ucciderla! Era utile al mondo, lei. Una brava persona. Una persona civile. Mentre io solo un povero ubriacone bastardo.
Già, di certo il mondo non avrebbe pianto per la mia morte, mentre per la sua si sarebbe fatto un grande funerale. Sarebbero venuti anche Dean Martin e Steven Seagal per darle le condoglianze, e il presidente Obama avrebbe fatto un bel discorso per quella cagna. Ma per fortuna non durò molto! Ecco che una grassona sui quaranta, tutta truccata, entrò in quella cazzo di sala a riprendersi quella fottuta cagna.
“Vieni mamma, il dottore ha detto che è stato solo un calo di pressione” le disse la cicciona, con il suo accento volgare da paesana.
La vecchia si alzò.
“Ma io sto morendo!” rispose in dialetto. La figlia non ci fece caso. Sapeva che quella troia della sua vecchia non stava crepando; o almeno non in quel preciso momento. E sapeva che l’avrebbe presa a calci in culo per averla fatta correre lì, in quel cazzo di ospedale, facendole perdere un’importantissima puntata di Beautiful.
Ma si contenne! Sì, la gente avrebbe parlato male di lei quando se ne sarebbe andata. E a lei non andava! Era una brava donna lei, proprio come quella puttana della sua vecchia madre, che di chissà quante persone aveva desiderato la morte; compresa la mia.
Ma le sue preghiere non furono esaudite, o almeno subito. Ero ancora vivo! Anche se il buon Dio non avrebbe tardato ad accogliere le suppliche della sua amata figlia. Ma intanto accolse le mie, anche se non lo avevo affatto pregato. Ma invocato o no, quella troia si tolse finalmente dal cazzo, assieme alla sua orrenda figlia.
Ma non era finita! No, in posti come quelli non finiva mai così presto. E oramai ero un abituale in quei cazzo di posti. Sempre preso da tremendi dolori e sensi di vuoto come se mi stesse venendo un colpo, per poi scoprire che non ero altro che un dannato ubriaco. E di certo anche quella volta il referto non sarebbe stato diverso. “Pazzo!  Inadatto alla vita che non vuole fare un cazzo, se non masturbarsi, scopare, ubriacarsi, fumare, e scrivere porcate ascoltando strana musica priva di dolci parole”.
Ecco, lo sapevo! Sapevo già come stavano le cose. E anche se stavo o meglio (o almeno non stavo crepando), sapevo anche che quella fottuta carta d’ospedale mi serviva per continuare ad avere un posto di lavoro; il mio posto da agente governativo.
Dunque dovevo ancora star lì. La gente si lamentava di star lì. La gente era entrata in quel cazzo di posto urlando e piangendo, dicendo che stava per crepare o che gli stava per uscire un terzo braccio dal culo. E dopo che gli avevano fatto tutte le merdate da bravi dottori per capire che non stavano crepando, lì parcheggiavano lì in attesa dei risultai. E quelli, una volta capito che non stavano crepando, volevano solo tornarsene a casa a fare le loro cose. Cose come guardare la tv, giocare al pc, parlare a telefono con qualcuno, o magari andare a qualche corso di yoga.
Io invece volevo solo tornarmene a casa per ubriacarmi e masturbarmi. E Cristo, dopo che un’infermiera dal culo solo m’aveva mostrato le tette chinandosi su di me per farmi un merdoso ECG, beh, ne avevo ancor più voglia. Ma non potevo ancora, a meno che non l’avrei tirato fuori prendendo a masturbarmi lì in mezzo. Ma mi contenni! Mi contenni, mentre tutta quella gente continuava a parlare tra loro.
Ma li lasciai fare, ficcandomi le mani contro la testa che mi scoppiava, quando un vecchio che era entrato lì dentro per un presunto cancro alle palle prese ad agitare con foga il braccio verso un’altra vacca entrata lì per una presunta gastrite.
-Questi non vogliono fare niente!- urlò il vecchio.
-L’altro giorno mio cugino è venuto qui perché era stato buttato sotto da un motorino- prese a dire una vecchia che si soffiava con un grosso ventaglio di stoffa -E sapete quanto tempo è stato qui? Cinque ore! Dico, cinque ore. Ah, ma se stavamo al nord!
-Al nord?- riprese la vacca -Signora, ma se già va a Roma è diverso.
-Ma quella è colpa dei politici, signorina- prese a dire un tipo grande e grosso. Un tipo sui cinquanta, vestito da meccanico -Quelli si mangiano tutti i soldi e questi qui dentro non vengono neanche pagati. Poverini, che devono fare? Sono pochi e mal pagati. Quella la colpa è dei politici.
-E’ tutto uno schifo!- disse la vecchia.
-Gargiulo- urlò una voce da oltre la porta di quella cazzo di sala d’attesa. E tutti si voltarono fissando quella dannata porta, chiedendosi chi fosse il fortunato che aveva appena vinto un giro fuori da quel cazzo di posto.
Io mi alzai, senza dire niente. Senza esultare per la vincita né facendo un dannato discorso al mondo a tipo Miss Italia.
No, andai semplicemente verso quella cazzo di porta. A testa bassa, senza dire un cazzo, sotto gli occhi di tutta quella brava gente che una volta che io fossi uscito di lì avrebbero preso a far a gara a chi fosse arrivato prima di me, criticando il fatto che lì non rispettassero i turni.
Beh, io non lo sapevo se li rispettassero o meno i turni. Mi sembrava di sì! Ma a dire il vero non me ne fotteva. La sola cosa di cui m’importava era togliermi da quel cazzo di posto.
Dunque lasciai quella schifosa sala bianca, ficcandomi in un’altra sala; la stessa dove l’infermiera dalle grosse bocce mi aveva fatto L’ECG. Una schifosa sala di pronto soccorso piena di armadietti di ferro zeppi di medicinali, flaconi, siringhe, garze e altre schifezze simili. Un’altra stanza rettangolare dalle pareti bianche. Una stanza piena di barelle con sopra gente che si lamentava, gente che stava morendo, gente che credeva di star morendo, o gente che cercava solo qualche fottuta attenzione. E io sorpassai quella gente. Sorpassai un grosso infermiere dalla faccia quadrata e un portantino corto e grasso e dalla faccia da porco. Sorpassai il mondo intero, fino a raggiungere una grossa scrivania di plastica bianca dietro cui mi aspettava un dottore alto e moro, con la faccia alla Clark Kent.
Io mi fermai lì davanti. Clark stava a testa bassa, guardando delle scartoffie che teneva in mano. Poi abbassò leggermente i fogli, alzò lo sguardo verso di me. Mi fissò con aria seria. Con il suo sguardo da bravo ragazzo.
-Allora, Gargiulo- mi disse -In tre mesi è la terza volta che la vedo qui. Tre pronto soccorso in  tre mesi, se ne rende conto?
-Ehm, veramente sarebbero quattro- gli risposi. Lui sgranò gli occhi, fissandomi.
-Uhm, quattro?
-Una volta non c’era lei, ma una dottoressa bionda.
-Una dottoressa bionda?
-Beh, sì. Una tipa molto, beh… molto… molto. Ci siamo capiti, no?- dissi sorridendo.
Lui non sorrise! Restò lì a fissarmi con aria seria. A fissarmi con lo stesso sguardo di Hitler o di Papa Giovanni Paolo II.
-No, non ci siamo capiti affatto!- disse il tipo, che di certo si era pompato la troia bionda. Poi abbassò di nuovo lo sguardo verso quelle cazzo di carte. Diede loro una bella occhiata, per un minuto quasi.
-Bene! Analisi buone- riprese -Elettrocardiogramma regolare, Tac normale, e dalla radiografia ai polmoni emerge solo una bronchite da fumatore. Nessun tumore!
-Dunque non muoio?
Il tipo sbuffò, continuando a fissarmi.
-Lei ha rotto il cazzo, Gargiulo!- urlò il tipo, gettando quei cazzo di fogli sopra al banco; tra tanti altri fogli di gente che stava crepando.
Io rimasi fermo, fottendomene, con la sola voglia di arraffare il mio certificato e togliermi da quel posto del cazzo. I malati sui letti invece si ripresero di colpo, cercando di capire cosa cazzo stesse succedendo in quel posto. E il dottore si mise le mani contro al viso, cercando di tornare calmo. Cercando di tornare la brava persona civile che era.
Fece un respiro! Forse disse una preghiera, o magari una meditazione Buddista. Rimise le carte a posto e mi fissò, accennando un sorriso da bravo ragazzo.
-Gargiulo- disse con aria pacata, quasi sudando freddo -Ma si rende conto che lei si sta distruggendo? Cosa c’è che non va, ha forse deciso di morire? Non le piace la vita?
Io scossi le spalle, senza rispondergli. Non sapevo se mi piacesse o meno la vita. Certo, sorridevo poco, ma ero sicuramente meno depresso di tutti quei coglioni che sentivano patetiche e malinconiche canzoni d’amore o postavano boiate tristi sui social network. E inoltre non volevo di certo tirare le cuoia! O meglio, il mondo mi faceva schifo, la gente mi faceva schifo, ma mi sarebbe dispiaciuto molto non poter più chiavare o anche solo masturbarmi.
Ma tenni tutto per me! Non dissi niente al buon dottore, e lui continuò a fissarmi con aria paterna; o forse solo cercando di convincermi a non mettere più piede in quel dannato ospedale.
-Gargiulo, Gargiulo, l’ultima volta che è venuto qua era così ubriaco che ha chiamato Michael Jordan il nostro infermiere Ciro, e gli ha chiesto di fargli un autografo- riprese il tipo.
-Beh, forse gli somigliava. Non ricordo!- gli risposi. Lui mi fissò di nuovo in maniera seria.
-L’infermiere Ciro è bianco, Gargiulo. Ed è anche alto un metro e cinquantasei.
Io scossi nuovamente le spalle, sbattendomene di lui, di Michael Jordan e dell’infermiere Ciro. Il tipo ansimò di nuovo, invocando Buddha o Dio per mantenere la calma e non piantarmi un bisturi in gola.
-Gargiulo! Gargiulo carissimo, ma ha mai pensato di smettere di bere e fumare?- mi chiese. Io lo guardai. Lui sorrise -Starebbe meglio!- disse -Molto, ma molto meglio. E non avrebbe più bisogno di venire in ospedale una volta al mese. Non sarebbe meraviglioso?
-Uhm, e poi cosa cazzo faccio?
-Intende se non viene in ospedale?
-No, intendo se non bevo e non fumo.
-Oh, caro Gargiulo, ma la vita è piena di cose belle. Lei non ha un hobby?
Io ci pensai un po’. Restai qualche istante in silenzio, fissando il vuoto, e pensando alla mia porca vita. Poi abbassai lo sguardo verso il mio amichetto.
-Beh, masturbarsi può considerarsi un hobby?- gli chiesi. Lui restò in silenzio a fissarmi, con la voglia di uccidermi. Ma poi, dopo un altro respiro profondo e un’altra invocazione al cuore di Cristo o la pancia di Buddha, il tipo si calmò di nuovo.
-Capisco!- riprese lo stronzo, con aria rassegnata -E non le piace neanche lo sport? Che ne so, potrebbe fare del calcio o del nuoto.
-Uhm, e per fare cosa?
-Beh, anzitutto le farebbe bene alla salute, e poi conoscerebbe anche tanta nuova gente.
-E’ obbligatorio?
-Suvvia, Gargiulo. Non vorrà farmi credere che non guarda mai le partite di calcio alla tv?
-Io non ho una tv, dottore.
-Capisco!- disse il dottore, con aria rassegnata.
Poi si guardò un po’ attorno, come a cercare un modo per curarmi.
Tornò a sorridere! A sorridere e fissarmi.
-Ma gli amici?- riprese -Le piacerà di certo conoscere nuova gente, vero?
-Ehm, dottore- dissi -Posso essere sincero?
-Dica pure, Gargiulo, io sono suo amico. Io voglio solo aiutarla!
-Veda, dottore, in onestà, fosse per me sterminerei l’intero genere umano, lei compreso. E in quanto allo sport me ne sbatto le palle. Così come della tele, delle partite di calcio, dei film con De Niro o Al Pacino, delle maratone per la vita, della notte degli Oscar, dei telegiornali e delle mostre d’arte. E me ne sbatto le palle delle manifestazioni per la pace, per la salvezza della Palestina, i diritti dei gay o degli animali. E non voglio conoscere né Gesù Cristo (anche se lo conoscevo, ma lui non poteva saperlo) né Buddha, o tanto meno Topolino o Babbo Natale. Non voglio andare in Tibet o fare il cammino di Santiago. Non voglio conoscere Nelson Mandela né scrivere un libro sull’arte di vivere. Voglio solo bere e fottermene, non altro! E magari la cosa non sarà molto onorevole per lei, ma è la mia scelta, dottore- gli dissi, e lui restò in silenzio, a fissarmi, con la sua faccia da bravo ragazzo. Poi ecco una vena gli si gonfiò in fronte. Prese a sudare, il labbro inferiore cominciò a tremare.
-Si tolga fuori dalle palle, Gargiulo- mi urlò contro, tirandomi addosso quel fottuto certificato.
Io lo raccolsi, lo guardai e lo misi in tasca.
-Mi sta dicendo che non siamo più amici, dottore?
-Sto dicendo che la prossima volta che la vedo nel mio ospedale io la faccio ricoverare. E mi creda, mio caro Gargiulo, non sarebbe per niente una festa. Basta alcol e troie, e anche seghe. Solo dottori che le farebbero dei clisteri, infermiere grasse, e un sacerdote Tedesco di nome Ulrico.
Io annuii con la testa e mi ficcai una sigaretta in bocca, senza accenderla… purtroppo
-Capisco! Ti amo anch’io, pasticcino- gli dissi. E lui diede un forte cazzotto sulla scrivania, facendo cadere a terra la cartella di un tale di nome Vincenzo Parolisi.
-Si tolga subito dalle palle, Gargiulo- urlò. E io, senza dire altro, mi tolsi dalla vista del mio amichetto, per uscire fuori da quel cazzo di ospedale; fino alla prossima volta.
Così andai via. Passai davanti gli sguardi della brava gente che attendeva il proprio turno, lì in quella cazzo di sala d’attesa.
Una vecchia disse qualcosa a un vecchio, fissandomi. Io alzai il dito medio verso di loro. I due mi guardarono con occhi pieni di odio, mentre lì dentro si continuava a parlare dei politici ladri, e di come fosse sbagliato questo o quell’altro.
Poi una voce.
–De Rosa- urlò un tipo oltre la porta. E i due vecchi si alzarono per raggiungere di corsa la voce di Dio, lasciandomi perdere, mentre io lasciai perdere loro e tutta quella brava gente, uscendo fuori da quel cazzo di posto. E fuori, fuori la notte era sempre uguale. Sempre buia. Sempre silenziosa. Sempre piatta. E lì, davanti l’ingresso di quel cazzo di ospedale le guardie giurate parlavano tra loro di calcio, mentre i parenti degli ammalati facevano a gara a chi avesse il parente più grave in quel cazzo di posto, e qualche infermiere dalla grossa pancia ci provava con qualche vecchia infermiera dalla pelle rugosa e lampadata.
Io portai il mio magro corpo lontano da quel posto. Senza provarci con nessuno, e senza parlare con nessuno.
Volevo solo andare via! Tornare a casa, ubriacarmi e tirarmi una sega. Così mi rimisi per strada solo come un cane; come sempre! Lontano circa sei chilometri da casa.
Beh, ero a piedi, come sempre; com’era normale per uno sfaticato ubriacone come me che non riusciva a dar priorità alle cose giuste nella vita. Cose come un’auto, un televisore, un impianto stereo o una collezione di Cd dei Queen. Ma non importava! Sarei tornato comunque a casa, in un modo o in un altro, e a dire il vero anche i dolori e il senso di stordimento si erano calmati.
Così continuai a camminare. Qualche gatto che rovistava nei rifiuti, qualche cane che abbaiava di tanto in tanto, e un’auto nuova di zecca che sfrecciava ogni cinque minuti.
Per il resto solo io! Io, a fumare la mia cicca, tossendo, e toccandomi il collo, il petto e la pancia per i dolori. E Cristo, che voglia di bere! Quando poi ecco il miracolo. Lì a manco cinque metri da me, piazzato sotto un palazzo che sembrava uscito da un’era post-atomica come quelli in Ken il guerriero, ecco un piccolo garage adibito a casa. La luce che usciva dalla serranda aperta. Fuori un frigo per gelati, e vari cartelli di cartone o legno con su scritte merdate varie. Ma tra quelle cazzate una colse la mia attenzione. “Birre (scritto con una erre) da ottanta (con una ti) centesimi in su”.
Sì, era il miracolo! Altro che quel frocio di Cristo che moltiplicava pesci e pani. Altro che Mose che divideva le acque o di Madonna che riusciva a chiavare a sessant’anni. Quello era il vero Miracolo! E io come Abramo mi fiondai verso la terra promessa, fottendomene se avessi dovuto sacrificare ottomila Isacco per qualche cazzo di birra.
Beh, comunque quando arrivai davanti a quel cazzo di posto il tipo lì dentro non sembrava affatto interessato a chiedermi in olocausto un dannato Isacco, Ismaele, Gennaro, Pasquale o Lorenzo. No! Quel grassone sui sessanta e dalla testa pelata se ne stava seduto nei suoi stracci su di una sedia di legno, davanti a un grosso tavolo di legno, a guardare una fiction alla tele.
Un tipo dalla faccia pulita sparò a uno chiamandolo “lurida spia”. Quello sparato cadde a terra, e una troietta prese a urlare come una pazza, vedendo il corpo del suo amore lì steso al suolo.
Il vecchio afferrò un pezzo di pane e mortadella e gli diede un morso. Lo poggiò poi su quel lurido tavolo, prendendo a masticare sguaiatamente quanto aveva in bocca.
Io gettai la cicca a terra ed entrai in quel fetido e umido garage ammuffito e pieno di roba di ogni genere.
Mi guardai attorno. Ci stavano pacchi di pasta, di patatine e biscotti. E ancora… latte, passate di pomodoro, carta igienica, giocattoli e preservativi.
Ci stava di tutto! Probabilmente ci avrei trovato anche il cadavere di Elvis o l’alieno caduto a Rooswelt. Ma non mi andò di indagare sulla cosa. Mi limitai a tossire, e il vecchio si girò lentamente verso di me; restando seduto, e continuando a masticare a bocca aperta quel cazzo di panino.
-E tu, chi cazzo saresti? Che cazzo mi significhi?- disse il vecchio, con la sua voce rauca e volgare. Io avanzai ancora di un passo, ficcando una sigarette nella mia bocca.
L’accesi e lo guardai.
-Vorrei solo un paio di birre, vecchio- gli risposi.
-Oh, davvero? E che credi che qui siamo alla Caritas? Amico, qui o cacci la grana, oppure ti faccio sbranare dal mio cane- disse, indicando una specie di mastino Napoletano vecchio e stanco, e con la faccia di chi non se ne fotteva un cazzo, fermo davanti alle lardose gambe del vecchio, fissandomi e ringhiando.
Il vecchio prese a sorridere in maniera crudele, mentre quel bastardo di un pulcioso che non ce la faceva manco a muovere il culo continuava a ringhiarmi contro.
-Hai visto, bastardo! Una sola mossa e il mio Attila ti masticherà come un fottuto panino- fece il vecchio, dando poi un morso al suo fottuto panino, e lanciando quell’ultimo boccone che rimaneva al suo fedele Attila.
Attila lo divorò a fatica, quasi non reggendosi sulle sue vecchie zampe.
-Lo hai visto, no, figlio di una troia? Questo ti divora un polpaccio come se niente fosse- riprese il vecchio.
Io scossi le spalle, e poi tirai fuori da dietro al culo il mio portafogli.
Tirai fuori un ventone, il solo che avessi in quel cazzo di coso. Lo mostrai al vecchio. Attila prese a ringhiare contro di me, e il vecchio gli diede un amorevole carezza.
-Su su, buono, buono, bello!- disse al suo bioccolo, fissando il mio ventone stretto nella mia mano -Avanti, non vedi che il signore è un amico?- gli disse. Ma Attila, niente! Quel vecchio figlio di puttana continuava a ringhiarmi contro. Così il vecchio bastardo gli piazzò un bel calcio in culo, e Attila si alzò di colpo gemendo come un cucciolo.
-Torna subito nel tu lurido cesso- gli urlò contro, indicando con il suo lardoso e rugoso braccio quel cesso oltre la tenda giallastra.
Attila obbedì! Arraffò quel che restava del panino, e camminando lentamente spari oltre la tenda, fino al cesso.
Il vecchio prese a fissarmi sorridendo.
-Beh, scusa, amico. Ma sai, ci sta tanta gente strana in giro. Pensa che solo due giorni fa una coppia di froci è entrata qui dentro chiedendomi dei preservativi. Cazzo, due froci! Capisci? E magari se lo volevano anche piantare in culo a vicenda proprio qui, davanti ai miei occhi. Ma cazzo, sono mica un pervertito io. Io credo nel buon Signore!- fece il vecchio, indicando un polveroso quadro raffigurante cristo appeso contro una parete.
Ecco, di colpo ero diventato il suo nuovo migliore amichetto! Sì, i soldi facevano quell’effetto. I soldi ti permettevano di essere chiunque tu volessi al mondo. I soldi ti permettevano di aver rispetto. E certo, venti euro non erano un cazzo di niente, ma per quel vecchio erano tanti!
Beh, a me non fotteva un cazzo di lui, né del suo cane, o di quanto lui odiasse i froci. Volevo solo bere! E alla fine mi tolsi da lì, con una birra in mano, una nella mia tracolla, e tre euro in meno in tasca.
Ripresi la mia strada verso casa, bevendo la mia birra, finendola con pochi sorsi, per poi gettarla per terra. La birra rotolò contro un marciapiede, e io avanzai fuori da quel vicolo, verso una lunga strada piena di auto, e gente che camminava parlando tra loro, attaccando l’altra birra.
Cazzo, era tutto orrendo, pensai, stappando un’altra birra. E una coppietta che camminava lungo quel corso pieno di negozi chiusi mi guardò disgustata, continuando a tenersi per mano.
La tipa tirò via il suo ragazzo.
-Mi fa paura, Enrico- disse. Lui la strinse forte a sé, continuando a camminare.
-Ci sono io qui con te, Giada- fece il tipo, da grande uomo qual era. Ma io non dissi niente! Non mi fotteva chi di noi fosse il grande uomo, né della piccola fichetta di Giada che di certo non era solo del suo Enrico. Volevo solo bere! E continuai a farlo, bevendo la mia birra, lì in quella strada piena di gente che camminava verso il centro storico di Napoli per andare a mangiare pizze fumanti, bere cocktail colorati, o anche solo parlare di arte o della salvezza della Palestina. E ancora auto nuove di zecca che sfrecciavano per strada con dentro coppie silenziose, gruppi di amici sorridenti; tutta brava gente! Gente capace, gente buona, gente vincente, gente dal cuore d’oro.
Avanzai ancora, e poi mi misi a sedere a pochi passi da Piazza Garibaldi, dalla stazione di Napoli. In una piazza chiamata Piazza Principe Umberto, proprio dove stava il bar Davids. Tra barboni e pazzi di ogni genere. Negri o bianchi, tutta gente senza un soldo, senza una speranza, senza una fottuta parola di Osho o Coelho da leggere. E se ne stavano da soli, bevendo e fumando e senza dire un cazzo, in quei cazzo di giardinetti; proprio come me!
Io rimasi in disparte da loro, in disparte da tutti. I bravi ragazzi o le brave ragazze che scrivevano poesie sull’anima del mondo amavano invece stare con loro. Gli davano a parlare, gli sorridevano. Facevano gite turistiche nelle terre dei poveri per sentirsi buoni, profondi, speciali, ma poi la loro vita era altrove. Vivevano in case profumate. Non avevano debiti, e mangiavo tre volte al giorno. Uscivano con gente come loro e chiavavano con gente come loro.
Che si fottessero tutti, pensai, guardando il mio vecchio cellulare. Ed ecco, erano le undici di sera, e la brava gente era quasi tutta lontana da quel posto. La brava gente che voleva salvare la Palestina o la gente sofferente se ne stava a far baldoria in qualche altro posto, mentre le troie la vendevano per strada, i barboni mangiavano merda, e negri e Algerini se ne stavano per strada a fissare il niente.
Io diedi un altro sorso alla mia birra, dimezzandola. Poi un altro ancora! E un altro ancora. La finii. Il mondo era migliore. Il mondo era ora morbido, quasi sopportabile. E mentre davo un tiro alla mi cicca, ecco un dolore. Un tonfo! Un fischio nell’orecchio sinistro e nella testa. Poi vertigini. La realtà prese a confondersi, e il cassonetto davanti a me svanì lentamente.
Poi, poi niente! Il vuoto.

Fu uno strano gocciolio a riportarmi alla vita, o a quello che era. Una sorta di “tic tic tic tic tic”. E quanto tempo era passato? Dov’ero stato, che cazzo era successo?
Niente, nessuna risposta! Magari ero stato rapito dagli alieni e riportato sulla terra dopo quattrocento anni. Non lo sapevo! Niente era chiaro, niente era nitido, mentre steso chissà dove presi ad alzare lentamente la testa, aprendo piano piano gli occhi e guardandomi attorno.
Dove cazzo stavo? Che cazzo era quel buio e quel tanfo di muffa e ruggine? Ero davvero in una fottuta astronave del cazzo? E quel fottuto rumore! Quel dannato “tic tic tic tic tic”. Cristo, che cazzo era? Forse gocce di sangue che colavano da qualche corpo impiccato, o magari la scrollata fatta da qualche alieno dopo una pisciata? Nessuna risposta! Dio taceva, Buddha giocava a carte con Maometto e Nelson Mandela si fotteva quella negra di Michelle assieme a Obama.
Io ero solo! Solo in quel buio che mi circondava e prendeva lentamente forma. Solo, alzandomi lentamente, e cominciando a vedere dei grossi mattoni di tufo nero che formava le pareti di quella stanza in cui mi trovavo.
Beh, altro che astronave, pensai  lì in piedi, guardandomi attorno e mantenendomi la nuca indolenzita. Poi portai la mano verso la faccia. La guardai. Cazzo, sangue! Qualche figlio di puttana mi aveva steso dandomi una bella mazzata dietro la testa. E chi era stato? Joe di Maggio, forse? O quel figlio di puttana di Nolan Ryan? Domanda senza risposta! E senza chiedermi altro, pensai a quello che veramente vi era d’importante.
Mi misi una mano dietro e tastai le chiappe. Il culo sembrava integro. Già, nessuno mi aveva inculato durante il mio sonnellino. Ma in compenso chiunque m’avesse steso si era fottuto il mio portafogli.
Poco male! Non ci stava un cazzo lì dentro, neanche i documenti. Ma poi ficcai le mani in tasca, ed ecco, i soldi erano sparati, e con essi quel dannato certificato medico per cui avevo perso ore e ore in quel lurido ospedale del cazzo.
Cristo, ero fottuto! Chiunque fosse stato si era fregato tutto quello che avevo addosso. E lì per terra, su quel pavimento di pietra su cui stavo, non ci stava neanche la mia dannata tracolla.
Ero veramente nella merda. Ma precisamente, dove cazzo ero? Che cazzo era mai quella buia stanza di pietra e quel dannato gocciolio? Ma mentre pensavo a dove fossi, ecco che qualcosa si fece strada in quel silenzioso quanto assordante vuoto.
-Era ora che ti svegliassi, ragazzo- disse una voce da vecchio.
Io mi guardai attorno. Niente! Nessuno in quella cazzo di stanza. Non un’anima! Una formica, uno scarafaggio, un criceto. Niente! Solo io e quel dannato gocciolio. Poi il gocciolio sparì del tutto e rimasi solo io. Da solo, a fissare in quel buio cercando quella cazzo di voce. Quando ecco, ecco che una figura prese a uscire dall’oscurità, formandosi lentamente innanzi a me.
Indietreggiai di un paio di passi e strinsi il pugno, pronto a fare il culo a qualsiasi cosa fosse uscita da quel buio. Ma quando quella cazzo di cosa uscì allo scoperto, beh, di colpo abbassai il mio fottuto pugno, e avanzai di un passo.
Un vecchio! Non altro che un vecchio negro panciuto e dai capelli bianchi. Un vecchio vestito di stracci, con catene alle gambe e ai polsi. E quel vecchio, lì in quella cazzo di oscurità continuava a fissarmi sorridendo, e mostrandomi i suoi luridi denti marci.
-Cazzo se hai dormito!- riprese il vecchio, lì in piedi davanti a me, sorridendo -Sarai stato buon un’ora lì steso privo di sensi da quando quelli ti hanno portato dentro.
-Uhm, chi cazzo sono quelli?- gli chiesi. Lui scosse le spalle.
-E chi cazzo lo sa! Forse sbirri, forse l’esercito, forse dei dannati preti o anche solo dei mutanti cannibali. Io ne so quanto te, amico. Sono qui solo da stamattina. Vedi, io sono uno di quelli che educatamente vengono chiamati senza-tetto. Insomma, uno schifoso barbone del cazzo! E stamattina me ne stavo bello e tranquillo a farmi una ricca cagata dietro a un cespuglio della villa comunale. Hai presente? Una di quelle poderose cagate che ti fanno avere una sorta di esperienza mistica. Quando che cazzo succede? A furia di sforzarmi sento una grande fitta al petto. Tipo una pugnalata! Così mi dico, vecchio Jim, ecco che stai crepando. Poi ancora una fitta! La merda era uscita del tutto dal mio buco del culo posandosi sull’erba, ed io sono caduto a terra, sudato e stremato. E beh, quando mi sono svegliato ero in questo cazzo di posto.
-E non hai visto chi ti ci ha portato, vecchio?
-Beh, sì! Sai, all’inizio pensavo di stare in un cazzo di ospedale o all’inferno. Quando ecco un tipo alto e grosso e vestito di nero aprire una dannata porta illuminando la stanza, ed entrandoci dentro.
-E chi cazzo era? Uno sbirro?
-Bah! Per quello che ne so io poteva anche essere un fottuto vampiro o un terrorista Armeno. So solo che quel bastardo mi ha portato una minestra schifosa dicendomi che domani sarebbe stato il mio turno.
-Uhm, turno. E per cosa?
-Vallo a sapere! Magari siamo capitati in mezzo ad una manica di froci che vogliono incularci tutti. O forse dei cannibali che tritano la gente e ci fanno tante polpette.
-Non dire cazzate, vecchio.
-Cazzate? Sapessi quanti ne ho vista di gente come me presa da fottuti musi in gialli per essere poi serviti come pollo alle mandorle nei loro dannati ristoranti. O altri tipi ancora chiusi in grosse stanze con dieci o venti Algerini che se li fottevano a turno riempiendogli culo e bocca di sborra. E tu dici, cazzate, amico?- disse il vecchio. E io non risposi. Restai lì fermo a  guardarmi attorno cercando di capire dove cazzo fossi. Poi ecco un rumore; un click! Una porta alle mie spalle si aprì, illuminando quella stanza con una luce giallastra.
Io mi voltai, e il vecchio indietreggiò di qualche passo, tornando nell’oscurità. Due tipi vestiti di nero entrarono in quella cazzo di stanza, illuminati da dietro dalla luce giallastra oltre quella cazzo di porta.
Uno era grande e grosso, proprio come aveva detto il vecchio. E accanto a lui uno piccoletto e magro, con un lungo naso a punta al centro della sua lunga faccia.
Cazzo, sembravano per davvero due sbirri i due. Tipico sbirro grosso e sbirro piccolo. Sbirro buono e sbirro cattivo. Anche se vestiti com’erano sembravano più due cattivi di un film di Star Trek.
Beh, quello piccolo un po’ ci assomiglia a Mister Spock. Dunque il tipo grosso doveva essere il capitano in comando Kirk. Ma non sembrava affatto un dannato capo quel grosso scimmione. Anzi, sembrava più un enorme ritardato simile ad Andrè The Giant. E infatti, lui, il bestione, rimase lì in silenzio mentre Spock avanzò verso di me di un passo.
-Era ora che ti svegliassi, amico- disse Spock, fissandomi. Poi si voltò verso Andrè e gli sorrise -Il nostro amico ha fatto proprio un bel sonnellino, vero?
Lo scimmione sorrise. Sorrise, mostrando i suoi grossi denti da cavallo. Spock avanzò ancora di un passo verso di me.
-Sai, il mio amico Andrea aveva proprio una grande voglia di ficcartelo su per il culo, qui in questa cazzo di cella. Dice che gli ricordi Demi Moore in un film in cui faceva il soldato- poi si voltò verso il suo amico -Non è vero, Andrea?- gli chiese sorridendo.
Lui annuì-.
-Vero!- gli rispose il caro Andrea, restando lì in piedi, immobile come un gorilla lobotomizzato. E poi ecco una voce uscire dal buio.
-Te l’avevo detto. Sono froci. Tutti froci!- mormorò il vecchio, lì nascosto nell’oscurità.
Spock tirò fuori dalla sua cinta nera un manganello nero e lo agitò verso il buio.
-Tu chiudi quella cazzo di fogna, negro, che a te penseremo domani- fece Spock, con aria incazzata. Poi abbassò quell’arnese e tornò a fissarmi, sorridendo.
-Beh, comunque per la faccenda di Andrea puoi stare tranquillo. Gli ho detto che se te lo avesse piantato in culo ora, schifoso come sei, gli avresti attaccato ogni sorta di malattia tranne che il raffreddore, e che magari gli sarebbe persino andato in cancrena il cazzo.
Spock sorrise ancora. Io guardai Andrea lì dietro di lui, immobile a fissarmi. Cazzo, un po’ mi dispiaceva per il tipo. Già, aveva proprio l’aria di chi si era innamorato. Ma innamorato o no, a me non andava per niente di essere la sua Demy Moore.
No, volevo solo togliermi da quel cazzo di posto. Tornare per strada, a bere, fumare, e se non ci fosse stato niente da chiavare, beh… a tirarmi una sega.
Ma Spock non sembrava affatto d’accordo alla cosa.
-Beh, comunque sia, ora vieni con noi, amico. Il capo vuole vederti subito- riprese Spock.
-Uhm, il capo? E chi cazzo sarebbe il capo?- gli dissi, guardandolo. E Spock smise di colpo di sorridere. Mi puntò in faccia quel cazzo di manganello, agitandolo.
-Senti, bello, qui le domande di certo non le fai tu, okay? E ora o ti muovi a seguirci, o quanto è vero Iddio ti sfondo le ossa a suon di manganellate e poi ti faccio scopare dal mio amico Andrea. E me ne fotto se gli cade per davvero l’uccello! Sono stato abbastanza chiaro, pezzo di merda?
Io non risposi. Il piccoletto era stato chiaro eccome. Com’era chiaro che lui era il cattivo della situazione. Il gran duro! Una sorta di Lee Van Cleff in miniatura o un cazzo di Lex Luthor, e io non ero di certo Superman né Clint Eastwood. No, ero solo uno stronzo! E così da bravo stronzo, senza dire un cazzo di niente, seguii il mio nuovo amichetto e il suo fottuto gorilla fuori da quella cazzo di stanza.
Andrea chiuse la porta, lasciando il negro lì dentro. Spock mi prese per il braccio, tirandomi in avanti.
-Seguimi e non fare lo stronzo- disse. Ed io lo seguii! Lo seguii senza dire un cazzo di niente, lì in un lungo corridoio bianco pieno solo di altre porte di ferro che probabilmente nascondevano altri stronzi del mio stampo. E passando davanti a tutte quelle porte, a tutti quegli stronzi in gabbia, raggiungemmo un grosso ascensore di ferro.
Spock mi ci ficcò dentro, e una volta che anche lui e Andrea furono in quel cazzo di coso, pigiò un tasto con sopra il numero due, e quell’affare fece un forte e sordido rumore metallico.
Prese a salire! Eravamo a meno tre, e quel coso prese a salire dalle viscere della terra, fino a fermarsi forse in paradiso; lì al secondo piano.
Le porte si aprirono, e Spock, tenendomi per un braccio, mi tirò fuori da quell’affare seguito dal suo enorme amico Andrea.
Andrea mi guardò il culo, ed io mi guardai attorno, sotto al braccio del mio amichetto Spock.
Avanzammo in un grosso scatolone rettangolare di colore bianco, dove decine e decine di piccole pareti di plastica dividevano dei piccoli uffici pieni di gente in giacca e cravatta che faceva delle merdate vicino a un computer.
Chissà, forse ero solo in un merdoso distretto di polizia o in una cazzo di banca. Difficile dirlo! Ma tutti lì dentro si davano un gran da fare a lavorare. Si davano un gran da fare a scrivere al computer, parlare al telefono, scambiarsi scartoffie varie o anche solo mangiare ciambelle alla crema e bere cappuccino. E anche Spock e Andrea si davano da fare, portandomi dal loro capo.
Il solo che non si dava da fare lì dentro ero io. Inutile figlio di puttana e lavativo trascinato dai primi della classe nell’ufficio del preside. Ed ecco che raggiungemmo quel cazzo di ufficio, ficcato alla fine di quel grosso scatolone bianco, dietro una grossa porta di legno con al centro una targhetta su cui era inciso “Dottor Fabio Volo”.
Spock diede un colpo leggero a quella cazzo di porta.
-Sì?- urlò una voce da lì dentro.
-Ehm, signore, sono Benni. Io e De Luca le abbiamo portato quell’uomo di cui chiedeva.
-Entrate pure!- rispose il tipo. E Spock aprì lentamente la porta. Ci ficcò dentro la sua magra e appuntita testa.
-E’ permesso, signore?- disse il grande duro, con un fare da agnellino.
-Portalo dentro!- rispose nuovamente il capo, con una voce da bravo ragazzo.

Tratto dal racconto “Il grande amore”. Racconto partecipante agli Oxè Awards 2015.

Marco e Alessandra stavano entrambi stesi sul letto, sul letto di Alessandra. Abbracciati, nudi, accarezzandosi dolcemente.
Una scena davvero romantica! Ed era romantico il loro amore. Loro, insieme da ormai un anno. Conosciutisi per caso in una chat. Una chat piena di segaioli, proprio come Marco. Una chat piena di porcelline, proprio come Alessandra.
Ma i due non si erano conosciuti per masturbarsi in cam, o almeno non inizialmente.
No, la piccola Alessandra di tanto in tanto entrava in quella chat per cercare delle cose esoteriche, mentre Marco… beh, lui entrava per masturbarsi e basta. Ma comunque fosse, stranamente i due non si masturbarono mai assieme in cam. No, cominciarono a parlare e parlare. Lei era affascinata dall’occulto, mentre Marco, beh, lui era interessato solo all’alcool e alla fica. Ah, e anche a scrivere racconti sconci che nessuno avrebbe mai letto.
Ma Alessandra li lesse eccome! E chissà, magari furono proprio quei racconti perversi ma pieni di sentimento che la convinsero a incontrare Marco.
Scoparono subito, ovviamente. Nessuno dei due era uno sprovveduto, e sia lui che lei erano passati in tantissimi letti… e non solo letti. Ma poi, come nelle più belle delle favole, dopo un mese decisero di lasciar perdere ogni altra storia di letto per mettersi assieme.
Stavano davvero bene! Agli occhi di tutti erano davvero una coppia perfetta. E lo erano per davvero!
Sì, Marco non rompeva le palle ad Alessandra impedendole di mostrarsi di tanto in cam, nuda, per prendere per il culo qualche segaiolo. E lei non gli rompeva le palle per il suo bere un sacco, essere sciatto e disordinato, e spesso burbero con gli altri.
Certo, con il passar del tempo ebbero qualche screzio. Nel tempo Alessandra non sopportò più il fatto che Marco bevesse ogni notte, o che non si tagliasse regolarmente le unghie dei piedi. E Marco cominciò a essere geloso dei segaioli che chattavano con lei in continuazione. Ma in fondo, quale coppia non ha di questi piccoli problemi? Nessuna! Anzi, loro due erano davvero fortunati a riuscire sempre a venir l’una contro l’altro. Marco passò da sette latte di birra a notte a quattro, e Alessandra decise di non spogliarsi più in cam, o almeno privatamente.
Una coppia perfetta! E quella sera la coppia perfetta se ne stava su quel letto, coccolandosi dopo una scopata.
In genitori di Alessandra erano fuori, a cena da sua sorella sposata da poco. Lei era da sola con il suo amore, lì nella sua bellissima cameretta ordinata e piena di libri sull’occulto e peluche. Nuda. Stesa su quel letto dalle lenzuola profumate assieme a Marco, accarezzandogli ancora il cazzo duro.
Lui affondava le sue enormi mani (enormi almeno per uno di un metro e settanta) nella massa di riccioli castani di Alessandra. Gli piaceva il loro profumo! Era pazzo del profumo di Alessandra. Di quel profumo di buono che gli faceva venir voglia di mangiarla. Di mangiarla e scoparla!
E non ci volle molto, infatti.
No, Marco in un attimo riprese a baciare la piccola Alessandra, stringendola forte a lui.
Lei lo strinse a sua volta. Baciandolo, strusciandosi contro di lui e accarezzandogli il cazzo.
La mano di Marco s’insinuò tra le cosce di Alessandra. Accarezzandole, fino a raggiungere la fica.
Cominciò ad accarezzargliela delicatamente. A roteare le dita sopra alle carnose e morbide labbra di quella giovane fica. Finché le carezze non diventarono sempre più intense, e Marco le infilò un dito dentro la passerina.
Alessandra lo strinse forte a sé, cominciando a gemere in maniera irruenta, sentendo il dito di Marco sfregarle le pareti della sua fica. Muoversi avanti e indietro nella sua passera fradicia. Sentendosi scopata da quel dito.
Poi Marco glielo sfilò dalla fica e s’insinuò tra le sue cosce. Lo afferrò in mano e glielo poggiò contro la fica, spingendoglielo contro.
La fica di Alessandra era bagnatissima, e con una sola spinta, Marco cominciò a ficcarglielo dentro.
Lei lanciò un urlò di piacere, stringendo forte il suo amore, sentendo quel cazzo entrarle dentro, mentre Marco sentiva il suo cazzo stretto dalla carne molle, calda e bagnata di Alessandra.
Spinse più forte. Alessandra gli morse una spalla, stringendolo, e sentendo quel cazzo dentro di lei fino alle palle. Marco cominciò a muoversi su di lei, tra le sue cosce, in lei.
Lo spingeva forte! Forte e velocemente. Facendoglielo sentire per bene. Scopandola con tutto se stesso.
Sì, Marco sapeva bene come scopare la piccola Alessandra! Era un porco, lui, non certo il tipo da scopate calme e sdolcinate. E la piccola Alessandra, beh, anche se agli occhi della famiglia era una specie di Santa Maria Goretti, in realtà amava essere fottuta con violenza. Era fissata con i master e le slave, e altre cazzate simili. Anche se nessuno dei due poteva per davvero interpretare la parte del master o della slave, dato che si amavano.
Ma Marco si dava comunque da fare! Glielo sbatteva con forza nella fica. La scopava con violenza, dando colpi diretti come a volergliela lacerare.
Lei urlava dal piacere, stringendolo persino con le gambe. Sentendo quel cazzo duro e grosso nella sua fica. Quel cazzo che l’apriva. Quel cazzo che la fotteva. Quel cazzo che l’amava. E dopo averla sbattuta per un bel po’ in quella posizione, lui la strinse forte a sé e la rigirò, portandosi sotto di lei.
Alessandra cominciò a muoversi su quel cazzo duro. A muoversi su Marco. A saltare sul cazzo mentre lui le stringeva il culo.
Si chinò sul suo petto magro e glabro, cominciando a baciarglielo, per poi salire verso il collo, e la faccia ricoperta da una folta barba.
Marco le bloccò le chiappe con le mani. Le strinse forte e cominciò a muoversi velocemente sotto di lei, sbattendoglielo dentro come a volerglielo ficcare fin dentro lo stomaco.
Poi ecco che la portò nuovamente sotto di lui, fottendola ancora, scopandola ancora.
Lei lo strinse forte. Sorrise, baciando le sue labbra.
-Quanto mi piace il tuo cazzo- gli sussurrò, gemendo, mentre lo prendeva dentro.
Marco sorrise a sua volta, fermandosi. Tenendoglielo fermo nella fica.
-Ti piace il mio cazzo, vero troietta?- gli disse, con un sorriso beffardo sul viso.
-Sì, lo voglio tutto.
-E allora prendilo!- strillò Marco, stringendola forte e riprendendo a sbatterglielo dentro sempre più forte, sempre più forte, sempre più forte. Fottendola come a volerla uccidere. Avvinghiandosi a lei come un cobra, e mordendole con forza la spalla come se la stesse per davvero divorando.
Alessandra era stravolta dal piacere. Sentiva quel cazzo che l’apriva, quel cazzo che la dominava.
Ma non era finita!
No, Marco uscì da lei, la rigirò mettendola prona sul letto. Lei mosse il culo contro di lui, sapendo che presto il cazzo di Marco sarebbe stato di nuovo dentro di lei. E Marco infatti non perse tempo! No, lo prese in mano e glielo poggiò tra le chiappe, spingendolo contro la fica finché non la trapassò nuovamente.
Le strinse il culo con forza, prendendo a muoversi in lei velocemente. Ansimando e godendo mentre Alessandra urlava dal piacere. Urlava sentendo quel cazzo duro scavare nella sua fica. Quel cazzo duro muoversi in lei sempre più forte, sempre più forte, sempre più forte, finché Marco non lo tirò fuori da lei, e lei, pronta come sempre, si rigirò e andò verso di lui, prendendoglielo in bocca.
Marco le strinse la testa, muovendo il cazzo nella sua bocca. Fottendola in bocca!
Alessandra lo succhiava. Succhiava quel grosso cazzo, ansimando come se stesse soffocando. Succhiandolo sempre con maggior ingordigia, sentendo il piacere di Marco avvicinarsi.
Marco le strinse la testa, urlando dal piacere. Alessandra continuò a succhiargli il cazzo, muovendo su di esso la sua piccola manina, e sentendo finalmente la sua bocca piena di calda e densa sborra.
La bevve tutta. Poi se lo sfilò dalla bocca, leccandolo, baciandolo, passando quella turgida cappella contro le sue labbra umide e lucenti di sborra.
Infine tornarono stesi. Di nuovo abbracciati. Baciandosi e accarezzandosi nella maniera più tenera possibile.
Marco tornò ad accarezzarle i capelli, baciandola dolcemente sulle labbra.
-Ti amo così tanto- le sussurrò.
-Anch’io- rispose Alessandra, baciandolo e fissandolo con occhi pieni di luce.
Poi lo strinse forte a sé.
-Sto tanto bene con te- gli disse, stringendolo a baciandolo. E rimasero così ancora per un’ora. Finché non furono costretti a rivestirsi, per non essere trovati lì nudi dai genitori di lei.
Infine le solite cose. Altre parole dolci, i sogni di lei, i sogni di lui, i saluti cortesi alla famiglia di Alessandra, qualche chiacchiera convenzionale con loro, qualche carezza al cagnolino, e ancora il salutarsi davanti alla porta di casa, per poi sentirsi nuovamente al telefono una volta che Marco fosse tornato a casa. E poi sentirsi di nuovo una volta prima che entrambi andassero a dormire, a notte fonda, come sempre. Dicendosi di amarsi. Dicendo l’una all’latro di chiamare per qualsiasi cosa.

La mattina dopo, Alessandra si svegliò presto, stranamente. O almeno più presto del solito.
Erano le undici del mattino, e in casa sua non c’era nessuno.
Lei stava sul letto, con addosso un pigiama bianco a cuoricini rossi, coperta appena da un fresco lenzuolo bianco.
Allungò la mano fino al comodino e afferrò il suo telefono cellulare. Niente! Marco dormiva ancora. Era normale, in fondo. Di norma si svegliava verso le tredici per andare a lavoro, e quel giorno non doveva neanche lavorare.
Così la piccola Alessandra decise di non disturbarlo. Lo lasciò dormire ancora e si alzò dal letto, pronta a fare colazione.
Bevve latte caldo con biscotti, proprio da brava bambina. Andò a lavarsi. Gironzolò un po’ per casa, e senza sapere che fare prese il suo portatile e se ne tornò a letto.
Accese il pc. Cazzeggiò un po’, poi aprì la chat dove aveva conosciuto Marco.
Lì dentro la solita gente. Anche se di norma lei era abituata ai segaioli notturni, non tanto a quelli mattutini. Ma non erano poi così diversi! No, cam in cui si vedevano solo dei cazzi. Cam in cui non si vedeva un cazzo. E cam dove qualche vecchia e grassa milf si stantuffava con le dita la passera.
Solita storia! E sul rullo di quella chat tutti che scrivevano le solite porcate. Cose come “chi mi mostra la fica? Chi mi aiuta a sborrare? Ospito adesso a Napoli. Ho un cazzo duro e pronto a sborrare. Qualche bella porca per un cazzo di 25 centimetri?”.
Cose già lette, cazzi già visti. Niente di nuovo! E come sempre, la piccola Alessandra cominciò a cercare le sue cose esoteriche.
Scriveva in chat di cercare un esperto di esoterismo, o altra roba simile. Ma di esoteristi non ce n’erano! O meglio, qualcuno si fingeva anche tale, nella speranza di chattare con la piccola Alessandra, e magari di fottersela anche, ma per lo più ci stavano solo arrapati che scrivevano cose del tipo “Dai, piccola, mostra la fica. Avanti, dai, facci vedere il tuo culo sodo. Dai, spogliati e facci sborrare”.
Una noia mortale!
Così la piccola Alessandra continuò a cercare il suo esoterista, guardando le cam di tanto in tanto, e leggendo senza cura i centinaia di messaggi privati che le arrivavano.
Quando ecco, qualcosa colpì la sua attenzione.
-Sembri una bambina bisognosa delle mani di un padre- le scrisse qualcuno, un qualcuno dal nick PadreXfiglia.
Nel leggere quella frase, Alessandra si sentì il cuore fino in gola.
Dio, era così simile a una frase che aveva scritto il giorno prima su di un social network, con il suo contatto creato appositamente per cercare solo esoteristi.
“Tornare bambina tra le braccia di un padre. Cercare il suo abbraccio, cercare le sue mani”. Ecco qual’era la frase! Una frase che Alessandra sentiva per davvero sua. Lei, con quella violenza subita che nascondeva nel suo piccolo e fragile animo. Desiderosa di un padre. Di quel padre a cui obbedire. Di quel padre a cui sottomettersi.
Subito cercò la cam di PadreXfiglia. Ma niente! Non c’era altro che buio. Solo una cam oscurata.
Così si decise a rispondergli.
-Chi sei?- gli scrisse.
-Ciò che cerchi!- rispose subito lui.
-E cosa starei cercando?
-Qualcuno a cui appartenere! Qualcuno a cui affidarti. Un padre da cui dipendere.
Alessandra ebbe ancora un fremito. Si sentiva confusa, stordita, calda. Ma il tipo non le diede tempo di mettere insieme alcun pensiero. Non le diede tempo di confessare a se stessa i suoi desideri.
-Vieni con me in privato!- le scrisse, quasi come un’imposizione.
Alessandra sobbalzò nuovamente.
-Okay- scrisse, senza aggiungere altro. E in un attimo si trovò in una stanza privata con quel tipo. Lei e lui. Lei e il suo nuovo padre.
-Mostrati- gli scrisse Alessandra.
-Qui gli ordini li do io, bambina- rispose il tipo.
-Ti prego, sono curiosa.
Lui sorrise, dall’altra parte del mondo, chissà dove.
Poi accese il microfono. Alessandra fece altrettanto.
Smisero di scrivere.
-Perché mi ha scritto quella cosa?- gli chiese, con la sua tenera voce, ora più sensuale del solito.
Il buio svanì dalla cam, e improvvisamente apparve un uomo. Un uomo sui cinquanta, dai capelli brizzolati, i denti curati, e un accenno di pancia.
Era nudo. Nudo, ed in mano teneva un grosso sigaro, fumandolo lentamente mentre fissava la piccola Alessandra.
-Perché è così!- le rispose.
Alessandra sentì ancora un brivido invadere il suo corpo. Un brivido che divenne presto un calore. Una vampa che partiva da mezzo alle sue gambe fino a irradiare tutto il suo corpo.
-Sai che mi appartieni, non è vero?- le disse ancora, con tono forte e allo stesso tempo caldo.
-Sì- sussurrò Alessandra, gemendo, toccandosi il petto.
PadreXfiglia sorrise, con fare gelido.
-Voglio che ti tocchi!- le impose, con la sua profonda voce. E gemendo, ansimando, la piccola Alessandra cominciò a toccarsi i seni delicatamente, eccitata dal dominio su di lei scaturito da quello sconosciuto.
-Più giù!- le ordinò ancora –Sempre più giù. Come se fossero le mie mani a toccarti. Le mie mani a imprimersi sulla tua pelle, dominandola, facendoti sentire che sei mia, che non puoi respirare senza di me.
E la dolce Alessandra continuava a toccarsi. Le sue mani s’insinuarono sotto la maglietta, sfilandosela. E in breve restò nuda su quel lettino dove solo il giorno prima aveva scopato con Marco, dicendogli di amarlo.
Le mani di Alessandra s’insinuarono tra le proprie cosce, eseguendo ogni comando del suo padrone. Di quell’uomo così forte. Di quell’uomo che la dominava come se lei fosse la sua schiava.
-Togli subito le mutandine- le comandò ancora. E la piccola Alessandra lo fece! Schiava di lui. Dominata da quel potere sconosciuto.
Ecco, lui era il padrone! Il maestro di cui tante volte aveva parlato a Marco. Quel master che diceva di desiderare, pur restando con Marco. Pur dicendo di voler con lui una casa, dei figli, e ogni altra cosa voluta dalla gente normale.
E invece ora era lì. Nuda. Toccandosi la fica mentre il suo padrone la comandava, toccandosi il cazzo.
A un suo comando, Alessandra si ficcò due dita nella fica, lì a gambe aperte sul suo letto, con la fica rivolta verso il suo padrone.
-Affondale dentro! Affondale dentro e tienile ferme in te. Voglio entrare in te!- le impose il suo signore, fissandola, e continuando a smanettarsi con foga il cazzo.
Alessandra obbedì! Non poteva fare altro. Lei era sua. Apparteneva a lui. E mentre affondava le dita nella sua fica, sentì il piacere irrompere in lei.
Cominciò a urlare dal piacere.
-Ti prego, ti prego, fammi tua ora!- disse con voce stravolata dal piacere, tenendo le dita ferme dentro di lei.
Lui sorrise, muovendo su è giù la propria mano sul suo cazzo.
-Lo farò quando vorrò io- rispose, fissandola, masturbandosi, dominandola.
Lei prese a godere con più impeto, sentendo le pareti della sua fica pulsare contro le sue dita.
Poi ecco l’ordine!
-Ora lasciati fottere!- le impose il suo unico signore. E Alessandra obbedì! Le sue dita cominciarono a muoversi velocemente nella sua fica. Fottendola, chiavandola, scopandola. Muovendo le dita nella sua fica calda e bagnata mentre si accarezzava i seni, desiderando la mano del suo padrone su di lei, il cazzo del suo padrone in lei.
Il piacere divenne sempre più inteso. Le sue dita la fottevano. Il suo padrone la fotteva! Guardandola mentre si scopava la fica con le dita e si accarezzava. Comandandola, mentre lui si masturbava. Mentre muoveva sempre più velocemente la mano sul suo cazzo. Digrignando i denti, insultandola, godendo nel vederla come un insetto in balia dell’imponenza di una tempesta.
E infine la tempesta venne! Sì, Alessandra spinse con più impeto le dita in sé, urlando, godendo, sentendo l’orgasmo travolgerla. E il suo master, il suo signore, prese a muovere più velocemente la mano sul suo cazzo, godendo, mentre la sborra prese a schizzare sulla sua pancia.
I due rimasero lì fermi, divisi da quel monitor, respirando con fatica; lui con ancora la mano sul suo cazzo, lei con ancora la mano sulla sua fica.
Poi ecco che Alessandra si stese su di un lato. Fissando il monitor. Con le mani tra le cosce. Rannicchiata come una bambina.
-Brava, piccola mia. Sei stata proprio una brava bambina!- disse il suo nuovo paparino, smanettandosi ancora il cazzo.
Alessandra sorrise, ancora stravolta dal piacere, felice di essere finalmente tra le braccia del suo papà. La sua schiava, la sua bimba, la sua troia!
-Voglio averti sempre con me- gli disse, con un filo di voce.
Lui sorrise.
-Stasera! Stasera sarai di nuovo mia. Tu sei solo mia, bambina. Solo mia!

Dopo poco i due furono costretti a chiudere. La porta di casa della piccola Alessandra si aprì lentamente. Lei si rivestì velocemente. Spense il pc, e si mise sotto al lenzuolo.
Sua madre entrò in camera sua. La vide dormire serenamente. Beata. E così chiuse la porta, lasciandola sola.
Ma Alessandra non dormiva! No, se ne stava lì al buio, rannicchiata sotto al lenzuolo, piangendo, ma sentendo ancora la sua fica bollente al pensiero di quell’uomo.
E Marco? Marco dov’era? Non lo sapeva! Non sapeva più niente.

Livido

Ti si stringe la gola,
un cappio già conosciuto
un dolore già visto,
e ora
cosa?
Il vuoto!
Le mie mani non sentono nulla
I miei occhi non vedono
Né le orecchie sentono alcun suono
Né frastuono.
Il vuoto totale!
L’assenza di ogni emozione,
solo il vuoto!
Io stesso sono il vuoto
Uno spettro come quello che cercavi
Un volto statico
Apatico
Invisibile,
come forse lo sono sempre stato.

Nulla resta,
in un attimo il mutare della marea
e ora solo merda su queste spiagge.
Ma sono mai esistite?
Era vero questa bianca rena
O sotto di essi si celavano sanguinolenti cadaveri?
Forse era solo una lastra di marmo bianco per nascondere la morte.

Confusione!
Ecco la sola emozione.
Non altro che confusione.
Solo rumori indefinibili
Ragni che camminano sul mio cervello
Stritolandolo
Mordendolo
Pungendolo.
Il resto è solo vuoto!
Un gelo che tutto travolge
Lasciandomi qui
Fermo
Immutabile
Statico,
seduto a fissare il vuoto,
avvolto nel vuoto,
parte del vuoto.

Alcool!
Alcool
Dove sei?

Tratto da Viola come un livido. Romanzo pubblicato dalla Damster edizioni, disponibile in ebook su tutti i maggiori store online, e partecipante all’Eroxè Context 2014.

Era bello, davvero bellissimo!
I baci, le carezze, il nostro stare insieme.
Tutto bellissimo!
Tutto un sogno. Tutto qualcosa d’irreale.
Le sfilai di colpo maglia e reggiseno e le presi le tette in mano, prendendo a baciargliele mentre lei mi teneva stretto contro il suo petto. Poi scivolai con la mano verso il basso. Le entrai dentro ai legghins e le mutandine. Sentii la sua fica bagnata tra le mie dita, e poi, ecco che gliele ficcai dentro. Le ficcai dentro due dita.
Lei prese a godere. Godeva sentendo le mie dita muoversi dentro al suo corpo. Sentendo il mio corpo muoversi dentro al suo corpo.
La luce rendeva ancora più pallida la sua pelle. A me sembrava bellissima. Mi sembrava davvero uno spettro.
Stavo scopando con uno spettro! Le mie dita erano nella fica di uno spettro, e la cosa mi piaceva un sacco.
Già, eravamo in bilico tra la vita e la morte. In equilibrio su un’illusione sopra a un mondo per noi troppo noioso. E sapevamo bene di poter cadere da un momento a un altro. Che in un attimo tutto sarebbe potuto finire. Che in un attimo noi saremo potuti impazzire, oppure morire.
Ma la notte era ancora lunga.
Delusioni, rimpianti, umiliazioni, tentati suicidi. Tutto, tutto si perdeva in quella notte. Ogni nostra lacrima si svelava in quell’addio sempre più prossimo. In quello stato di grazia a noi concesso, e che probabilmente non sarebbe mai più stato.
Le sfilai così i legghins e le mutandine, lasciandola lì sulla sdraio, completamente nuda, solo con dei calzini grigi ai suoi piccoli piedi.
Mi alzai su di lei e mi sfilai la maglia, gettandola sul pavimento. Poi venne il turno dei jeans da ventiquattro euro e novanta e delle mutande.
Restai completamente nudo davanti a lei, lì in ginocchio su quel lettino handicappato.
In culo alla civiltà!
Basta, non ero più il bravo fidanzatino offerto in pasto alla famiglia Speroni, e lei non era più Alessandra, la brava ragazza silenziosa e obbediente conosciuta a Senigallia.
Lei era Violasan! La troia, la puttana, la pazza. Ed io ero Marco. Ero l’alcolizzato, il fallito, il pazzo. E la luna ora era nascosta da quel tendone bianco a strisce azzurre, e così le stelle e il mondo intero.
Ci stavamo solo noi. Io e lei, nudi, come in una segreta confessione.
Le saltai addosso! Le saltai addosso prendendo a baciarla. Sentendo le mie labbra contro le sue; le sue morbide e carnose labbra.
La lingua s’insinuava nella sua bocca come la mia mano tra le sue cosce, e la sua lungo il mio cazzo e le mie palle. Poi ecco, mi alzai portandomi verso il suo volto.
Il mio cazzo le fu dritto in faccia. Lei lo afferrò, e senza dire una sola parola se lo cacciò dritto in bocca.
Non sono cose che insegnano nei libri d’amore, né nei drammi di Shakespeare. Ma Cristo di un Dio! Di certo manco Giulietta lo aveva succhiato con tanta passione a Romeo.
Sì, Violasan era lì. Violasan teneva il mio cazzo in mano. Violasan teneva il mio cazzo in bocca. E lo succhiava velocemente, voracemente, intensamente.
Era affamata di me. Lo sentivo.
Non aveva solo fame del mio cazzo. Non aveva solo fame di cazzo. Era qualcosa di più.
Era la fame di un ubriaco dopo una sbornia. La fame di un tossico dopo dieci canne d’erba. La fame di un uomo appena risvegliatosi da un coma di dieci anni.
Aveva fame, Viola. E di cosa? Non lo sapevo! Ma sentivo la sua voglia di ingoiarmi. Di mangiarmi vivo. Di farmi entrare in lei perché non fosse più sola.
Cristo, era tutto così strano.
Sì, non sembrava un pompino, ma un pianto. Uno di quei pianti fatti da una donna mentre abbracciando il proprio uomo gli dice “non lasciarmi sola”.
Ed io ero lì. Lì con lei. Ero in lei. Parte del suo corpo. Parte della sua anima. Parte di quel suo pianto.
Glielo sfilai di bocca e ritornai su di lei. M’insinuai tra le sue cosce allargandole. Lo presi in mano e glilo poggiai contro la fica.
Lei  alzò il viso al cielo gemendo.
Diedi una spinta secca e le fui dentro.
Comincia a muovermi su di  lei, dimenandomi e sudando. Viola mi strinse forte, baciandomi. Mi strinse forte come a volermi graffiare con le unghie. Mi strinse forte sentendo il mio cazzo scavarle dentro. Mi strinse forte come a volermi portare per intero nel suo grembo.
Io cercai di raggiungerlo. Spinsi sempre più forte, sempre più forte, come a voler entrare del tutto in lei. Come a voler scivolare in lei per non lasciarla mai. Per vederla sempre bellissima come in quel momento di verità. Per vederla sempre lei, sempre lei; Violasan!
Diedi ancora una spinta, e un’altra ancora. Poi glielo sfilai di corpo e chinai il capo tra le sue cosce prendendo a leccarle la passera.
La leccai per bene!
Presi a leccarla voracemente, mentre lei a testa alta e occhi chiusi stringeva quel cazzo di lettino menomato.
Forse venne, forse no. Lei diceva che non veniva mai. Ma non ho mai saputo se ciò fosse vero o meno.
In fondo chi poteva saperlo? Chi poteva mai esserne del tutto certo?
Mi piacque credere di sì, e finito di leccargliela presi a strusciarmi su di lei, fino a rificcarglielo in gola.
Viola lo succhiò, lo succhio ancora voracemente. E cazzo, nel guardala quasi mi sembrava di vederla lì a casa sua, stanca, annoiata, triste, in cerca del suo Medium mentre tutti le urlavano contro “Viola, le tette. Viola, il culo. Viola, la fica”.
Era una scena triste! Non potevo più resistere. Quel dolore mi soffocava. Stavo annegando nelle sue lacrime, mentre forse lei soffocava con il mio cazzo in bocca.
Sì, la vidi viola come un cadavere, lì stesa su di un sudario, con il mio cazzo in bocca.
Il suo sorriso deturpato. Una lacrima sul viso. La sborra che le colava dalle labbra.
Non venni! Glielo sfilai di bocca! Glielo sfilai di bocca e presi a stringerla e baciarla. A stringere il suo piccolo corpo. A baciarle i capelli, il viso, le labbra, il collo, le tette. A baciarla per dimenticare!
Non ci riuscii, e neanche lei ci riuscì.
Non potevamo dimenticare. Il mondo non ci avrebbe mai permesso di dimenticare il male subito. Il mondo non ci avrebbe mai permesso di cancellare tutto e tornare liberi.
Così cercai di uscire del tutto dal mondo. Cercai di essere solo con lei. Di essere solo in lei.
Le alzai le gambe e me le misi sulle spalle, piantandogli il cazzo contro la fica, ed entrandole tutto dentro fino alle palle.
Lei lanciò un urlo nella notte. Ma quell’urlo non spaccò il cielo né raggiunse il Paradiso.
Eravamo soli lì in mezzo. Io e lei da soli, lontani dal mondo intero.
Nessuno pianse per noi. Forse solo io piansi. Lì con lei, mentre presi a stringerla sbattendoglielo sempre più forte in corpo.
Il cazzo entrava e usciva velocemente tra le carnose pareti della fica. Le palle le sbattevano contro il culo mentre del tutto chino su di lei, con le sue gambe che quasi le arrivavano alle spalle, lei aprì gli occhi e fissandomi mi disse “Voglio essere la tua puttana!”.
Cristo, io continuai a sbatterglielo dentro per forza d’inerzia. Continuai a stantuffarglielo in corpo, mentre la mia mente era altrove.
Cazzo, quello sguardo! Sì, non erano state le parole. Quelle mi sarebbero anche piaciute in qualsiasi situazione. Mi avrebbero anche divertito a dire il vero. Di certo eccitato.
Ma quello sguardo!
Sì, il suo sguardo era grigio, lugubre, spento. Era come se stesse morendo. Come se stesse piangendo. Come se stesse chiedendo perdono per chissà quale peccato.
Non ne potevo più! Non riuscivo più a vederla soffrire.
Diedi qualche altra spinta. Cinque o sei al massimo. Con forza!
Poi lo tirai fuori e lei lo prese di colpo in bocca, succhiandolo voracemente fino a che non le venni in gola.
Sputai dal cazzo fino all’ultima goccia di sborra e lei bevve tutto. Poi mi lasciai cadere sul letto, accanto a lei, stringendola tra le mie braccia.
Ci coprimmo con il lenzuolo rosso. Ora, quel lenzuolo aveva una chiavata in più da raccontare. Uno stupro in più da narrare.
Chissà, magari era il suo sudario.
Sì, io ero lì in chissà quale posto, in chissà quale mondo, avvolto nello stesso sudario di Violasan.
Forse un giorno qualcuno avrebbe chiesto perdono per quel dolore. Forse un giorno qualche sconosciuto avrebbe pagato il conto per tutte quelle lacrime. Ma intanto eravamo da soli lì, lontani da ogni mondo e da ogni perdono. Noi colpevoli di quella perversione. Colpevoli forse di quell’illusione.
Viola strinse forte le sue piccola dita nel mio corpo. Io la strinsi a me, continuando a baciarla.
La sentii tremare sotto la coperta e allora la coprii meglio, per poi stringerla più forte.
“Hai freddo?” le chiesi con fare dolce. Con un fare diverso da solito. Forse con una traccia ritrovata in chissà quale parte di me steso.
Lei mi strinse più forte. Sentii il suo tenero e soffice corpicino contro al mio. La sua pelle calda e liscia sotto quel lenzuolo.
“Ti voglio bene” sussurrò stringendomi.
Io le bacia la fronte continuando a stringerla e accarezzarle i capelli.
“Anch’io” le dissi.
E per un attimo mi sembrò di sentirla sorridere. Di sentirla finalmente serena. In pace con il mondo.
Continuai a baciarla lì nella notte. Da solo, con lei nella notte.
Domani. Maledetto domani!
Già, meno di sei ore e le avrei detto addio. Meno di sei ore e non l’avrei mai più rivista.
Cosa fare in queste situazioni?
Niente! Solo impazzire. Solo impazzire e far finta di niente.
Così allungai il braccio e tirai fuori la birra dalla mia borsa lì sul pavimento.
L’afferrai e riuscii a stapparla con una sola mano.
La portai alla bocca. Le diedi un sorso, poi un altro, e un altro ancora.
Alcool. Alcool. Alcool. Alcool. Il veleno dei falliti!
Stavo morendo avvelenato. Il mondo, la gente, le loro facce e le loro voci. Tutto mi aveva avvelenato. E Viola era forse la cura?
No! Lei era preda del mio stesso delirio. Vittima del mio stesso male. E tirandomi la bottiglia di mano la afferrò e le diede un sorso. Poi un altro, e ancora un altro.
Stava soffrendo! Sì, lo avvertivo.
Non era una bevitrice lei. Allora cosa? Perché?
Forse avrei dovuto lasciarla a farsi sbattere da qualche deficiente, e invece ero piombato nella sua vita stravolgendola, come lei aveva stravolto la mia. Ed ecco, le paure tornare nella mia mente.
“Lei ti userà, lei ti tradirà, lei ti farà male. Scappa. Scappa. Scappa. Scappa. Fuggi!”.
Deliri. Timori e deliri.
E lei, lei cosa provava? Quale inferno stravolgeva la sua anima o la sua mente?
Non riuscivo a capirlo.
Diedi un ultimo sorso alla mia birra, finendola, e poggiandola sul cemento.
Lei mi strinse forte prendendo ad accarezzarmi. Io la strinsi a mia volta. Poi sentii le sue unghie nella mia carne.
Erano vere. Concrete. Quasi dolorose.
Sì, le sentivo. Lei stava cercando di entrare in me. Mi stava gridando “Non lasciarmi sola. Ho paura! Non lasciarmi qui da sola stanotte”.
Io la strinsi più forte. Ma niente!
Lei era sola, proprio come lo ero io.
Era sola a quel mondo. Sola in quel mondo da cui stavamo fuggendo con ogni forza, fino a impazzire, forse morire. E quelle unghie in me erano il suo urlo contro il mondo. Lei era in me. Le sue lacrime erano in me. Noi eravamo in quel mondo sapendo di non poterne fuggire. Capendo che non avremo potuto fare altro che morire, oppure impazzire.
Già, pianse Violasan. Le sue lacrime erano invisibili. Quegli occhi erano ormai stanchi, e non avevano più la forza di piangere per niente.
Ma io le sentivo!
Erano fiumi. Mari più grandi di quelli di Senigallia. Oceani mai valicati da nessuna Caravella.
E chi ero io? Cristoforo Colombo forse? O come Davy Jones mi stavo perdendo tra le braccia di Calipso?
Non lo sapevo! E non m’interessava di niente. Di niente se non di lei. Di niente se non di quel dolore che mi stava soffocando dal di dentro. E lei strinse più forte. Io le diedi un bacio sui capelli. La accarezzai e la guardai.
Era lei, era Violasan. E la sua pelle era viola come un livido. La sua pelle era tutto un dolore, un infinito supplizio.
Chi era davvero Violasan? Chi era davvero Alessandra?
Forse esistevano entrambe in qualche sogno dove poteva coesistere? E forse, io ero lì, innanzi al miracolo, vedendole per la prima volta assieme in un’anima e in un corpo.

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Tratto dal racconto “Povera Gente”. Racconto partecipante agli Oxè Awards 2015.

Era la sera della vigilia di natale, e per strada la gente si affannava a compiere gli ultimi acquisti. Le strade erano illuminati dalle luci degli appartamenti in cui brave madri di famiglia si davano da fare a preparare la grande cena per festeggiare la nascita di Cristo Signore, mentre qualche gioviale presentatore da dentro la tele ce la metteva tutta a far sorridere il mondo intero. E lì per strada, alle diciotto del pomeriggio, la gente sorrideva felicemente, illuminata dalle luci natalizie che adornavano le vetrine dei negozi e le strade.
Sì, tutti erano felici! Tutti, persino chi non era per davvero. Era un giorno di festa quello, e dunque si doveva essere per forza felici. Già, qualche cazzone secoli prima lo aveva deciso, e ora tutti ci tenevano per davvero a essere felici, almeno quel giorno.
Cazzo! Non esserlo avrebbe significato per loro essere dei perdenti. E nessuno al mondo voleva essere un dannato perdente del cazzo. Tutti al mondo volevano essere simili a Rocky, Chuck Norris o Lady D. Tutti volevano essere qualcosa. Tutti volevano essere qualcuno. Sì, al mondo qualche cazzone aveva deciso che doveva esser così, e ancora più nei giorni di festa. E dunque, la gente si dava un gran da fare a essere felici, importanti, radiosi. In quel Santo giorno la gente faceva a gara a chi avrebbe fatto il regalo migliore, il piatto di linguine con gli scampi migliore, o anche solo l’albero di natale migliore. Tutti volevano essere i migliori! Vincenti e pieni di fortuna come quella troia di Vivian Ward o quel frocio di Armani. Tutti volevano dimostrare di godersi la vita come un dannato Fabrizio Corona del cazzo o una fottuta Drew Barrymore. Nessuno voleva dimostrare all’altro di essere uno spiantato infelice, senza un soldo in tasca, e magari nessun vero amico a cui fare un dannato augurio per la nascita di Cristo, e nuove speranze nella merdosa vita.
Così tutti si ammassavo per le strade a far regali, a costo d’indebitarsi. E cazzo, ci stavano davvero tutti! L’intero genere umano pascolava per strada come una mandria di vacche. Tutti presi a fissare le vetrine, sorridendo e tenendosi per mano. Parlando di un vestito, di un libro, di un frullatore, o anche solo della crema per il corpo.
Ci stavano famiglie benestanti, famiglie di operai, famiglie di venditori di calzini e disoccupati. E ancora giovani coppie che camminavano tenendosi per mano: lei intenta a decidere quale paio di boxer regalare al suo amore, e lui con quale profumo ricambiare quel dolce gesto. E ancora amiche e amici, vestiti alla moda o in maniera “alternativa”, ma tutti intenti a decidere quale telefono cellulare regalare a Tizio, quale felpa a Caio, quale libro sul Buddismo a Sempronio, o quale dannata Candela profumata al Tal dei Tali.
Era come una grande lotta! Ognuno voleva far bella figura con il proprio regalo. Ognuno voleva dimostrare a qualcun altro di aver i gusti migliori in fatto di vestiti o profumi, il maggior intelletto nel scegliere un libro, o anche solo l’anima più profonda per scegliere qualche cazzo d’incenso profumato. E stavano tutti lì. Stavano tutti per strada. Ammassati come pecore lì sui marciapiedi. Camminando lentamente, accalcandosi sotto le luci natalizie e i rumori delle auto che passavano tra qualche cazzo di merdosa canzoncina di natale che usciva da qualche dannato supermercato. E lì, quasi presso la stazione di Napoli, ancora altra gente si dava da fare in un altro modo a dimostrare di avere il cuore più grande del mondo.
Sì, presto sarebbe nato Gesù, e il mondo sarebbe diventato un posto migliore. Così decine e decine di persone che non se ne erano mai fottuto per davvero di quel frocio capellone, se ne stavano ficcate in qualche dannata chiesa a sentire la parola del Signore.
Cristo! Le chiese erano piene più di un dannato bordello di Bangkok. La gente stava in piedi, tanta ne era in quei fottuti edifici di marmo o di fetido tufo. Cazzo, manco ci fosse Elvis Presley o Bob Marley lì dentro! E in fondo, anche se lì ci fosse stato il Re o Mister Canna fumante, per la gente non sarebbe cambiato un cazzo di niente, se qualcuno al mondo avesse detto loro che Bob o Elvis fossero le persone giuste da pregare. Ma il mondo aveva deciso che un tipo nato a Nazareth un duemila anni prima era la persona giusta. Il vero Boss! Meglio di Bruce Springsteen. E dunque loro erano tutti lì, in attesa del loro Boss, per sembrare belli e buoni a lui e a tutti i fedeli lì dentro o ficcati in qualche dannata casa a preparare il cenone per la festa di Cristo Signore. E sul Corso Principe Umberto, non lontano dalla piazza con il nome di un altro morto; un certo Garibaldi, ora immortalato lì in mezzo in una fottuta statua piazzato su di un cazzo di cavallo (probabilmente anche lui defunto), ficcati in una chiesa incastonata in alti e vecchi palazzi se ne stava la famiglia Esposito, tutta intenta a sentire la parola di Dio uscire dalle labbra del prete.
Sì, in quella chiesa fetida d’incenso la famiglia Esposito se ne stava seduta su di una scomoda panca di legno. Lì assieme ad altre decine di famiglie. Assieme ad altre centinaia di persone. E il prete, un grassone pelato sui cinquanta, si dava un gran da fare a portare al mondo la buona novella di Dio.
Cazzo, si agitava come un dannato quel fottuto servo del Signore. Si dava un gran da fare a mettere in scena lo show di Cristo Signore, tanto che a ogni parola sputacchiava in faccia a quelli che avevano avuto la fortuna di guadagnarsi i primi posti davanti a Dio. E la moglie di Ciro Esposito, la devota Betty, se ne stava seduta in quarta fila con la sua amata famiglia, ascoltando piena di fervore le parole di Dio uscire dalla bocca di quel lardoso prete.
Già, Cristo irradiava quella cazzo di chiesa piena di statue di Santi dalla faccia triste. E per Dio! Gli stessi Lynch o King non sarebbero riusciti a creare un’atmosfera più suggestiva.
Le luci delle candele vere si mischiavano a quelle delle candele finte, e ancora a quelle dei lampadari d’oro e cristallo che penzolavano da un soffitto pieno di affreschi raffiguranti Santi, o piccoli angioletti minidotati. E quelle cazzo di luci giallastre illuminavano tutto lì dentro. Illuminavano gli angioletti dal piccolo uccello. I Santi dallo sguardo triste. La Vergine Maria che piangeva addolorata la morte del suo figlio ancora non nato. E i volti dei credenti lì dentro, in piedi o seduti, con il volto annoiato o anche solo imbalsamato, lì a fissare quel fottuto prete, senza dire un cazzo.
-Noi oggi siamo qui come testimoni di qualcosa di infinitamente immenso- prese a fare il prete, sotto quei cazzo di sguardi annoiati e devoti -Sì, Dio stesso ci chiama a esserlo! Dio stesso viene a noi per renderci parte del suo mistero. Del suo mistero d’amore verso di noi. Un amore così grande, che egli stesso ha deciso di farsi carne per esserci vicino, così da essere parte di ogni nostro dolore. E come ci prepareremo a tale avvento? Con cene, regali, brindisi? Beh, certo, natale è anche questo! Ma saremo capaci di accogliere l’annuncio della buona novella proprio come Zaccaria?
La folla continuò a fissare quel lardoso lì dietro il suo dannato altare di marmo e oro. Lo fissavano fingendo di aver capito, proprio come dei bravi e paffutelli alunni davanti alla propria maestra. Ma in verità, nessuno lì dentro aveva capito un cazzo di niente. Nessuno conosceva quel fottuto di Zaccaria. Forse era un amico del prete, magari pensò qualcuno. O forse solo una star del cinema a tipo Robert De Niro. E senza dare troppe spiegazioni su chi fosse o non fosse quel frocio di Zaccaria, il ciccione in tonaca prese di nuovo a sputare sulla prima fila degli eletti di Dio.
-Bene, figli miei- riprese a dire a quella sorta di tonni imbalsamati lì dentro -Noi siamo chiamati a vegliare, questa notte. Sì, vegliare proprio come i re Magi! Come loro che guardarono il cielo in attesa di un segno dal Signore. E il segno venne! Sì, i segni di Dio sembrano a volte assenti o tardivi, ma come i Magi siamo chiamati ad attenderli. Perché Dio non tradisce mai. Dio è con noi! E invierà a noi tutti una stella questa notte per condurci lì dove umilmente, nel silenzio, Cristo vuol venire a nascere in noi per portare la buona novella nelle nostre vite. La notizia che Dio ci ama, e da sempre ci ha scelto.
Finito il suo bel monologo, quel dannato lardoso si mise a sedere su di una sorta di trono, meditando, o anche solo fingendo di farlo, su quanto aveva detto. E altrettanto fece il popolo eletto da Dio. Restò lì in silenzio, fingendo anch’egli di meditare sui misteri Sacri di Cristo Signore, e senza alzarsi a fare un applauso alla Madonna a tipo concerto di Madonna.
Restarono lì! Seduti, pensando alla partita di calcio, all’ultimo pettegolezzo ascoltato da qualche vicina, o anche solo a come preparare il ragù alla Napoletana. E quando il prete si alzò, smettendo di pensare probabilmente alle carnose bocce di Pamela Anderson, l’intero popolo di Dio lo seguì nella cosa, alzandosi a loro volta.
Il ciccione prese a trafficare con un piattino e un calice dorato, sotto gli occhi di tutti. Bisbigliava qualcosa tra sé e sé, il lardoso, ed ecco che un gruppo di piccoli mocciosi in tunica bianca presero a portargli altre merdate tipo tovaglioli di seta bianca e boccettine di vetro con dentro acqua e olio. E intanto, in quella chiesa illuminata da luci giallastre, una malinconica e nauseante musica prese a suonare nell’aria.
“Solo tu sei il mio pastore, niente mai mi mancherà” dicevano delle vecchie e delle troiette dagli occhi lucenti, cantando in quella cazzo di chiesa, mentre altre troie dai quaranta in su presero ad alzarsi per andare tra la folla con dei cazzo di cestini in mano.
Tra queste ci stava anche la devota Betty, che lasciò lì seduti suo marito Ciro e il piccolo Emilio di soli sette anni. Ed Emilio si faceva veramente la palla in quella cazzo di situazione! Il moccioso dai capelli corti e neri e stracci da mercato addosso si scaccolava alla grande, per poi ficcare quanto uscitogli dal naso contro lo schienale di legno della panca davanti a lui.
Suo padre, Ciro, un fallito di quarantasei anni, faceva invece finta di pregare o anche solo meditare, lì seduto su quella merdosa panca di legno, con addosso i suoi pantaloni da mercato, e un grosso maglione a strisce nere e verdi che non riusciva comunque a far sembrare più robusto il suo corpo scheletrico.
Betty invece di carne ne aveva sin troppa! Aveva un culo enorme, e una pancia grossa e molliccia sovrastata da delle enormi e lardose tettone che sembravano quasi voler uscire da quel ridicolo vestito rosa che teneva addosso. E al suo fianco, con un altro cestino in mano, la seguiva nella parata una tipa sui quarantadue. Una certa Nina Perrella. E Nina diversamente da Betty si manteneva ancora soda, nonostante anche lei faceva una vita di merda e aveva già sgravato da tredici anni una figlia. Ma almeno a cospetto di Betty sembrava una grande passera di lusso. Certo, niente di ché! Ma aveva ancora un bel corpicino magro e con le curve al punto giusto. Lunghi capelli biondi ben diversi da quelli corti e neri della grassa Betty. E nonostante anche lei portasse abiti da mercato, il suo corpicino li rendeva quasi belli.
Ma a Nina Perrella non fotteva di essere più chiavabile di Betty. Anche lei, come Betty, aveva un marito fallito che tirava avanti facendo qualche mercato di tanto in tanto. E una figlia mezza scema che passava le sue giornate a scuola, o in camera a sentire canzoni neo-melodiche di qualche cantantucolo emerso da un merdoso quartiere di periferia, vomitando frasi dette e ridette sull’amore o altre cazzate del genere.
Dunque anche alla cara Nina, proprio come Betty, la sua vita non gli piaceva per un cazzo di niente. E proprio come Betty, anche la dolce Nina, passava le sue giornata tra i fornelli, sul pianerottolo di casa a spettegolare con qualche vicina, o anche solo al telefono a parlare dei propri cazzo di guai con qualche sorella. E per Nina, proprio come per Betty, quella cazzo di chiesa era il solo luogo che le facesse sentire utili al mondo.
Sì, Dio le aveva scelte! Certo, a loro piaceva troppo il cazzo e la grana per farsi suore (anche se avrebbero avuto ciò lo stesso, probabilmente), ma Dio aveva comunque dato loro una vocazione. Erano spose e madri, parte del disegno Divino di Nostro Signore. Ma a loro non bastava mica! Loro volevano essere le reginette del ballo come Barbye o anche solo Sandy Olsson. E i loro mariti non erano certo Ken o Dany Zucco. Così non restava loro che offrire tutte se stesse al buon e dolce Dio. Servendo messa, facendo catechismo a mocciosi caccolosi, o anche solo raccogliere la grana per il prete come in quella merdosa sera. E assieme ad altre casalinghe annoiate, cantando la gloria di Cristo Signore, quelle due troie facevano a gara tra loro a chi fosse più Santa e devota, mentre il prete continuava a cazzeggiare lì dietro a quel dannato altare.
Beh, alla fine della cantilena la dolce Nina vinse su Betty per trentadue pezzi e ottanta contro ventinove e trenta. Una vittoria schiacciante! E a Betty non restò che poggiare il cesto davanti all’altare di Dio, per poi tornarsene al proprio posto vicino al suo marito scheletrico e rugoso e al suo caccoloso moccioso.
Il prete alzò quel dannato piattino d’oro al cielo. Disse qualcosa! Qualcosa del tipo “Questo è il mio corpo” e altre cazzate del genere. E a udire tali parole, proprio come dei bravi attori preparati per la loro parte, l’intero popolo di Dio si alzò in piedi, dicendo qualche altra stronzata. E lo stesso popolo a un cenno del prete prese a ficcarsi in ginocchio, o anche solo ad abbassare il capo.
Il prete mormorò qualche altra cazzata, mentre tutti fingevano di meditare sul mistero della morte di Cristo, stando lì a pensare solo a quando sarebbe stato il momento giusto per alzarsi.
Beh, non tardo molto! Il prete disse un’altra delle sue cazzate incomprensibili, e come una serie d’automi tutti presero ad alzarsi di colpo, mormorando qualche altra cazzata tra loro. Poi il prete disse qualche altra minchiata. Qualche altra stronzata del suo show, fatto e rifatto almeno tre volte al giorno per sette giorni alla settimana. E pronti con le loro battute il popolo di Cristo fece lo stesso, fino a che non presero a riunirsi tutti insieme per darsi al cannibalismo, e mangiare il corpo del loro stesso Dio.
Cazzo, altro che religione Occidentale o altro. Quelli erano dei fottuti tribali del cazzo. Dei veri cannibali! Dei dannati Niam Niam del cazzo. Dei fottuti Zombie a stile film di Romero.
Per Dio! Mangiare la carne del proprio Dio. Roba da film dell’orrore! Eppure a quelli sembrava una cosa da veri devoti ficcarsi in gola quelle sfoglie di torrone, immaginando di ingozzarsi del corpo del proprio Signore. Anzi! Facevano a gara nel farlo. Le vecchie senza denti erano le prime in fila, ogni volta. E quelle dannate Arpie quasi si ficcavano in bocca anche le dita del prete, ingurgitando quella cazzo di ostia. E a breve distanza da loro, si contendevano il secondo posto le troiette in gonna lunga dell’azione cattolica, e le vecchie casalinghe annoiate; proprio come Betty e Nina. E Betty e Nina stavano proprio lì, in fila, attendendo di azzannare una parte del corpo di Nostro Signore. Magari la milza, il pancreas, un pezzo dell’addome o magari del cazzo. E quando ognuno in quella folla di cannibali ebbe tranciato il suo buon pezzo dal corpo dell’amorevole Dio, tutti tornarono al proprio posto. Chiudendo gli occhi e ficcandosi le mani contro la bocca, come per meditare su quel che cazzo avevano in gola.
Beh, mentre Ciro guardava la sua dolce Betty, lì a gustare la carne di Cristo Signore come se fosse in meditazione, per un attimo pensò che in fondo la sua vecchia moglie non aveva altro che una piccolissima e sottile sfoglia di torrone in bocca. Niente di ché! Non un fottuto babà alla crema o una gustosa capricciosa. No, solo della cazzo di sfoglia di torrone. Niente di così succulente da far tante moine. Ma poi tornò in sé, il buon Ciro. Era un ottimo marito e padre di famiglia, e dunque doveva anche essere un ottimo figlio di Dio. E  anche se non aveva preso parte al banchetto dei Niam Niam, a causa della sua coscienza sporca, prese a meditare anche lui sui misteri di Cristo Signore, promettendogli che la prossima volta anche lui si sarebbe lavato la coscienza e gli avrebbe dato una bella azzannata. Magari a Pasqua! E magari avrebbe azzannato un bel polpaccio. Ma mentre stava ancora meditando sul se fosse meglio un polpaccio o un pezzo di petto, e il suo piccolo Emilio continuava a ficcarsi le dita nel naso, il prete prese a suonare una sorta di campanella, lì su quel cazzo di altare.
Tutti si alzarono di colpo. Pronti, come sempre!
Ecco, l’incontro era finito. Gesù Cristo aveva vinto sul Diavolo per ko alla terza ripresa. E altro che Joe Frazier! Quel fottuto di Cristo era proprio un dannato Iron Mike. Un bestione dai cinquantasei ko.
Sì, né il Diavolo né tanto meno quel grassone di Buddha potevano un cazzo contro di lui. E tutti lì dentro lo sapevano. Lo sapevano! Ed erano fieri di stare dalla parte del grande boss. Del gran capo. E di certo nessuno li avrebbe chiamati per strada “big head Mike” o “dirty Mike”. No, tutti lì erano vincenti proprio come il loro capo più tosto di Tyson e Marciano messi assieme. E dopo che il grasso prete li ebbe benedetti, quelli presero a uscire a uno a uno da quella cazzo di chiesa, senza cagarsi tra loro, proprio come previsto dall’amore dello  spirito di Cristo Signore.
Beh, non molto tardi alcuni di loro si sarebbero di certo ritrovati lì dopo il cenone. Per fare il bis! E assistere in diretta al parto della Vergine Maria e alla nascita di Nostro Signore.
Betty e Nina rimasero ancora lì, con altra gente. E tutti parlavano tra loro! Tutti parlavano del natale e del cenone, mentre ormai Cristo era uscito di scena per prepararsi al grande show della mezzanotte.
Solo qualche troietta dell’azione cattolica parlava ancora di lui con qualche frocio segaiolo che non aveva mai visto un tocco di fica nella propria merdosa vita. E intanto, la fica di Nina si avvicinò a quella grassa di Betty.
-Tesoro, ti vedrò dopo alla veglia?- le chiese con il suo accento volgare.
-Oh, certo!- le rispose Betty, con un accento altrettanto volgare. Poi le troie rimasero qualche istante a fissarsi, sorridendo. Emilio si tolse dal naso un’altra caccola e la poggiò contro una panca, e Ciro prese a tossire in maniera violenta, sputandosi del moccio in mano.
Si ficcò la mano in tasca, nascondendo così alla folla il delitto uscito dalla sua bocca e dai suoi polmoni resi marci dal fumo. Betty lo guardò come per rimproverarlo. Poi tornò a Nina, sorridendole.
-E come mai tuo marito e tua figlia non ci sono?- fece Betty, con aria da troia.
-Beh, vedi cara, non potevano!- le rispose Nina -Io devo trattenermi fino alle otto qui con Don Ulrico per decidere i canti della veglia. E Mario e Rita intanto cominceranno a preparare la cena. Tanto verranno dopo per la veglia- disse ancora. Poi si fermò un attimo a guardare Betty. Le sorrise in maniera perfida -A proposito di cena!- fece verso Betty -Due settimane fa abbiamo distribuito i pacchi della Caritas, ma tu non c’eri. Come mai?
-Oh, vedi, Nina. Questo mese mio marito è stato molto fortunato nelle vendite- le rispose Betty, avendo in sé la voglia di spaccare la faccia a quella lurida troia che le aveva appena dato della poveraccia.
-Davvero?- fece Nina sorridendo, e voltandosi verso Ciro -Dunque finalmente la vendita di calzini sta cominciando a fruttare, signor Esposito?- gli chiese, prendendolo per il culo, ma fingendosi ancora gentile.
Ciro tossì di nuovo, ma stavolta senza sputare moccio.
-Non mi lamento!- fece guardando Nina. Poi Betty prese per una mano il piccolo Emilio e lo trascinò verso di sé.
-Cara, ora dobbiamo proprio andare- fece verso Nina.-“Oh, certo, certo. Non ti trattengo!- disse Betty “Di certo avrai da fare in cucina. Tanto ci si vede dopo, cara.
-A dopo, cara- le rispose Betty. E assieme al suo marito decrepito e al suo zozzo moccioso uscì da quel posto, togliendosi dal cazzo, e lasciando Nina a servire il buon Dio con Don Ulrico.

Si misero per strada, Betty, Ciro e il piccolo Emilio. E la strada era ormai deserta. Tutti avevano terminato gli ultimi regali di natale, e comprato quel da cucinare per il cenone. Per strada solo qualche auto di tanto in tanto passava affrettandosi per tornare a casa, per cenare con amici e parenti davanti alla tele. E dalle finestre degli appartamenti uscivano irruenti e gioviali le voci delle star della televisione miste all’odore di frittura di pesce.
I tre avanzarono per quel corso solitario, mentre il tanfo di frittura faceva brontolare il loro stomaco mezzo vuoto. Ciro si ficcò una cicca in bocca e l’accese. Tossì, e sputò del moccio a terra.
Betty lo guardò disgustata. Lui lanciò del fumo nell’aria buia e gelida di quella Santa notte, mentre Emilio si toglieva dal naso un’altra caccola.
-Dovresti comprarti dei fazzoletti! Sono io che lavo i tuoi calzoni- gli disse Betty, con aria incazzata, e guardandola ancora con disgusto.
Ciro avanzò a testa bassa, fumando la sua paglia. Camminò in silenzio con la sua famiglia per qualche istante.
-Potevi dirle la verità- le disse, continuando a camminare a testa bassa.
-Uhm, la verità?- disse Betty, continuando a camminare, e guardandolo.
-Sul pacco, intendo. Potevi dirle che non sei voluta andare a ritirarlo perché stava lei a consegnarli.
-E fare così la figura della morta di fame?
-Beh, non ci sta niente di male.
-Il solito fallito del cazzo!- gli disse lei, guardandolo con odio, mentre camminando trascinava il suo moccioso.
-Mamma- fece Emilio, sorridendo come un demente -Che cos’è un fallito del cazzo?- le chiese.
Ma nessuno rispose! Continuarono solo a camminare in silenzio, senza più dire un cazzo di niente, in quella notte del cazzo dove persino le puttane se ne stavano a casa, magari scopate da qualche pappone, o impegnate a darla a qualche cena di gente per bene.
In quella notte dove per strada non stavano altro che barboni, Marocchini e Algerini già sbronzi che pensavano solo al suicidio. In quella notte in cui la vita prendeva a rinascere al mondo, ricordando alla gente sola quanto fosse ancor più sola in quel giorno di festa.
Per un attimo anche Ciro pensò di farla finita. Sì, in fondo a che cazzo serviva la sua esistenza? Lui sapeva bene che cazzo fosse un fallito del cazzo, ed anche sua moglie. Sapevano entrambi di essere degli inutili falliti del cazzo, e presto, tra qualche anno, anche Emilio lo avrebbe scoperto. Ma intanto continuarono ad andare avanti. Verso la loro lurida casa in uno dei vicoli di Piazza Garibaldi.

Intanto nella chiesa sul corso, Nina si dava da fare con Don Ulrico a scegliere le canzoni per la nascita di Cristo Signore. O meglio, si dava da fare eccome, ma non proprio a scegliere quelle merdose canzoni.
Don Ulrico, quel vecchio lardoso, se ne stava bello che seduto sulla poltrona del suo ufficio parrocchiale. Lì con il cazzo duro nella mano della dolce e devota Nina. E la dolce Nina si dava da fare a cacciarselo in gola con infinita devozione, mentre il pastore di Dio l’aiutava teneramente muovendo la propria grossa mano sui suoi lunghi e soffici boccoli biondi.
Già, gliela spingeva per bene contro il cazzo la testolina, mentre Nina se lo ficcava in gola fino alle palle.
-Brava, brava. Succhialo tutto! Ficcatelo tutto in gola- fece il buon prete, godendo come un porco, lì sulla sua comoda poltrona di mogano rivestita di velluto rosso. Poi la piccola e dolce Nina alzò la testa verso di lui. Gli sorrise, tenendo la cappella turgida del prete contro le sue carnose labbra.
-Ti piace come te lo succhio, vero?- gli chiese, sorridendo come una volgare troia.
Lui sorrise in maniera cinica.
-Sei la migliore tra le puttane- le rispose -Te li meriti proprio i soldi che ti do, cagna.
Poi restò in silenzio un secondo. Le ficcò di nuovo la mano sulla testa e gliela spinse contro al cazzo
-Avanti, ora riprendi a succhiarlo, troia! Voglio sborrarti in bocca- le disse, abbassandole lentamente la testa verso il suo cazzo. E la piccola Nina riprese a darsi da fare di gran mestiere. Prese a succhiarlo velocemente, voracemente, e mentre faceva su e giù con la testa la sua lingua scivolava sul tronco del cazzo, e le sue mani accarezzavano le rugose e mollice palle del vecchio lardoso. Ed ecco che il lardoso alzò la testa al cielo, quasi come se stesse pregando.
-Oh, cristo!- esclamò il prete, spingendo con forza la testa di Nina contro il proprio cazzo. E la piccola e dolce Nina sgranò gli occhi, con l’intero cazzo di Don Ulrico che le pompava in bocca, spruzzandole dentro calda e densa sborra.
Poi il candido prelato glielo sfilò lentamente di bocca. Nina fece colare un po’ di sborra dalla bocca. Giusto un po’. Il prete, sorridendo, prese a smanettarsi il cazzo ancora duro. Si alzò in piedi, e la sua grossa pancia prese a dondolare come budino.
-Avanti, troia, che è ancora duro!- le disse. E Nina sorrise. Sorrise, alzandosi e slacciandosi la cinta dai jeans.
Se li abbassò del tutto, e con essi i suoi slip bianchi e merlettati. Si mise a pancia sotto su di una scrivania di mogano dove stavano un mucchio di fascicoli con dentro atti di matrimoni, battesimi, comunioni o decessi.
Allargò le chiappe verso Don Ulrico, che le andò contro, con il cazzo duro in mano che le puntava la fica ben aperta. Le strinse una chiappa con una mano, e tenendo il cazzo con l’altra, glielo poggiò contro la fica.
Diede una botta secca, il vecchio parroco, e di colpo la dolce Nina lo sentì tutto dentro.
Don Ulrico le strinse le chiappe, tenendoglielo fermo dentro. Lei lanciò un urlo di piacere nella stanza. Un urlo di finto piacere, ovviamente. E il vecchio prese a muoverglielo dentro con forza, quasi a volerla accoltellare con il proprio cazzo.
-Ti piace? Ti piace, vero troia?- fece stantuffandola con forza. Così fortemente che alcuni fascicoli presero a cadere da quella cazzo di scrivania. E la dolce Nina continuava a fingere di godere, lì con il cazzo del prete che le scavava dentro la passera ormai bella che larga.
-Oh, sì, sì. Lo sento tutto! Dammelo, dammelo tutto!- urlò la cagna. E il prete continuò a sbatterglielo dentro sempre con più forza, eccitato da quel finto godimento di quella vacca.
-Allora prendilo! Prendi tutto il cazzo!- prese a urlarle il vecchio, sbattendoglielo dentro. E dopo qualche buona spinta di cazzo, il grassone lo tirò fuori e gli spruzzò dell’altra sborra biancastra sopra una chiappa.
Nina poggiò la testa su l’atto di morte di un certo Nicola La Rosa. Ansimando, come se davvero avesse accusato le spinte di quel cazzo. La sborra di Don Ulrico le prese a colare dalla chiappa, e il Don, si rimise il cazzo al proprio posto.
Sì, rimise il cazzo nelle mutande bianco sporco. Si alzò i calzoni e si rimise la tonaca. Nina raccattò una stola da terra e si nettò la sborra dalla chiappa. Don Ulrico la guardò contrariato.
-Non sai che è peccato usare vesti Sacre per cose così immonde?- le disse. E lei sorrise. Sorrise, rialzandosi slip e calzoni.
-Mi farò perdonare la prossima volta- gli rispose. Don Ulrico si ficcò una Marlboro in bocca e l’accese. La fissò qualche istante. Poi mise mano al portafogli e le diede centocinquanta pezzi.
-Stasera porti anche tuo marito e tua figlia alla messa, giusto?- fece il prete verso di lei. E lei annuì con la testa, rifacendosi il trucco. Il vecchio si rimise a sedere sulla sua poltrona di legno, fumando la sua dannata Marlboro.
-Magari quel coglione di tuo marito imparerà qualcosa!- riprese.
-Oh, lo spero!- fece Nina -Ultimamente è così depresso a causa del lavoro.
-Uhm, fallito del cazzo!
-Vabbè, ci si vede più tardi- fece Nina.
-A dopo, pollastrella- le disse Don Ulrico. E Nina prese a uscire da quella cazzo di stanza. Si mise in chiesa. Passò davanti all’altare e s’inchinò verso il tabernacolo dorato dove stava la carne di Cristo Signore, pronta a essere divorata. Poi si mise in strada. Raggiunse la sua vecchia utilitaria e ci salì dentro, guidando poi verso casa, dove l’aspettavano il suo odiato Mario e la sua piccola Rita.
Ingranò la marcia e si mise in viaggio, verso quella sua dolce casa in affitto; una casa di solo due stanze, in un vicolo nei pressi del Corso Garibaldi. E in quella casa, dalla televisione un tipo alto e dalla faccia quadrata sorrideva alla gente, dicendo che quella era una notte speciale.
Sì, Max Giusti era felicissimo! Il pubblico anche, e così tutte le famigliole che lo stavano guardando, lì a tavola con parenti e amici. Ed anche la tavola della famiglia Perrella era apparecchiata. Era coperta da una tovaglia rossa. E su quella tovaglia rossa ci stavano dei vecchi piatti di porcellana crepati. Bicchieri di carta rossa, e posate di acciaio su tovaglioli sempre rossi.
Nella cucina vecchia di dieci anni si sentiva il tanfo del sugo agli scampi e della frittura di pesce surgelato. Tartine alla maionese e prosciutto se ne stavano silenziose in un vassoio di porcellana scadente ficcato al centro della tavola. E in quella cazzo di stanza, in quella cazzo di casa, solo la voce di Max echeggiava potente e allegra, ricordando a tutti che era natale: un giorno in cui si doveva essere più buoni!

Nell’altra stanza, invece, il vecchio e panciuto Mario ricordava anche alla sua esile figlia Rita che a natale si doveva esser più buoni.
Sì, era nel soggiorno, lì dove la piccola Rita di solito dormiva su di un divano letto o stava al computer a chattare con qualche amichetto. E stava proprio seduta su quel cazzo di divano, la piccola Rita, lì in una tuta dell’Adidas nera e rosa.

Tratto dal racconto “Come le onde del mare”.

Purtroppo fuori di lì le cose non andavano di certo meglio. No, lì fuori la stessa gente! Per strada, appoggiati alle auto, in gruppo, bevendo birra o cocktail mentre discutevano su come salvare il mondo.
Io li fissai a lungo. Per secondi che mi sembrarono secoli.
Fissai le loro facce pulite e sorridenti. Le facce di quei bambocci che non avevano passato un solo giorno in fabbrica, eppure parlavano dei diritti delle classi abiette. Di quelle troie tutte truccate che passavano ore e ore nel cesso a truccarsi, per poi parlare di come elevare la propria anima, o anche solo salvare la Palestina.
Dio, mi facevano schifo! Avrei voluto ucciderli tutti. Pigiare quel dannatissimo bottone rosso e scagliare bombe atomiche sul mondo intero. Vedendoli bruciare, urlare, liquefarsi, morire.
Sì, ero cattivo! Ero Ottis Toole. Ero Ted Bundy. Ero Gerald Stano. Ero Jeffrey Dahmer, Rod Ferrell, Albert Fish. Ero il nemico pubblico numero uno. Colui al quale sparare a vista. Un aborto mancato. Un essere inutile. Un parassita sociale. Uno che non aveva sogni. Uno che inquinava il mondo. Uno che non aveva diritto a vivere e che non avrebbe potuto fare altro che far male al prossimo.
Ero sbagliato! Ecco la verità. Sì, la loro verità! Mentre la mia verità era molto più semplice. Io ero lì, da solo, senza poter far altro che sentire i loro pomposi discorsi. Senza poter non vedere le loro facce convinte, superbe, identiche tra loro.
Corsi verso un vicolo. Lontano da quel mondo. Lontano da quella gente.
Corsi verso un vicolo, sudando freddo, quasi tremando, agitato come se mi stesse rincorrendo la morte stessa.
Arrivai in un vicolo buio e fetido, lontano da quella gente, pieno solo di auto di tanta altra brava gente, parcheggiate sui due bordi della strada.
Appoggiai le mani contro una di essa, come per vomitare. Fissando il suolo sotto di me. Ansimando. Sbavando. Quasi piangendo.
Niente! Non vomitai. Restai lì fermo in un uno stato di trance. Perso. Stanco. Distrutto. Quando ecco che dal mio nulla sentii avvicinarsi il solito rumore. Rumore di tacchi! I passi di Carmen che si avvicinava a me.
Mi raggiunse. Mi strinse. La sua voce si fece strada tra le mie orecchie.
-Marco, Marco, tutto bene?- disse con aria preoccupata.
Io continuai ad ansimare. Appoggiato a quelle auto. Pensando che in nessun modo sarei mai sfuggito da quell’inferno vorticoso.
Ma riuscii comunque a farmi forza. Mi tirai su, sempre agitato, sempre ansimando. Guardai Carmen. Lei guardò me, con aria agitata, quasi preoccupata.
Mi strinse forte.
-Marco, cos’hai? Perché non riesci proprio a stare in questo mondo?- mi disse con la sua voce dolce, proprio da brava Buddista/Cristiana/Mussulmana.
Io restai stretto a lei. Fottendomene di Buddha, di Cristo, di Allah, del mondo, e della mia anima.
La strinsi forte. Il respiro prese a farsi pensante. Le mani scivolarono sulla sua schiena, accarezzandogliela. E le sue dita affondarono nella mia schiena.
-Ma… Marco!- sussurrò lei, sentendo le mie mani insinuarsi sotto la sua maglietta. E man mano che le muovevo, lei muoveva le sue contro al mio corpo. Le muoveva sotto la mia giacca. Sotto la mia maglia. Accarezzando la mia schiena proprio come io facevo con la sua.
Poi le mie mani presero a scendere sempre di più. Entrarono nei suoi jeans. Oltre le sue mutandine di pizzo. Fino a stringerle le chiappe.
Lei lanciò un urlò di piacere che avvolse quel vicolo buio, sentendo le mie mani stringerle le chiappe. Sentendo le mie mani accarezzarle il culo, insinuandosi proprio nel mezzo delle chiappe.
Chissà, forse era una nuova preghiera Buddista. Non lo sapevo! In fondo la troia mi aveva rotto tutta la serata con stronzate del tipo “ritrovare la propria anima”, o con il cammino di Santiago che aveva fatto qualche mese prima, subito dopo aver rotto con Vittorio.
“Dannata stronza”, pensai, stringendole con forza le chiappe. “Ora te lo do io il cammino di Santiago! Sì, te lo faccio raggiungere io il nirvana, troia affamata di cazzo”. E pensandolo continuai a stringerle le chiappe. Sempre più forte. Sempre più in profondità. Sentendo i suoi gemiti crescere, e così le sue carezze.
Non ci volle molto che le nostre labbra cominciarono a sfiorarsi. Prima in maniera impacciato. Poi intensamente.
Sentii la sua lingua contro la mia. Le sue labbra divorare le mie. E le sue mani scendere nei miei jeans, tastandomi il culo, e spingendolo contro di lei.
Non me lo feci ripetere due volte! No, capii il segnale, stavolta.
In culo allo stupro!
Sì, me la sarei fottuta a quella troia. E così, senza perdere tempo, la rigirai, e continuando a baciarla sul collo presi a far scendere la mia mano nei suo jeans.
Lei ansimò, sentendo la mia mano scendere sempre di più verso la fica. Finché non la raggiunse. La strinse, e cominciò a smanettargliela.
Le mie dita sprofondarono dentro di essa. Lei strillò dal piacere, sentendo le mie dita aprirla. Sentendo le mie dita contro le pareti della sua fica. Contro la sua carne calda e bagnata. Fin dentro alla sua carne molle e umida.
Cominciai a muoverle lentamente. Come se la stessi scopando con le dita. E lei godeva! Gemeva come una troia, sentendo le mie dita fotterle la fica. Sentendo le mie dita scoparla, mentre continuavo a baciarla, e con l’altra mano infilata sotto la maglietta le accarezzavo le tette ed i capezzoli turgidi.
Non ce la fece più! No, la cara anima di Dio, la profonda Buddista, si voltò verso di me, facendo guizzare le mie dita dalla sua fica.
Io la strinsi forte, continuando a baciarla. Ma non ebbi tempo di fare altro che, lei, piena dell’amore divino, prese a tempestarmi di baci il volto, poi il collo, le spalle, il petto, fino a scendere verso il mio cazzo.
Alzai la testa al cielo,sentendo le sue mani sul mio cazzo. Sentendo mentre me lo tirò fuori, cominciando a smanettarlo.
Aveva il mio cazzo in mano! E la sua mano si muoveva sul mio cazzo. Masturbandolo, mentre se lo strofinava contro le labbra.
Poi di colpo aprì la bocca, e come se fosse affamata se lo cacciò in gola.
Lo mise tutto dentro! Non so come fece, ma riuscì a ficcarselo dentro fino alle palle.
Chissà, forse anni in ginocchio a pregare le avevano insegnato quello e ben altro. Non glielo chiesi! No, mi limitai a stringerle la testa, spingendogliela contro al mio cazzo, sentendo le sue labbra sfregare la pelle del mio cazzo, e la sua lingua accarezzarla.
E lei continuava a succhiare! Succhiava, succhiava e succhiava. Mi succhiava tutto il cazzo! Mentre io le stringevo la testa, e lei, succhiandolo, ficcandoselo tutto in gola, mi stringeva le chiappe e mi accarezzava le palle.
Dopo averlo ciucciato un bel po’ si tirò su di colpo. Mi strinse forte e prese a baciarmi. Mentre io la stringevo a mia volta, e lei sentiva il mio cazzo muoversi contro la sua pancia.
La ribaltai velocemente, sbattendola sul cofano di un’auto.
-Ora ti do quello che vuoi- dissi ansimando, e cominciando a sbottonarle i jeans.
Lei rimase lì stesa, ansimando, conscia che presto avrebbe avuto il mio cazzo dentro.
E non ci volle molto!
No! Le sbottonai i jeans e glieli calai, e così le mutandine di pizzo.
Lei rimase a culo scoperto, proprio davanti a me. Io mi chinai verso di lei, cominciando a leccarglielo, cominciando a baciarglielo, mentre lei godeva come una cagna. Poi mi alzai di scatto. Le strinsi le chiappe con una mano. Con l’altra afferrai il mio cazzo e lo portai contro la sua fica fradicia.
Lei urlò dal piacere, sentendo la mia cappella turgida contro la sua fica. Io le strinsi le chiappe con più forza. Lo spinsi contro la sua fica. Sentii la sua fica aprirsi. La sua fica aprirsi al passaggio del mio cazzo.
Lo lasciai. Le strinsi entrambe le chiappe con le mani. Spinsi più forte, sentendo il mio cazzo entrarle in corpo. Il mio cazzo scoparla.
-Oh, sì, eccolo!- urlai, dando un colpo forte, ed entrandole del tutto dentro.
Lei urlò. Le sue unghie  si strinsero contro al cofano dell’auto, sentendo il mio cazzo entrarle dentro fino alle palle. Sentendosi fottuta. Sentendosi chiavata. Sentendo quel cazzo che tanto anelava. E io cominciai a muovermi in lei. Presi a muovermi in lei velocemente. Sentendo la sua fica sfregarmi il cazzo. Sentendo il mio cazzo sprofondare nella sua carne umida e bagnate. Muovendo il mio cazzo al ritmo dei suoi gemiti di piacere.
Sì, lo spingevo forte, sempre più forte. La sbattevo contro quell’auto di chissà quale brava persona. Facendola godere. Facendola urlare dal piacere. Sentendo il mio cazzo scavarle dentro. Sentendo il mio cazzo muoversi freneticamente in quel colpo caldo, accogliente, eccitante. E più glielo sbattevo dentro, più la tastavo. Più glielo pompavo dentro, più lei urlava come un troia, chiedendomi di darglielo. Dicendo di volerlo sentire sempre più dentro.
E io glielo davo eccome! Spingevo sempre più forte. La fottevo sempre più forte. Mentre lei godeva sentendo il mio cazzo duro scavarle dentro. Muovendo il culo per sentirlo sempre di più, sempre più in profondità. Strillando come se la stessi accoltellando. Stringendo il mio cazzo duro con le pareti della sua fica contratte dal piacere.
Lanciò un urlo assordante. Poi qualche altra botta di culo contro di me. Facendo entrare il cazzo dentro fino alle palle.
Si rilassò, ansimando delicatamente, mentre io continuavo a spingerglielo con forza in corpo.
Sì, quella santa ragazza era venuta. E ora toccava a me. Ma qualcosa d’imprevisto cambiò le carte in tavola.
Fu la sua voce! Una voce non più ansimante di piacere, quanto di dolore.
-Non voglio, non voglio. Tiralo fuori!- disse la dolce Carmen, quasi piangendo, mentre io ancora glielo sbattevo nella fica.
Cristo, che situazione del cazzo.
Avrei dovuto fottermene! Sì, fottermene e continuare a fotterla a sangue. Sbatterglielo dentro sempre più forte, fino a riempirla di crema come fosse un bignè. E invece, come il più patetico dei bambocci, glielo sfilai dalla passera, restando dietro di lei, fissandola, a cazzo ancora duro e con le palle piene di sperma.
Lei con un guizzo si alzò da quel cofano e si ricoprì velocemente.
-Di nuovo. Di nuovo!- prese a frignare, accasciandosi per terra, contro l’auto sulla quale era stata appena sbattuta, coprendosi il volto con le sue manine che puzzavano ancora di cazzo.
-Ho sbagliato di nuovo!- frignò ancora, fissandomi -Non crescerò mai!
Io la fissai a mia volta. Lì seduta per terra mentre piangeva tenendo le mani contro la testa.
Beh, di certo doveva trattarsi di qualcosa di spirituale, pensai, continuando a guardarla frignare. Sicuramente si sentiva male per essersi lasciata andare alla lussuria, tradendo così il mix di filosofie religiose che seguiva. E io in quel momento avrei dovuto consolarla. Di certo andar lì da lei, stringerla, accarezzarla, e magari dirle cose del tipo “Avanti, bambina mia, non fare così. Scusami! È stata tutta colpa mia. Non dovevo forzarti la mano. È solo colpa mia!”.
Sì, avrei dovuto farlo. Ma ero stanco per quelle stronzate. Troppo stanco.
Raccattai la bottiglia di birra che avevo lasciato sul cofano dell’auto. Fissai la piccola Carmen, ancora seduta per terra, guardandomi con le lacrime agli occhi.
-Ma vai un po’ a farti fottere!- le dissi, senza cura, fregandomene di lei. E con altrettanta indifferenza uscii da quel vicolo, lasciandola lì alle sue lacrime, incazzato del fatto che lei era venuta e io no.
Già, dannata puttana! Prima era venuta come una scrofa, e poi dopo aveva preso a rompere le palle con le sue merdate spirituali, mentre io me ne stavo per strada, con le palle che mi facevano un male boia.
Che si fottesse! Avrebbe di certo trovato qualche coglione che l’avrebbe scarrozzata fino a casa, pensai, continuando a camminare per strada. Incazzato come una iena.
Certo, finalmente glielo avevo piantato in corpo a quella vacca, ma quella dannata troia mi aveva interrotto sul più bello, impedendomi di godere sborrandole sul culo, o magari in bocca.
Schifosa troia! Sì, avrei dovuto sbatterle la testa sul cofano di quel catorcio e continuare a fottermela. A sbatterla a sangue senza curarmi di quelle sue stronzate pseudo spirituali. E invece? Invece ora me ne stavo con le palle piene e doloranti, mentre quella porca si era fatta la sua bella scopata. Aveva goduto! Passando comunque per la donna spirituale e profonda delle mie palle.
Cristo, provavo una rabbia indescrivibile. Rabbia per lei, e per tutte le stronze che come lei si sentivano le nuove Madre Teresa di Calcutta o Banana Yoshimoto delle mie palle.
Sì, avevo voglia di uccidere! Di far saltare in aria tutte le chiese, le sinagoghe, ed i tempi buddisti del mondo. Di pisciare sulla bibbia e sul corano. Di dar fuoco al Dalai Lama e stuprare Papa Francesco.
Volevo vendetta! Vedere il mondo bruciare. Affamare quelle dannate troie costringendole ad elemosinare il cazzo in cambio di un tozzo di pane.
Ma non potevo far niente di tutto ciò!
No, ero per strada, da solo, alle due di notte, lungo quello schifoso lungo mare di Napoli.
Faceva caldo per essere Ottobre, ma essendo Giovedì non ci stava poi tanta gente per strada. Solo qualche coppia di tanto in tanto. Coppie formate per lo più da qualche stronzo pronto ad ascoltare le stronzate spirituali di qualche stronza.
Dio, li avrei uccisi! E per lo più era anche finita la birra. E la sola birra che riuscii a trovare la pagai ben tre euro e cinquanta. Una Tennet’s comprata in uno di quei tanti chioschetti lì sul lungo mare. Posti dove i coglioni andavano a comprare birre nazionali o taralli al pepe, e le coppie compravano patatine fritte e coca cola.
Sempre peggio! Sempre peggio! Ma non potevo far altro che camminare. Casa mia era distante da quel posto, e non avevo un soldo per pagarmi un dannato taxi.
Così camminai ancora. Le luci dei lampioni illuminavano quella lunga strada. Le luci delle navi ormeggiate illuminavano quel mare pieno di petrolio, rifiuti, assorbenti, e cadaveri. E io continuavo a bere! Continuavo a bere, camminando lentamente, pensando solo a quanto avrei voluto stuprare a sangue quella dannata troia ipocrita. Quando ecco, dal nulla, andando avanti, qualcosa colpì la mia attenzione.
Ero fermo su quella lunga strada. Su un marciapiede che costeggiava il lungo mare di Napoli. Fermo, fissando le onde che si scagliano contro finti scogli su cui camminavano temerari topi da scogliera. Fissando quella massa scura di acqua illuminata solo dalle luci di qualche barca, o da quelle dei palazzi in lontananza che avvolgevano quel golfo.
E cosa stavo fissando, davvero il mare? Ero diventato di colpo un dannato Osho o un altro fricchettone del cazzo?
No, ben altro colpì la mia attenzione. Qualcosa di strano. Qualcosa d’indescrivibile.
Lì su quegli scogli bianchi in mezzo al mare, nel buio, se ne stava una statua di un santo alta circa mezzo metro.
Dio, inizialmente mi sembrò un nano. Ma quando la guardai meglio vidi che era per davvero la statua di un santo. Una statua di Padre Pio, per l’esattezza. Di quel coglione di un santo con dei buchi nel mezzo delle mani, forse fatti per trovare una nuova pratica di autoerotismo.
Cristo di un Dio, mai vista una cosa simile! Cioè, quella dannata statua se ne stava lì nel nulla, sopra a degli scogli, avvolta da piante ben curate e cuscinetti ricamati a mano, probabilmente ficcati lì in segno di devozione. E nel vederla il sangue mi salì alle cervella. Le vene cominciarono a pulsare. Il cuore a battere forte. E nella mia mente immaginavo scene di violenza assurda. Eserciti di orchi che saccheggiavano la città, dando fuoco a tutto, stuprando donne e uccidendo vecchi e bambini, per poi decapitare ogni dannata statua raffigurante qualche merdoso santo. Ma più di tutto immaginai il corpo di quella troia di Carmen. Nuda, per terra, con la pancia sventrata, e quella cazzo di statua conficcata nella sua fica.
Sì, le avrei pisciato addosso e poi gettata in mare. Ma lei non c’era! No, lì ci stavo solo io e quel dannato santo di merda. Io e quel fottuto Pio. Quel bastardo spirituale che mi portava alla mente quella grande vacca sfondata di Carmen.
Cielo, doveva pagarla! Sì, quella puttana doveva pagare per la sua falsità. Ma non avendola sotto mano, non mi restò che ripiegare sul povero Pio, che se ne stava lì fermo su quegli scogli, sorridendo come un povero beone.
Per fortuna mi accorsi appena in tempo di non essere solo in quel merdoso posto.
No, con me ci stava Rambo! E Rambo stava proprio dall’altra parte della strada, fissandomi con aria incuriosita.
Beh, a dire il vero non sapevo se quello fosse per davvero Rambo. Ma la divisa ce l’aveva! E anche un cazzo di fucile mitragliatore in mano.
Io mi voltai verso di lui. Guardai quel soldato Americano piazzato sopra un carro militare, proprio davanti all’ambasciata Americana. E nel vederlo rivalutai l’idea di gettare quello stronzo di Pio a mare.
Chissà, magari avrei potuto causare una guerra con quel mio gesto.
Poi mi venne in mente che in America molti non erano cattolici. Ma a pensarci bene, un santo era pur sempre un santo. E la gente amava le cose sante! Proprio come Carmen.
Così decisi di dissipare ogni dubbio.
Attraversai la strada, barcollando, fino a raggiungere il mio amichetto Rambo.
Lui mi fissò da sopra al tetto di quella specie di carro armato su cui stava. Mi fissò con aria disgustata, quasi puntandomi il fucile contro.
Io diedi un sorso alla mia birra, poi un tiro alla mia cicca.
La gettai a terra. Rambo seguì con lo sguardo il mozzicone, poi tornò a me.
Sorrisi!
-Ehm… salve, signor soldato- presi a dirgli, con fare impacciato –Senta, non vorrei disturbarla, ma volevo chiederle… beh, le dispiace se butto a mere Pio?
Il tipo mi fissò con aria perplessa.
-What?- disse, con il suo accento Americano.
Io lo fissai a mia volta. Diedi un ultimo sorso alla birra, e scossi le spalle.
-Grazie, buon uomo- gli dissi ancora. Per poi lasciarlo lì. Andando verso il mio amico Pio. Felice di aver avuto il suo consenso.
Che gran popolo gli Americani, pensai, scavalcando la transenna che divideva il marciapiede dalla scogliera. Raggiungendo il mio amico Pio che se ne stava lì fermo, guardandomi con aria sorridente.
Io lo fissai a mia volta. Aveva un’aria da coglione! E con tutti quei rosari al collo sembrava una checca uscita da qualche bar per froci.
Ma non mi lasciai impietosire dalla sua faccia da checca sorridente. No, gettai la bottiglia per terra, e in un attimo afferrai il caro Pio, sollevandolo a mezz’aria.
Ecco, era fatta! Presto il caro Pio si sarebbe fatto un bel bagnetto. Lo avrei gettato sul fondale del mare a quel frocio bastardo. Avrebbe fatto compagnia ai pesci! E con lui la piccola Carmen, e ogni troia spirituale del mondo.
Ma avevo davvero sbagliato i conti!
Sì, improvvisamente un boato tremendo irruppe nella notte. Uno sparo! Un colpo di fucile che quasi mi bucò un piede.
Indietreggiai lentamente, tenendo ancora tra le braccia Pio, e quasi cadendo a mare assieme a quello stronzo.
Mi voltai verso Rambo. Lo vidi puntarmi contro il fucile, da oltre la strada.
-Tu, Italiano spaghetti mandolino. Leave this holy!- strillò Rambo, pronto a far fuoco.
Mi guardai attorno. Niente! Non ci stava nessun tipo intento a mangiare spaghetti, né un cazzo di musicista pancione con in mano un dannato mandolino.
Ci stavo solo io! Ed il mio amico Rambo che in un attimo sparò nuovamente contro di me, continuando a urlare come un dannato.
-Tu, Italiano mandolino, lasciare subito Pio! Okay?- strillò ancora, puntandomi contro il suo fucile, pronto a farmi saltare le cervella.
Io lo guardai, poi mi guardai attorno.
Niente! Dietro di me solo il mare. Non avevo via di scampo. Non ne sarei mai uscito da quella dannata situazione. Non con Pio, almeno. Quando ecco, improvvisamente, da un megafono rimbombò un’altra voce, sempre con accento Americano.
-Non sparate! Non sparate a Italiano mandolino. Potreste colpire Pio!- urlò quel qualcuno. E prima che io potessi far qualsiasi cosa, ecco che un fragore assordante avvolse il cielo sopra di me. Le acque attorno a me presero ad agitarsi, e diversi fari illuminarono me e Pio piazzati su quegli scogli.
Elicotteri! Almeno tre elicotteri stavano su  di me. Fermi, facendo agitare le acque con il vortice delle loro eliche.
Dio, non riuscivo a fissarli, tanto forti erano le luci che mi avvolgevano. E quei dannati cosi continuavano a star su di me, assordandomi con il rumore delle loro eliche, accecandomi con i loro fari.
Poi ancora una voce! Una voce venne a me da uno di quegli elicotteri. Mentre io stavo fermo su quei cazzo di scogli, con Pio in braccio, senza più capire un cazzo.
Stavolta fu una voce Italiana a urlare. Una voce forte e paterna, proprio come quella del colonnello Trautman.
-Figliolo, non farlo! Lascia andare Pio! Lascia andare Pio e forse potrai ancora cavartela- strillò il tipo, da sopra quell’elicottero. E prima che potessi rendermene conto, altri tre elicotteri presero a sorvolare il cielo sopra di me, e diversi carri armati invasero le strade.
Era la fine del mondo! Sirene ovunque, il rombo degli elicotteri in cielo, decine e decine di soldati pronti a crivellarmi di colpi.
Non avevo scampo! E per cosa? Per quella troia di Carmen! Per lei e quelle sue dannate stronzate spirituali.
Ero fottuto!
Mi guardai attorno, ma niente, non c’era una sola via di fuga da quell’inferno. E in un attimo la voce di Trautman riprese a rimbombare sopra di me.
-Figliolo, ti prego, non fare sciocchezze!- urlò ancora il mio nuovo paparino dal suo bellissimo elicottero –Cerca di usare il cervello, ragazzo. Lascia andare Pio! Lascia andare Pio, e appena ti sarai allontanato da lui, giuro che troveremo un accordo, figliolo.
Io guardai verso il cielo, verso l’elicottero, ma le luci dei fari m’impedivano di vedere nitidamente qualsiasi cosa.
Indietreggiai ancora, e quasi caddi in acqua assieme al mio amichetto Pio.
-Saved Pio!- urlò Rambo, dal suo carro, e prima che potessi fare un qualsiasi passo decine e decine di soldati presero a sparare contro di me.
-Fermi, non sparate! Potreste colpire Pio- urlò Trautman, mentre quelli continuavano a sparare a raffica contro di me. Ma prima che quelli smisero di sparare, io indietreggia, facendomi scudo con Pio che incassava pallottole in pieno corpo. Indietreggiando sotto quegli spari. Avvolto dalle luci dei fari, finché non sentii più il terreno sotto ai miei piedi, e in un attimo mi sentii precipitare nel vuoto, finendo in pieno mare.
Ci fu un rumore sordo, poi l’acqua che s’infranse contro gli scogli.
-Salvate Pio! Per Dio, salvate Pio!- urlò Trautman. E gli elicotteri presero a volare attorno al punto in cui ero caduto assieme a Pio. Illuminando le acque buie con i loro fari, cercando disperatamente il caro Pio. Cercandolo ovunque. Ma senza vedere altro che un mare nero, e schiuma bianca di tanto in tanto.
Poi qualcosa apparve dal nulla. Qualcosa emerse dalle profondità dell’oceano.
Era lui. Era Pio!
Il santo emerse ci colpo dalle profondità del mare in tutta la sua bellezza, galleggiando dolcemente, come se stesse attendendo il suo amato che venisse a salvarlo.
E gli amati accorsero eccome! Gli elicotteri si calarono su quelle acque, facendole innalzare, e in poco tempo tirarono su il loro amato Pio. E con lui, me, che stavo aggrappato al suo culo. Privo di sensi. Appeso a quel merdoso Pio come fossi un pesce preso all’amo.